Partinico: quando si cessa di pensare

vento di scirocco

I- Questo è il paese delle campane a morto, dello scirocco, dell’arsura estiva che si mangia alberi ed erba, brucia la pelle e spinge ad una siesta senza fine. E’ Partinico. Qui si dorme. Supini nel letto, con le imposte semiaperte per favorire che il vento s’infili con maggiore pressione accarezzando i bordi delle finestre. Quando l’aria è calma e umida, e toglie il respiro. Qui tutto sembra segnato da un destino fatale e anche i comportamenti di quelli che il popolo elegge a suoi rappresentanti, scandiscono, come un pendolo, l’impossibile ritorno alla normalità, scarafaggi nella stoppa. 

Se normalità è non essere soffocati, o non lasciar morire le cose, o, ancora, non macinarle come in un tritacarne, o in un macinino. Per questo, a Partinico, ci si abitua a prolungare la soglia della propria pazienza, a spingerla oltre il dovuto. Per non rassegnarsi a perdere la speranza come un malanno cronico che ti coglie per nascita. Qui si fa in dieci anni quello che si può fare in pochi giorni. Tutto esprime lentezza e impedimento: i cellulari sempre accesi, come se si aspettasse la notizia decisiva, il non ascolto, l’io che si gonfia in ciascuno come una mongolfiera, la presunzione, l’imposizione, la violenza, il rinvio sine die.

Al comune cittadino non resta che il solo trascendente, l’insieme degli dei pagani, perchè neanche Cristo vorrebbe che l’incuria e l’inerzia umana distruggessero il barlume di futuro cui ogni essere che vive ha diritto. E tuttavia Partinico è anche il paese del vuoto, dei depressi e dei suicidi, di  una mafia atavica alla quale non dispiace il legalitarismo dei calcetti e delle pizze. Forse per questo il vuoto si tende a coprirlo con un certo tasso di processioni, preti, litanie e inni sparati a santi e madonne dalle colonne alte dei campanili, dagli altoparlanti che hanno preso il posto delle campane. Preti e canti liturgici, arsure. Preti che comandano, come podestà, anche se senza stivali e con tonache lunghe fino ai malleoli.

In nomine domini amen.

Non credo che in questo luogo di incensi e di vaporose file di pellegrini che vengono a inchinarsi a beati e a santuari dove ancora spiccano i nomi di munifici capifamiglia che a Partinico trovarono i natali, la religione c’entri qualcosa. Quando studiavo dai benedettini, i frati mi insegnarono un detto che non ho mai scordato: “Ora et labora”. Prega e lavora. Ma Partinico è il paese dell’inferno, delle generazioni che si lasciano perdere, o dei giovanotti impomatati che passeggiano in macchina con i finestrini abbassati fracassando timpani e vetri mentre procedono lenti sulle loro scatolette metalliche, vagando per destini ignoti. Hanno cessato di pensare. La scuola e la famiglia li hanno formati così.

La cultura del rumore va di pari passo con l’inquinamento generale. Fa parte di un grande sistema duale: da un lato il vuoto, il vortice, il baratro. Dall’altro la creazione, lo sviluppo, il silenzio. Ma quest’ultimo versante non esiste.  Neanche concettualmente. Così ha senso solo il rito, la preghiera è sconosciuta. E non basta intonare un inno.

 Giuseppe Casarrubea

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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13 risposte a Partinico: quando si cessa di pensare

  1. matteo stassi ha detto:

    sono ritornato qui in sicilia a fare le ferie credo che siamo come prima solo piu abbandono delle cose pubbliche e immondizia da tutte le parti e incredibile non e solo che non si muove siamo come un fiume letto vicino alla foce sporca e puzzolente tra l indiferenza generale non solo a partinico ma in tutti posti che ho visto apatia e edonismo della gente ciao saluti mTTEO

