Morte di Bin Laden

di Luca Immordino

Osama Bin Laden

Nonostante sia passata quasi una settimana dall’uccisione di Bin Laden, ancora si hanno dichiarazioni e ricostruzioni contrastanti, addirittura da parte delle stesse autorità americane.

In una democrazia è necessario ricorrere al processo, anche nei confronti del peggiore criminale, per attribuire tutte le responsabilità con certezza. Il processo può permettere anche l’accertamento di altri crimini commessi, le relazioni con altri gruppi terroristici, il confronto tra le diverse versioni dei vari testimoni, eccetera (si pensi ai processi per mafia, svoltisi in Italia, se si fossero ammazzati tutti i boss senza processo, si sarebbe riusciti con molta più difficoltà a smantellare e comprendere il funzionamento delle loro organizzazioni).

Motivo per cui è importante accertare le modalità con le quali è stato ucciso Bin Laden. La sottoposizione del cadavere del terrorista agli altri paesi che hanno appoggiato la lotta al terrorismo, era doverosa sia per accertarne
l’identità, sia per stabilire se era inevitabile la sua uccisione da parte del commando americano, sia per stabilire se si poteva catturare vivo. Esistono tecniche d’incursione che permettono la cattura di persone senza uccidere
nessuno come ad esempio l’uso di gas soporifero, di bombe stordenti, eccetera;
il tutto più sicuro del modus operandi posto in essere dai Seals: si
pensi se una moglie del terrorista avesse indossato una cintura esplosiva o
avesse azionato un congegno per far saltare tutto in aria o che azionasse
trappole a difesa dell’abitazione.

Il problema non è quello di mostrare immagini cruente o meno, ma la possibilità
di accertare gli eventi tramite l’analisi del corpo, dei luoghi o quantomeno
delle riprese degli stessi, e delle testimonianze di chi è stato protagonista
dell’accaduto; il tutto al fine di ricostruire quali sono state le modalità che
hanno portato alla morte del leader di Al-Qaeda, in modo da confutare ogni dubbio.
Così nasce il sospetto che si voglia nascondere qualcosa, fondato sulla poca
chiarezza e sulle contraddizioni emerse in questi giorni. Infatti, nascono
legittimi sospetti come quello che sorge dalla riflessione su come mai un
miliardario non viveva in un bunker sotterraneo nascosto, invece che in un
normale edificio e per giunta all’ultimo piano che era caratterizzato dai vetri
delle finestre oscurati (bersaglio molto semplice da colpire), con pochi uomini
a sua difesa e in una condizione d’isolamento; in un quartiere di Abottabad
dove vivevano molti militari in pensione, questi difficilmente non si sarebbero
accorti di quest’abitazione così misteriosa (vi erano molti indici di sospetto:
la spesa compiuta per molte persone, le palline usate per il cricket che
cadevano nell’abitazione non venivano restituite, bensì pagate con un dollaro,
prezzo spropositato rispetto al valore di una pallina, denaro fatto trovare
sotto la cancellata dopo ogni arroccamento, eccetera). Se in quaranta minuti,
tempo di durata del blitz, insieme alle altre operazioni si poteva perquisire
in ogni angolo l’edificio e le sue appartenenze. E tanti altri.

In questa vicenda sorgono vari interrogativi e concomitanze come quella che fa
supporre che probabilmente Osama Bin Laden è morto da tempo. Così si può
facilmente ipotizzare che questa è stata un’abile mossa di propaganda politica,
in un periodo in cui Barack Obama era in calo di consensi e soprattutto aveva
perso la maggioranza alla camera del congresso statunitense, nelle ultime elezioni
di medio termine. Altro interrogativo è quello che fa supporre che tutto questo
è accaduto perché non si voleva far parlare Osama Bin Laden per paura che
rivelasse verità o patti nascosti. Se tutto fosse avvenuto in maniera lecita,
non vi sarebbe stata la necessità di nascondere alcunché. La ricerca della
verità è elemento essenziale per realizzare la democrazia.

Il problema è che gli americani, che hanno condotto la guerra al terrorismo,
hanno fatto passare il messaggio che il terrorismo sia Bin Laden. Identificando
così un nemico assoluto alla cui cattura o alla cui morte sarebbe stato
sconfitto tutto il terrorismo. Purtroppo la faccenda non è così semplicistica;
esistono altri terroristi ed esistono altre strutture organizzate facenti capo
all’estremismo islamico. Oltre a questo bisognerebbe intervenire sul fronte
culturale aiutando la nascita di un nuovo illuminismo per i paesi islamici. Ciò
può avvenire anche incoraggiando la libertà d’informazione, utile per spezzare
tabù e concezioni retrograde imposte dal fondamentalismo religioso, che sono la
linfa per la formazione di nuovi estremisti (considerando che in quei paesi
sono presenti moltissime scuole coraniche ed a volte sono le uniche scuole
esistenti).

Festeggiare per l’arresto di un criminale è lecito, ma bisogna evitare il
pericolo da parte degli USA di celebrare la propria supremazia e superiorità
sul resto del mondo arabo e non. Non è stato un bel gesto nascondere agli
alleati l’operazione, non coinvolgendoli sulle decisioni e soprattutto non
fornendo elementi come l’analisi dei filmati, l’interrogazione degli autori del
blitz e dei testimoni, l’autopsia e quant’altro sia utile per una ricostruzione
obiettiva. Ricostruzione che è doverosa in un sistema democratico visto che con
la lotta al terrorismo vi sono state tante restrizioni delle libertà personali
dei cittadini, l’uso di rimedi estremi come la guerra e di altri non leciti e
da condannare, come il sistema di torture creato e applicato nella prigione
statunitense di Guantanamo.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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