L’assessore “Due effe” non risponde

Il potere, sia pure quello di decidere di non far nulla, genera istintivo tribalismo, esseri tronfi con il complesso del Super-Io. I sintomi: le monomanie, talvolta religiose. Ci si crede santi, taumaturghi, imperatori di Roma. E’ la Nientopoli che non vogliamo. Roba da manicomio. Non della gente comune, ma di chi amministra come se fosse dentro un cavallo di Troia. Perchè il prossimo diventa nemico quando parla troppo e si interroga. Chi presume di avere il potere genera capitribù, centurioni, clienti e cordate di amici. Un congegno comportamentale siciliano e italiano nel quale l’Italia affoga. Con la sua gravissima crisi. Le borse europee precipitano, ma il premier è fermo a designare il suo erede al trono, parla della normalità dei suoi piaceri, e dalla sua falsa filantropia continua ad attaccare la magistratura. Di riflesso, in basso, tutto verte nell’implementare la cultura del ventre. Chissà quando si arriverà alla testa!

Per rendervene conto, tenete un diario di bordo. Annotate tutto quello che vi capita in una qualsiasi giornata. Osservate e descrivete carta e penna alla mano, come se tutto ciò che succede lo vedeste per la prima volta. E’ difficile questo sforzo, ma possibile. In società non bisogna mai essere abitudinari. Un risultato è certo: la realtà minuta che descriverete sarà il riflesso del più generale andazzo di cose. Ma questo non ci conforta. Anzi.

Siamo tornati ai tempi del doroteismo. I politici  promettono e non mantengono.  Immaginate che la vostra osservazione si ripeta sempre identica per anni. Un ritorno alla prima Repubblica, con diverse aggravanti dovute allo scadimento generale. A una sorta di cachessia strutturale.

Il fatto grave è che Partinico, come molti altri comuni, si è ridotto ad essere un paese che non vede più la realtà. Perciò rischia molto. Un paese dove  non c’è certezza e persino l’antimafia serve da paravento per tingersi di rosa, di allegria, di legalità. Il disagio è sotto gli occhi di tutti e  ha indicatori notevoli:  la perdita di memoria e d’identità, il ritorno all’epoca primordiale dell’indistinto rapporto uomo-tribù. La storia è lunga ma vale la pena raccontarla in poche righe.

Spesso le persone che incontro mi chiedono: – Da dove ha origine il nome di Partinico? – Siccome amo il mio paese rispondo per lo più facendone risalire l’etimo alla dea greca Partenope. Lo so che non c’è traccia alcuna di templi che ne indichino l’esistenza da queste parti, ma il mio ottimismo non viene mai meno, anche per le speranze che nutro per le nuove generazioni. Non penso mai che l’etimo possa avere a che fare con pars iniqua, luogo dove si esercita il malandrigaggio.

Bisogna fare un salto al secolo XIV per iniziare a parlare della storia a noi più vicina. Quella che ci porta ai nostri giorni, in una continuità culturale e sociale straordinariamente coerente.

Tutta l’area di Partinico, fino a Trappeto fu prima un enorme bosco. Durante l’economia boschiva trovarono rifugio da queste parti, dicono Salomone Marino e i poeti popolari analfabeti del Settecento e dell’Ottocento, gli “sbannuti”, i messi al bando di mezzo mondo. Si radunarono tutti qua, in quello che fu il bosco di Partinico. Con loro arrivò anche San Leonardo, il protettore dei carcerati. E’ un caso che l’attuale chiesa del Santo, patrono del paese, abbia funzionato per parecchio tempo come luogo in cui si decidevano i prezzi dei prodotti agricoli al pubblico mercato?

Nulla accade a caso. Ad esempio, i rapporti di produzione che legavano i proprietari della terra alla manodopera. L’aristocrazia cedeva le sue proprietà ad enfiteusi. Ci guadagnavano i feudatari ecclesiastici, la nobiltà palermitana, infine i gabelloti che pagavano i canoni ai padroni e provvedevano in proprio alle coltivazioni. Gabelloti e nobili stavano per lo più a Palermo, i contadini nelle loro povere case, a Partinico. Nel mezzo dominava un ceto di malandrini che erano i veri discendenti degli “sbannuti” del bosco. La borghesia locale, per sopravvivere, li usò come proprio braccio armato. Il connubio fu fortissimo e determinò la prima storica saldatura tra poteri istituzionali e poteri criminali. Un ringraziamento per questa invenzione politica lo dobbiamo a Ferdinando III di Borbone che, dopo essere scappato da Napoli a seguito della rivoluzione nella capitale partenopea nel 1799, favorì la borghesia agraria. Così nacque il comune di Partinico con tutti i suoi istituti. Oggi diremmo assessorati. E fu supportato con un corpo armato: le guardie campestri. Si leggono pene severe dei giudici locali, come gli impiccati a largo Gambacorta (attuale villa Margherita),  i ladruncoli appesi al sole in gabbioni di ferro o i poligami costretti a sfilare per le vie del paese con le mordacchie.

Grazie a Dio questa istituzione si è oggi perduta. E anche la borghesia non è più quella di una volta. Non ci sono più i galantuomini., quelli che Sciascia vedeva con i cappelli, contrapposti ai contadini che avevano le coppole. E meno male. Perché quelli facevano molto ed erano di poche parole. Erano per la legge del silenzio. Gli amministratori di oggi fanno solo fracasso. Come le teste di legno.

 Ecco perché, caro assessore “Due effe” (Festa e Farina, cioè cassatelle e panini, per non dire doppio zero, qualifica già attribuita dalle voci popolari ad un altro suo conoscente), il fatto che lei risponda con il silenzio alle sacrosante osservazioni sui suoi sprechi del denaro pubblico, mi preoccupa. Saremo più contenti quando ci presenterà il rendiconto del costo dell’intera estate partinicese, dai primi di luglio alla fine di settembre, visto che neanche i consiglieri comunali ne sono informati. Il silenzio è una cosa brutta e lei lo dovrebbe sapere. Non si occupa di scuole e di educazione se non per assistere sul  palcoscenico chi continua a denigrare una delle poche voci antimafia che ci sono nel paese. Quello pontifica seguendo l’esempio del sindaco e lei ridacchia sotto i baffi che non ha mai avuto. Esibisce la sua maschera, oltre alla sua “pancia e presenza”.

 Il silenzio è stato dalle nostre parti un codice dell’omertà mafiosa. Lo dovrebbe assolutamente evitare. Faccia un passo avanti dalla cultura del ventre a quella del cervello. E, soprattutto, eviti il silenzio. Si dia da fare nell’ascoltare il povero prossimo. Altrimenti non sarebbe meglio che stesse a casa?

 Anzi. Faccia una sola cosa molto semplice. Si metta di buzzo buono e verifichi se alle scuole che lei rappresenta il Comune ha rilasciato la documentazione di rito sulla sicurezza degli edifici e degli impianti. Si renda utile. Non dica che questo è compito di un altro suo commilitone di giunta.  Perchè lei non è stato nominato per fare le passerelle in giro per il paese. Un monito glielo dà già nel primo Ottocento Giuseppe Giusti nella poesia “Il re Travicello”.  Se la ricorda?

Le teste di legno fan sempre fracasso,
fra acclamazioni, riverenze, genufessioncelle,
battimani e cerimonie
avanti con la farsa,
s’apre il sipario del farsesco spasso.

Giuseppe Casarrubea

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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