  2. Gigia Cannizzo ha detto:

    Il mio commento è uno solo: una grande tristezza per questo mio paese infelice, depresso, invaso dalla sporcizia, dall’ignoranza, dal menefreghismo. Regna l’assenza di ogni guida e amministrazione, l’assenza di una minima PASSIONE civile, di alcun segno di amore alla vita….. Da piangere! ma non sono venuta quest’anno in estate per essere turbata ancora dallo spettacolo!….. Gigia

  3. Benedetto Zenone ha detto:

    Per ritrovare energie, ormai bruciate dal tempo e dalle incancrenite abitudini, ho passato qualche giorno di vacanza lassù in montagna a Selva di Val Gardena. Lì, rozzi montanari, in pochi decenni hanno trasformato le povere montagne in fiumare di gente che per una passeggiata tra quei sentieri son disposte a sborsare euro a centinaia. Ho ricaricato le batterie è son tornato a Trappeto spinto da un sacro furore………spento immediatamente dalle ceneri dei falò dei barbari di ferragosto.

  4. Elio Chimenti ha detto:

    Beh, è proprio così! Eppure qualcosa potrebbe cambiare se solo quelli che scrivono…si dessero da fare. Anche un poco!

    • casarrubea ha detto:

      Ognuno deve fare il suo mestiere. I politici dovrebbero occuparsi della cosa pubblica, i ricercatori di ricerca, i medici di non ammazzare la gente, quelli che scrivono di scrivere. Ognuno si dovrebbe dare da fare nel campo in cui ha una propria competenza. Ma a Partinico neanche queste regole valgono. Ce ne fosse qualcuna magari la si potrebbe seguire. Purtroppo non c’è. Siamo sotto il dominio dei pazzi che, come gli attuali amministratori, presumono di avere competenza e lungimiranza attribuendosi poteri che non hanno. Pare che abbiano scambiato la politica culturale con il Festival di San Remo, le partite di calcetto per attività antimafia, e le conferenze stampa a Palazzo di città per quelle che si tengono al Parlamento europeo. Tutti si dànno da fare macinando chilometri in uno stesso punto. Vinceremo qualche primato almeno?

  5. giuseppe ruffino ha detto:

    Carissimo Giuseppe,
    non si tratta solo di Partinico: io vivo tra Terrasini e Cinisi e … non riesco più a darmi da fare!
    Molto tempo fa scrissi un racconto (una metafora) intitolato “La scuola scomparsa”.

    Un bel giorno -niente di straordinario- in un paese della Sicilia arriva lieve lieve lo scirocco. Questa volta, però, c’è qualcosa di insolito nell’aria. Infatti d’improvviso il vento si scatena come non mai e una sabbia sottile comincia a ricoprire ogni cosa. L’afa opprimente scioglie tutto e la gente, distrutta, si trascina in massa verso il mare ormai giallognolo, che aggiungerà pena alle pene.
    Resta soltanto l’edificio scolastico, ma anche quello soccomberà!
    Giuseppe Ruffino

  6. Antonino ha detto:

    In estate, ogni anno ritorno al mio piccolo paese, Pioppo, frazione di Monreale. Tanto tempo è passato quando in questo piccolo paese un gruppo di giovani studenti e lavoratori costituirono diversi comitati di lotta per il lavoro, coinvolgendo nella lotta anche le donne disoccupate.
    Lottavamo per la trasparenza nelle assunzioni all’Ufficio di collocamento (allora c’era anche questo), nei cantieri scuola. Ma anche per i servizi sociali e scolastici, per una sanità pubblica che in Sicilia non c’è mai veramente stata.
    Eravamo fiduciosi nel futuro, avevamo iniziato a fare attività politica giovanissimi nei licei a Palermo a metà degli anni ’70 e poi all’Università.
    In questa lotta, noi militanti della sinistra rivoluzionaria, incontravamo e collaboravamo con i militanti più anziani che avevano fatto le lotte bracciantili della seconda metà degli anni ’40 e degli anni ’50. Militanti che con coraggio avevano costruito il Partito comunista. Noi militavamo in Democrazia Proletaria, personalmente nella sinistra leninista e trotskista e rappresentavo quest’area nel coordinamento regionale di DP.
    Nella CGIL avevamo costruito una sinistra sindacale, Democrazia consiliare, e lottavamo contro la burocrazia sindacale che proponeva l’alleanza dei produttori, cioè con la borghesia mafiosa.
    I compagni del PCI pensavano che la politica di alleanza con la Democrazia Cristiana portata avanti dal PCI era tutta una tattica mirante a fregare l’avversario di classe, ma si sbagliavano come i fatti dimostreranno.
    Negli anni ’80 tutta questa sinistra subiva una feroce sconfitta, poi ancora altre sconfitte……

