Quella sottile ironia di Monicelli

 

Mario Monicelli

E’ morto ieri, all’età di novantacinque anni, Mario Monicelli. Si è lasciato cadere dal quinto piano della clinica romana di urologia dove era ricoverato, troncando così una vita che certamente ha segnato l’intero corso della storia italiana del Novecento, impattando fino ai nostri giorni. Quasi a volere negare la speranza. Quella stessa virtù di cui ha parlato Saviano, per una fatale coincidenza, proprio qualche minuto prima che Fabio Fazio annunciasse al pubblico, con la delicatezza che gli è congeniale, il triste evento.

Il padre della commedia all’italiana era apparso negli ultimi mesi in televisione, visibilmente pessimista e sfiduciato, anche se nel suo intimo, era un convinto ottimista, molto legato ai giovani e alla loro capacità di essere combattivi e capaci di cambiare il mondo. In questo senso li aveva incoraggiati ed anzi, era arrivato persino a sostenere che il nostro Paese è uno dei pochi in Europa a non aver conosciuto, tra le grandi democrazie che hanno interessato l’Europa, un vero e proprio processo rivoluzionario.

Fu lui a scoprire le qualità di attore di Vittorio Gassman nel film “I soliti ignoti” (1958) e, nell’anno successivo ne “La grande guerra”.

Tra i suoi film più noti ricordiamo “I compagni” (1963), “L’armata Brancaleone” (1966), “La ragazza con la pistola” (1968), “Un borghese piccolo piccolo” (1977), “I nuovi mostri” (1977).

Nella sua carriera di regista Monicelli ha ottenuto diverse nomination all’Oscar, e svariati David di Donatello. Fino al film “Le rose del deserto” (2006),  contro tutte le guerre.

Credo che gli italiani abbiano molto da imparare da lui. E, soprattutto, la qualità di quello sguardo umile e consapevole con cui sapeva guardare le cose con la sua sottile ironia. Bisognava scoprirla nell’apparente pessimismo, nel suo modo disincantato di vedere gli uomini e il potere, nella sua condanna severa e senza appelli, mentre lasciava trasparire il suo desiderio di un mondo diverso.

Giuseppe Casarrubea

Testamento di Monicelli (Ciprì e Maresco)

 

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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7 risposte a Quella sottile ironia di Monicelli

  1. franco ha detto:

    La speranza materialista nell’ultima intervista a Mario Monicelli

    Domanda: e come finisce questo film Maestro?

    Monicelli: “Beh, come finisce…. non lo so. Finisce …Mah, io spero che finisca in una specie di…quello che in Italia non c’è mai stato….una bella botta, una bella rivoluzione…”

    All’appello del maestro rispondevano il 30 novembre 2010 gli studenti nelle vie di Napoli con il seguente striscione: Ciao Mario, la faremo ‘sta rivoluzione…”

  2. franco ha detto:

    Io credo che una rivoluzione segna un salto qualitativo, una crisi conclusiva di un periodo di acutizzazione di lotta di classe, la sostituzione di una classe con un’altra classe nel dominio politico, economico e sociale.

    Personalmente penso che in Italia la rivoluzione borghese c’è stata e si è conclusa nel 1861, pertanto ritengo storicamente sbagliato affermare che in Italia non c’è stata mai una rivoluzione. In quell’anno del 1861 la borghesia (sopratutto piemontese) è diventata dominante. Quella è stata una rivoluzione egemonizzata dalla componente liberale e monarchica della borghesia italiana, con i repubblicani in minoranza.

    Pertanto, credo che una rivoluzione verà in Italia significa superare il modo di produzione capitalistico e iniziare la costruzione del socialismo.

    Ma nello stesso tempo sono cosciente che siamo ben lungi da una situazione pre-rivoluzionaria, anzi siamo in una fase difensiva che comincia a mostrare segni di risveglio (la manifestazione del 18 ottobre a Roma della Fiom, le lotte degli studenti, le rivolte degli immigrati). Si tratta di unificare queste lotte e costruire lo sciopero generale. E’ la battaglia che come sinistra sindacale conduziamo nella CGIL.

    • casarrubea ha detto:

      E cosa ha prodotto quella borghesia? Ha prodotto la carneficina di Bronte, Francesco Crispi, la repressione armata dei fasci dei lavoratori, il connubio mafia-Stato, ecc. Il fatto è che l’Italia non ha mai avuto neanche una sua vera rivoluzione borghese, autenticamente liberale. Quando ha cercato le vie per percorrerla, è piombata nella dittatura fascista. Così è successo dopo la prima guerra mondiale e così succede ancora oggi, in maniera diversa, con l’abbattimento dello stato sociale, del lavoro come valore primario, dei diritti fondamentali di ogni cittadino.

  3. franco ha detto:

    Caro compagno Giuseppe,

    Due rilievi:

    1) Non possiamo negare la natura rivoluzionaria della borghesia almeno fino alle realizzazioni (parziali) delle rivendicazioni democratico-borghesi (liberazione di aree e regioni del paese dal dominio straniero, unificazione nazionale, separazione tra stato e chiesa), seppur in un quadro di differenza programmatica importante tra i liberali/monarchici di Cavour e i liberali/repubblicani di Mazzini; mentre con Pisacane e gli anarchici abbiamo le prime differenziazione di un’area politica più legata agli strati popolari (ma molto minoritaria in quel periodo). Le sezioni della Prima Internazionale in Italia non a caso hanno origine dalla sinistra rivoluzionaria borghese repubblicana;

    2) quando la borghesia diviene classe dominante a livello nazionale, dopo la vittoria della rivoluzione borghese nel 1861 (l’incontro tra Garibaldi e il Re sancisce fisicamente l’egemonia liberale e monarchica nella rivoluzione, un processo che ha inizio a mio parere dopo la sconfitta dei moti rivoluzionari del 1848) non c’è dubbio che la borghesia diviene una forza pienamente reazionaria (da cui la repressione dei movimento operaio e bracciantile, delle sue organizzazioni sindacali e politiche in tutti questi 150 anni).

    3) La dittatura della borghesia, in questi centocinquanta anni, si è manifestata sotto le forme monarchiche e liberali, monarchiche e fasciste, repubblicane e democratiche, repubblicane e populiste, come in questo periodo;

    5) Sta al movimento operaio e socialista/comunista superare questo sistema economico e sociale dominato dalla borghesia, cioè costruire un’alternativa di società e di potere al capitalismo: un governo dei lavoratori per la trasformazione socialista. Questo non toglie che dobbiamo in questa fase mettere in campo una piattaforma unificante di tutto il mondo del lavoro salariato, dei disoccupati, degli studenti, degli immigrati, delle donne…….. Una piattaforma di rivendicazioni democratiche (antirazzismo, diritti civili, sistema elettorale propozionale, non al presidenzialismo e al federalismo….), economiche (lavoro, salario, orario, diritti, tutele, No al tavolo della produttività, No al patto con la confindustria, difesa del Contratto nazionale) e transitorie (occupazione delle fabbriche che chiudono e licenziano, controllo operaio delle aziende occupate, redistribuzione e riduzione dell’orario di lavoro per ridurre la disoccupazione, ecc). Mantenedo sempre l’indipendenza politica ed organizzativa del movimento operaio dalla borghesia e dai loro governi, locali e nazionale.

    Fraterni saluti

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