Il risveglio dell’Islam

di

Giuseppe Casarrubea

Ben Alì (a destra)

E’ arrivata improvvisa, silente, la rivolta che fa tremare il potere costituito in molti Paesi arabi. In Iran, Egitto, Tunisia, Yemen, Libia, Algeria, Bahrein. Qualcuno prevede che il prossimo turno sarà la volta dell’Arabia Saudita, una roccaforte della monarchia assoluta di stampo medievale. Sembra che con il tam tam di Facebook e il sottofondo dei tamburi indiani, come quelli che si vedono nei film western, si siano disotterrate nottetempo asce nascoste da secoli e che inveterate oppressioni abbiano rotto gli argini provocando tracimazioni a catena. Anzi, un vero e proprio terremoto.

L’onda d’urto sembra avere  un solo nemico: la tirannide, i vertici del potere dittatoriale. Ma in questo processo di natura rivoluzionaria, non tutto è chiaro. Anzi, le ombre sono di più delle evidenze, se è vero che in tutti i casi che stiamo registrando, nessuno ha idea di cosa sarà il futuro. Il presente ci dice solo che l’uomo è un animale raro. Quando va al potere è capace di usarlo come  neanche le belve fanno a danno dei loro simili. E’ brutale, sanguinario e dimostra la vera natura del dominio su altri uomini. Lo stiamo vedendo in Libia dove si è scatenata una guerra civile senza precedenti.

I crimini ai quali stiamo assistendo ci ricordano quelli commessi dalla popolazione italiana al tempo della dominazione del 1911-1943, quando  circa 5000 libici furono confinati nelle isole di Ustica, Ponza, Favignana e Tremiti senza che se ne sapesse più nulla. Allora l’aviazione italiana bombardò a tappeto le città e i villaggi, fece uso di gas e di armi chimiche mortali; deportò nel 1932 in campi di concentramento, 100.000 libici dell’altopiano della Cirenaica nel deserto della Sirte  provocando la morte di 40.000 persone a causa della denutrizione, di malattie e  delle uccisioni indiscriminate. Le nostre truppe, inoltre, confiscarono i centri spirituali ed assistenziali, disseminarono il confine egizio-libico di mine, causando morti e mutilazioni. Per non parlare di migliaia di partigiani libici impiccati solo per aver difeso la loro terra dal dominio straniero.

 

Rivolta in Libia

L’Italia non ha nessuna lezione da dare. A nessuno. Se oggi la vediamo attiva sul piano dell’iniziativa internazionale è solo per la paura di non reggere all’urto di un’ondata migratoria dalle proporzioni colossali. Ma ci chiediamo: in quanti hanno coltivato relazioni di amicizia con il folle rais africano? Pochi, forse, come Berlusconi gli hanno consentito di fare il bello e il cattivo tempo in casa nostra. Oggi ci troviamo di fronte a un popolo doppiamente martoriato: dalle tragedie della sua storia e da una guerra civile senza precedenti.

Ma lo scenario che abbiamo davanti è molto più vasto, come sappiamo. Il presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, il 23 febbraio scorso ha ammonito, stando alle notizie della stampa,  il leader libico Muammar Gheddafi. Gli ha detto che deve «ascoltare le richieste del suo popolo», ed evitare di ricorrere alla violenza. Ahmadinejad ha aggiunto che «il mondo è alle soglie di grandi cambiamenti», e ha sottolineato, “il ruolo del dodicesimo Imam di cui gli Sciiti attendono il ritorno per portare la giustizia sulla Terra”. Certo la predica non viene da un pulpito credibile se è vero che dopo la sua rielezione nel 2009, i servizi di sicurezza hanno represso ogni forma di protesta e che l’opposizione iraniana non gode di grandi spazi di manovra. Fino ai morti registrati nelle manifestazioni di questi giorni.