    Ecco la situazione che ritroviamo nelle città siciliane è frutto di quella sconfitta, ma credo che qualcosa si ricomincia a muovere anche in Sicilia. Il movimento operaio ricomincia a ricostruire faticosamente le sue organizzazioni.

    Il 1° Ottobre è confocata a Roma un’assemblea, un fronte unico di militanti della sinistra politica e sindacale. Insomma qualcosa si muove…..la prospettiva ritorna a chiarirsi, lo scontro di autunno che si avvicina dovrà vederci nelle piazze con le nostre bandiere. Noi porteremo quella con il mondo coperto da una falce e martello incrociati e la scritta: Partito Comunista dei Lavoratori, per la Quarta Internazionale.

  7. Gianlivio Provenzano ha detto:

    ” Vado via perchè Partinico è un paese con pochi sbocchi e troppi problemi, resto qui perchè voglio contribuire a una Partinico migliore”!!!

    • casarrubea ha detto:

      Caro Gianlivio,
      fai bene a restare per costruire un paese migliore. Per fare questo ci vogliono politici ben preparati, e tu puoi essere uno di costoro. Ma devono consentirti di essere libero, di poter realizzare i tuoi desideri, di non buttare al vento ciò che fai e desideri fare. Questi amministratori che abbiamo non solo non sanno realizzare ciò che promettono, ma ti impediscono persino di valorizzare ogni risorsa per il cambiamento. Sono come capitribù sempre in danze di morte con i pentoloni accesi per scotennare qualcuno. E se i politici locali non vedono questo carattere predatorio, credo che sarà difficle cominciare a cambiare le cose.

  8. Gianluca Ricupati ha detto:

    Parole che tutti pensano, preferendo tuttavia tenerle dentro di sé, probabilmente perché, anche i più attivi, i più ribelli, i più intraprendenti vengono assopiti, inconsciamente forse, dal meccanismo lassista che questo scritto prova a “denunciare”.
    A volte anche io cado in questo circolo vizioso, tuttavia, almeno per ora, vivo non solo fuori dal gregge, ma nel costante tentativo di trovare e, possibilmente, indicare percorsi diversi da quello che sta portando la nostra città (e direi la nostra nazione) in un vicolo senza uscita.
    Utopia? Nelle condizioni attuali, forse. Ma sono convinto che, mettendo insieme le energie migliori che per fortuna ancora esistono nel nostro paese, potremmo segnare una svolta e una primavera partinicese.
    Altrimenti questo sfogo collettivo rischia di diventare mero disfattismo. E, sinceramente, sono ancora troppo giovane e pieno di voglia di fare per allinearmi a tale sentimento.
    Gianluca

    • casarrubea ha detto:

