La felicità minore

Gli uomini hanno talvolta una tendenza inavvertita a confondere le cose. Faccio solo pochi esempi: scambiano l’amore con la passione, l’onore con il disonore, la patria con l’appartenenza a un territorio, la famiglia con il familismo,  il successo con l’immaginario che si sono costruito  con i propri scopi di vita e sociali, i valori con il loro opposto. Possiamo dire che negli ultimi vent’anni è avvenuto il capovolgimento di ciò che ritenevano fossero le mete ultime, fino a quando se le sono trovate davanti completamente capovolte. Alcuni mutamenti sono serviti a svecchiarli, ma altri, al contrario, li hanno appiattiti su un modello artificioso di vita che ormai non riconoscono più. Tanto è stato il peso pervasivo della loro coscienza.

Un rovesciamento di clessidra che ha rimesso sopra granelli di sabbia che prima stavano sotto e cominciano lentamente a precipitare in basso  e a dare spazio a continui mutamenti.

Pensiamo alla felicità.

Prima eravamo felici in determinate condizioni; in presenza del lavoro, dell’amore che percepivamo come la nostra anima, del successo sociale. Aspirazioni che oggi destano non poche inquietudini, e che più che renderci felici, ci fanno soffrire.

Qualche anno fa  è stata, forse, la crisi della felicità propria della società di oggi, a spingere la baronessa e scrittrice Renata Pucci di Benisichi a scrivere una “Guida alla felicità minore” che questa docente universitaria, traduttrice e nobildonna siciliana ha pubblicato per i tipi della prestigiosa Editrice Sellerio. La titolare della Casa era una signora di rara capacità imprenditoriale, e di raro fascino personale, nonostante avanti negli anni. A lei avevo mandato, nei primi anni Ottanta del (ahimè!) secolo scorso il mio “Intellettuali e potere in Sicilia”. Lo aveva dato in lettura a Leonardo Sciascia e al professore Antonino Buttitta e mi aveva inviato alcuni giorni dopo il contratto. Ma la busta rimase inosservata su un mobile d’ingresso di casa mia fino a quando qualcuno l’aveva fatta scivolare inavvertitamente dietro il mobile. La vidi per caso un giorno precipitata nel buio di una fessura tra il pezzo di arredo e la parete, e con sorpresa notai che era una lettera della signora Elvira Sellerio. Conteneva il contratto e poche righe di cui ricordo soltanto questa breve frase: “Se sono rose fioriranno”. Fu allora che sperimentai, per la prima volta in vita mia, la felicità minore. Quello stato d’animo, cioè, che si ha quando ci si trova di fronte a piccole buone notizie, o sensazioni gradevoli che si hanno all’improvviso come effetto di una alchemica combinazione di circostanze favorevoli, che ti mettono in condizione, in un momento, di dire che ti senti bene. Una sorta di gradevolezza analoga a quando passeggi e senti inaspettato l’aroma del caffè o a quando ti arriva alle narici il profumo del pane da un forno vicino.

Di simili provvidenziali frutti, l’anziana baronessa me ne citò alcuni una sera che eravamo assieme a tavola, per festeggiare, con altri commensali ai quali si era accompagnata, la presentazione di non ricordo più quale mio libro, in un paese delle Madonie. Era molto attenta ai discorsi che si facevano tra un bicchiere di vino e un altro. Aveva le antenne tese come un radar pronto a captare il passaggio, attraverso il suo raggio d’azione, dell’oggetto delle sue attenzioni. La felicità minore, appunto. Fu la prima e, spero, non l’ultima volta che entrammo in sintonia.

La felicità maggiore è un’altra cosa. Quella con la effe maiuscola. Intanto è rara e la puoi incontrare poche volte nella vita. Quando ami veramente, quando ti nasce un figlio o una figlia, quando i tuoi figli si sposano, quando diventi nonno o nonna. Quando vai in paradiso. Ma la felicità minore è qualcosa di meno ciclico, non segue un andamento generazionale. E’ più ricorrente, più semplice. Devi solo coglierla. Perciò con la baronessa, quella sera a tavola, ci siamo scambiati alcuni esempi. Adesso non ricordo quali, ma si trattava di rispondere alla domanda: “Puoi farmi un esempio di felicità minore?” con affermazioni adeguate. Ad esempio:

–         quando guardi fuori la pioggia e provi un senso di protezione;

–         quando un amico ti telefona e ti chiede un consiglio;

–         quando passeggi a piedi scalzi un mattino d’estate in riva al mare;

–         quando ascolti il silenzio e ti senti rinascere;

–         quando dài una mano a qualcuno.

E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Ma mentre snoccioli questi tasselli del tuo benessere scopri che in fondo non ci vuole molto per essere felici, se la sintonia della tua anima è quella giusta.

Giuseppe Casarrubea

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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4 risposte a La felicità minore

  1. Renzo C ha detto:

    Carissimo Dott. Casarrubea,
    ho letto questo suo articolo con un senso di leggerezza che mi ha pervaso e coinvolto, assaporando, come ormai sono sempre più convinto, la squisita felicità che solo certe piccole cose sanno dare: le pagine di un libro che appassiona, la soddisfazione nella condivisione, l’aroma di un buon vino…

    Talvolta anche le ragioni storiche sono in grado di regalare momenti di gradevole approfondimento, perchè vi è piacere nel divulgare, nel fornire spunti di riflessione e nuovi punti di vista, magari solo confermati, non necessariamente scoop sensazionali.
    C’è però anche un rovescio della medaglia, quando ad esempio scopri che personaggi insospettabili, paladini della verità a chiacchiere, non sono disposti ad accettare si possano divulgare scomode verità.
    Questo per me è passare da una felicità minore, il piacere di condividere conoscenza, ad una tristezza maggiore, perchè per la mente umana mestizia e sfortuna sono purtroppo sempre più “forti” di felicità e fortuna.

    Se il caso Le interessa, anche perchè in qualche modo La riguarda, Le scriverò privatamente.

    Cordiali saluti

    Renzo C

  2. samina ha detto:

    Molto bello quest’articolo, che rimanda con leggerezza a ciò che tutti conosciamo ma su cui di rado ci soffermiamo.
    Eppure la Rivoluzione parte proprio da qui: dal sentire, dal riconoscere ciò che si sente, e infine incarnarlo davvero.
    Mi piace ripetere qui un’etimologia che condivido sempre con piacere: “felicità” deriva da una antichissima radice indoeuropea “dhe-” che vuol dire, nello stesso tempo, allattare ed essere allattati. E’ quella la nostra prima felicità, quella in cui eravamo fusi e confusi col primo essere amato e amante. E’ quella di dare e ricevere nello stesso istante, senza poter né voler separare una cosa dall’altra.
    E questo sarà poi, via via, al centro di ogni nostra felicità successiva, maggiore e minore.
    Grazie di questa bellissima nota!
    Daniela Thomas

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