Fra le cose che non si capiscono vi è, quindi, questa, tra le prime: la divaricazione di giudizio su ciò che sta accadendo tra un Paese come l’Iran e le rivolte del mondo arabo definite da Teheran un “risveglio islamico”. Egitto e Tunisia, dopo la caduta di Ben Alì e Mubarak, non lasciano trasparire un futuro certo di democrazia. La transizione per il momento è affidata ai militari, gli unici in grado di garantire, con la forza delle armi, il controllo politico e sociale di questi Paesi, dopo la rottura dei vecchi equilibri. La Libia segue a ruota, come in un effetto domino e con la variante che l’esercito è in gran parte ancora con Gheddafi.

E’ solo merito dei giovani e di Facebook? O dietro ci sono spinte non meglio identificate?  Ben Alì (al potere dal 1987), il secondo presidente della Repubblica tunisina dopo Bourghiba, sarà stato pure un lazzarone. Ma è stato anche un presidente vicino all’occidente europeo. L’economia del suo Paese per competitività nel mondo africano si è classificata al primo posto secondo il Forum mondiale dell’economia. Ma dal punto di vista della salvaguardia dei diritti umani il suo governo è stato dittatoriale e corrotto. Va bene dunque che sia finito tra i clamori della folla.

 

Sadat

Diverso è il caso di Mubarak in quanto questi, se da un lato si era espresso contro la guerra in Iraq (2003) imposta dagli Usa e dalla Gran Bretagna, ha anche avuto un particolare ruolo all’interno del mondo islamico. Ha riconosciuto la religione dei cristiano-coopti, sanando il conflitto aperto dal suo predecessore Sadat, che ne aveva esiliato i capi religiosi. Forse Mubarak non ha tenuto in debito conto la storia del suo predecessore. Da un lato ha salvato il prestigio degli egiziani con la guerra del Kippur contro Israele, ha lavato l’onta della sconfitta del 1967 e recuperato buona parte del Sinai, fino al risultato della pace di Camp David. Dall’altro, però, ha adottato le maniere forti contro le organizzazioni musulmane e imposto il suo potere autoritario. Non ha fatto la fine di Sadat, ma è come se l’avesse fatta rimanendo vivo.

Nonostante il quadro sia ancora confuso  è legittimo avanzare un dubbio. Che dietro questo Quarantotto africano apparentemente non integralista che si batte per la democrazia, ci sia un vero movente: il controllo delle risorse energetiche. Le democrazie occidentali tratterebbero meglio, infatti, con democrazie reali costruite sul loro modello, che non con capi  dispotici e speculatori che hanno fatto del loro potere delle dittature. E, come si sa, tra due litiganti il terzo gode.  Se si eccettua il ruolo che può svolgere in tutta questa vicenda l’integralismo islamico,  cosa che non è affatto da escludere, l’enigma sta nel capire chi è il terzo. Ma, forse, non è necessario fare molta fatica per venirne a capo. Lo sapremo presto.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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4 risposte a Il risveglio dell’Islam

  1. Antonino ha detto:

    La rivoluzione in atto nel Nord Africa (Tunisia, Egitto, Libia) e nel Medio Oriente (Giordania, Yemen, Baharain), le lotte in corso negli altri paesi (Algeria, Marocco, ecc) è un fatto storico che merita una riflessione. Provo ad esporre per punti alcune considerazioni:

    1) L’imprevedibilità dei processi rivoluzionari. La crisi capitalistica internazionale (peggioramento delle condizioni sociali) e le condizioni di oppressione politica, seppur differenziate (regimi bonapartisti in Tunisia ed Egitto; monarchici in Marocco e Baharain; regime nazionalista militare in Libia), da parte di una borghesia nazionale debole e fragile (i capitali investiti sono esteri) hanno costituito le fascine su cui si è sviluppato l’incendio;

    2) le lotte della classe operaia (sopratutto in Tunisia, Egitto, Baharain) ha portato alla costituzione di una sinistra sindacale classista nel sindacato tunisino UGTT e alla fondazione della Federazione dei sindacati liberi in Egitto;