      Caro Gianluca battersi è un’azione di resistenza. Il mio rammarico è che non si levano voci che condannino in modo forte e chiaro i danni che questa specie di governo di San Remo sta producendo nei partinicesi, con effetti gravi persino sulla condizione civile di questa nostra popolazione. Si è approvato un bilancio assurdo nel silenzio più totale, quando tutti da bambini sappiamo che il bilancio di un comune è l’atto principale della sua politica. Il presidente della commissione consiliare del bilancio si è dimesso forse perchè non vuole condividerne le responsabilità dopo averle in qualche modo anche lui provocate. Le scuole sono senza una politica di lavori pubblici per la loro messa in sicurezza. Le leggi sono disattese, e non vedo avvio alcuno di attività democratica antimafia. L’antimafia verbaiola dà contentitni a destra e a manca mentre tutto va a catafascio. La diga sullo Jato, vanto della nostra storia democratica e delle battaglie della Camera del Lavoro e di Danilo Dolci, è stata ridotta a un carrozzone della nuova politica cuffariana e lombardiana. Il commercio è abbandonato a se stesso, mentre impera il modello del grande consumismo. Non resta traccia della nostra memoria storica, di ciò che avevamo di più caro e di più prezioso da additare alle nuove generazioni: il patrimonio urbanistico, le nostre produzioni, il nostro artigianato, le piazze, gli antichi cortili, i selciati, ecc. La vecchia villa comunale, dopo essere stata depredata dei suoi arredi (come del resto il paese con le sue fontane marmoree) muore giorno dopo giorno senza che nessuno faccia nulla. E’ stato speso un fiume di soldi per restaurare il palazzo che fu un tempo della nobile famiglia dei Ramo, già a partire dal sec. XVI, ma, inaudito a dirsi, tutto quello che è stato fatto è in una condizione di irreversibile degrado: umidità, sterpaglie, arredi di fatto fuori uso e attaccati dalla muffa, computer nuovi e mai usati ancora impacchettati e buttati a terra, scanner costosissimi inutilizzati, scaffalature di compensato incapaci di reggere alcunchè. E potremmo contibuare ancora. In cambio si sono spesi, pare, 45 mila euro per pagare un vincitore di San Remo che certamente sarebbe stato più felice se il denaro fosse stato impiegato per cause migliori e durature nel tempo.Si sono fatte raccolte di cui nessuno sa niente, come nessuno sa quanto veramente è costata questa festa del nulla dedicata alla Madonna del Ponte, con un prete sul palco, un assessore che avrebbe fatto meglio a starsene al Comune a pensare ad altro piuttosto che a comparire (almeno per pudore) su un palcoscenico, e un sindaco che non sa più che pesci pigliare e dove andarli a prendere, visto che il paese sta annegando tra immondizie di varia natura reale e metaforica, bollette d’acqua di tutti i tempi, dal diluvio universale ai nostri giorni, e tasse per mantenere un paese pulito quando mai e poi mai abbiamo avuto il piacere di vederlo pulito. Perciò, caro Gianluca, non dico che devi disperare che le sorti di questa nostra comunità possano cambiare, ma capisci bene che c’è “scuru e malu caminu”. Ma hai ragione tu, diamoci da fare per quello che ognuno nel suo campo può fare. Personalmente avevo, alla mia venerabile età, una piccola speranza: che le promesse fatte da questi signorini che fingono di amministrare fossero sincere. Che fosse vero che avrebbero accettato il dono (che io volevo fare ai miei concittadini) del mio ricchissimo archivio. Mi avevano promesso, oltre due anni fa, due stanze a Palazzo Ramo e ogni attrezzatura necessaria. L’assessore, di fronte a diversi consiglieri comunali presenti ebbe pure a dire, perentorio: (era il mese di settembre del 2009) – se entro dicembre di quest’anno non vi consegno i locali vi autorizzo a sputarmi in faccia -. Poi è spuntato che non hanno stanziato un centesimo per l’archivio storico di Partinico, per i due anni successivi, le attrezzature acquistate, nuove di zecca, le hanno mantenute impacchettate e tutto è tornato ad essere invaso dalla forza del tempo distruttivo. Perciò è giusto l’insegnamento dei nostri antichi saggi: – Mai dare perle ai porci- Gianluca. Non te lo scordare!

      • Gianluca Ricupati ha detto:

        Il silenzio domina perché, come dicevo nel mio breve commento, tutti, chi più chi meno, hanno cominciato ad essere parte attiva di questo meccanismo lassista, fatto di rassegnazione, di accettazione di modi d’agire impensabili nelle società civili e giuste.

        Non posso non condividere le posizioni esplicitate su come vanno le cose a Partinico. Aggiungo che è mortificante ad esempio l’immobilismo delle forze dell’ordine: questa è una delle cose che forse mi colpisce di più perché, in fin dei conti, purtroppo, a certi modi di fare del politico (con la p minuscola) medio ci siamo abituati. Per non rimanere nell’astratto, faccio un esempio: gli eclatanti casi dell’affidamento del bene confiscato alla mafia di via Enrico Fermi e dell’abbandono in cui versa l’altro bene confiscato di c.da Albachiara, situazioni gravissime che abbiamo denunciato con dossier inviati praticamente a tutti, comprese le forze di polizia locali. Ebbene, comincio a pensare che la famosa “zona grigia” si stia allargando a dismisura e che, mentre tutti festeggiamo i celebri arresti proclamati in pompa magna, meccanismi di celato favoreggiamento penetrino anche dove meno ce l’aspetteremmo.

        Siamo d’accordo: diamoci da fare.

        Ma, caro prof. Casarrubea, secondo il mio modesto parere, lei ha sbagliato ad affidarsi a questi signorini e, in generale, alle promesse (da chiunque arrivino). È uno studioso di livello nazionale, se non internazionale. Dispone di un archivio che tutti invidiano e vorrebbero nel proprio territorio.
        Non deve essere lei a “chiedere”, a farsi promettere qualcosa e a sperare che le stesse vengano mantenute, venendo poi puntualmente tradito.

        Se io fossi assessore alla cultura di questo paese, sarei io a venirla a cercare, a trovare delle condizioni per rendere collettivo il suo archivio. Ovviamente, per non essere demagogici (le casse del Comune non sono messe bene, nonostante qualcuno, a nostre spese, viaggi in America o a Gardaland, regali le agendine personalizzate ai consiglieri, paghi le costosissime cene di non identificati soggetti), lo farei cercando di fare tutto “in economia”: se, a quanto pare esistono già sia le attrezzature che la sua volontà di fare questo dono alla cittadinanza, io credo che il problema non sono i soldi, ma la volontà politica a causa, direi, della scarsa lungimiranza intellettuale di tali amministratori.

        Diamoci da fare. Vedrà che se arriverà una primavera partinicese, il suo lavoro storico potrà essere messo a disposizione della collettività. Continuare a sperare in questi signori significa legittimare quei meccanismi di rassegnazione e accettazione che poc’anzi denunciavo. Dà loro più forza. Perché piace loro tenere tutti i cittadini aggrappati a sottili fili di speranza, destinati a moltiplicarsi e ingrossarsi naturalmente nei periodi elettorali.

        E allora resistiamo e contrastiamoli a tempo pieno.
        Gianluca

  9. salvo vitale ha detto:

    Agli inizi di agosto mi ha raggiunto una telefonata in cui mi si avvertiva che la torre di Santa Katrini stava per essere demolita da una motopala, la quale aveva già distrutto la vicina cappella. Secondo gli studi di Leo D’Asaro questo poteva essere il sito di una mitica “Torre d0Ercole”, di cui si ha noyizia a partire dal 1.100. Io mi sono soffermato, seguendo le tue tracce, a un enfiteuta del 1.500, Francesco Ferreri, che dichiarava di possedere questa torre, a una ricognizione delle chiese e cappelle della Val di Mazzara, del 1534, in cui era citata la chiesetta, che serviva per i bisogni dei poveri contadini della zona, esentati, per la loro povertà, dal pagamento di qualsiasi tributo, e al delizioso affresco di una madonna col bambino che adornava la cappella. Adesso la parte superiore della torre è stata demolita e resta solo un moncone che, quanto prima sarà spazzato via. Tutto questo a proposito della sensibilità che a Partinico si ha nei confronti di reperti che documentano le tracce del passato e le radici storiche d’un popolo.Ciao

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