    3) il ruolo degli USA e UE nella formazione di governi di unità nazionale (con esponenti del vecchio regime, forze liberali e riformiste (ex staliniste) centrati sulle forze armate (esercito) e sulla borghesia nazionale in Tunisia ed Egitto;

    4) la presenza di una opposizione sociale e popolare (classe operaia attraverso sindacati combattivi e conflittuali; partiti trotskisti; partiti stalinistie nazionalisti di sinistra; partiti democratici radicali;) contro questi governi di unità nazionale sopratutto in Egitto e Tunisia;

    5) la nascita di Comitati popolari di autodifesa (Tunisia ed Egitto) e la rivendicazione (negata) dell’Assemblea Costituente;

    6) la debolezza dei partiti rivoluzionari (piccole organizzazioni in Egitto e Tunisia, assenti in Libia);

    Per concludere una situazione fluida in cui il processo di rivoluzione permanente può bloccarsi alla fase democratica (che comunque non risolverà i problemi economici e sociali dei disoccupati, della classe operaia, dei contadini poveri, delle masse popolari. in sintesi del proletariato), ma che comunque rappresenta un enorme passo avanti perche permetterà ai lavoratori di costruire le loro organizzazioni (sindacali e politiche). Basta pensare che in Libia non esistono fino ad oggi strutture sindacali e partiti politici (tutti fuorilegge).

    Per quanto ci riguarda credo che dobbiamo esprimere pertanto la massima solidarietà a queste rivoluzioni e costruire un ponte tra i lavoratori di entrambe le sponde del Meditterraneo contro leghisti, xenofobi e razzisti di tutte le latitudini.

  2. Sherab Dorje ha detto:

    Il titolo dell’articolo è molto ambiguo. Non è “il risveglio dell’islam” ma la rivolta popolare contro dittature che affamano e privano di ogni diritto la popolazione locale! È uno SCHIFO che OGNI cosa provenga dal mondo arabo sia subito ta…cciato di “islamismo” o integralismo. Siamo di fronte a una rivolta popolare priva di contenuti religiosi, come dimostrato dal fatto che nessuna bandiera occidentale, nemmeno USA o ebraica, sia stata bruciata in questa vera e propria rivoluzione. Il problema è nella miopia di certi titoli e nella manipolazione, in entrambe le sponde del Mediterraneo…

    • casarrubea ha detto:

      Il titolo non è mio, ma ripreso – come avrà notato nell’articolo – da un giudizio espresso da Ahmadinejad sui fatti che accadono in diversi Paesi arabi del Mediterraneo. Nel testo l’espressione è riportata virgolettata. Questo per la precisione. Grazie, comunque, per l’attenzione prestata alla lettura del mio articolo che voleva mettere in risalto la divaricazione tra le valutazioni di Teheran e quelle correnti nel mondo occidentale.

  3. Sergio ha detto:

    Se escludiamo la possibilità che gli odierni movimenti nell’Africa mediterranea abbiano come matrice e direzione Al Qaeda, quale scenario possiamo immaginare?
    La risposta potrebbe essere semplice e forse anche ridondante.
    La questione scottante di questi giorni, se vogliamo essere cinici, se vogliamo mettere da parte le emozioni umane e legittime di sconcerto e sconforto per i modi in cui le rivolte vengono represse dai militari, resta quella di individuare il “mangiafuoco” della situazione, capire chi trama dietro le quinte.
    Quello che turba davvero noi osservatori esterni (fino a che punto esterni?) è il dover pensare che il nostro desiderio di democrazia possa essere macchiato dagli interessi d’oltreoceano; che il nostro “sentire umanitario” possa essere considerato, utilizzato, sfruttato come veicolo di idee e progetti che non ci appartengono. E il rischio che ciò accada è ampliato da tutto quello che facciamo o diciamo per via telematica. Il punto è averne la consapevolezza. Almeno quella.

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