Gli antenati del govenatore e le nebbie della diga Jato

Raffaele Lombardo

 Stamattina mi sono alzato presto e sono uscito. Non potevo dormire. Avevo un mugugno dentro e volevo parlare con qualcuno. Con la testa in fermento, ho infilato un paio di pantaloni e una maglietta e sono scappato di casa.

 Al bar La Martorana, dove sono soliti stazionare, come uccelli migratori, amministratori e consiglieri comunali,  incontro Pietro Di Trapani e Giuseppe Giovia, indefessi oppositori della giunta capeggiata da un sindaco che parla molto e non mantiene nulla, tantomeno la parola. Degno erede dei  vecchi democristiani che, al contrario, però, parlavano poco e promettevano molto. Naturalmente ingannando il prosssimo.

 Il bar è in posizione strategica. Il Municipio è a due passi e c’è il via vai di ogni categoria di gente. Una specie di nido di ragno. Chi ci arriva è beccato: caffè, battute, interrogazioni politiche informali (le sole che abbiano risposta, ecc. ecc.).

Chiedo notizie sul licenziamento degli operai dell’ex cooperativa irrigua. Piero è il più pronto a rispondere, con la sua aria da latin lover, la sua mimica facciale seria, il suo sguardo che sembra rivolgersi lontano, ma che nessuno sa dove arriva. E’ un pensatore Piero, e il bar dove sta seduto, pare fatto apposta per frullare tutto ciò che vi entra dentro, come uno sbattiuova o un De Longhi a più velocità. Ci pensa un attimo. Poi fa una proposta per risolvere la faccenda provocata dal nuovo padrone di tutte le acque della Trinacria: il “Consorzio di bonifica”. Quello  che ci interessa è il “Palermo 2”.  Che fare? mi dice. Basta  invitare a Partinico il prefetto di Palermo, il governatore della Sicilia, e il ministro dell’Agricoltura in odore di mafia (tutto da doimostrare, s’intende), Saverio Romano del Pid. Una nuova sigla politica nata dai fuoriusciti dall’ Udc, i cosiddetti lealisti. Fedelissimi di Berlusconi.  “Abbiamo un invaso pieno” – dice–  “ma l’acqua non arriva alle campagne perché la maggior parte viene data all’Amap di Palermo che non paga una lira per il prelievo dall’invaso, ma la vende a peso d’oro ai cittadini palermitani”. Piero è convinto che scomodando, come in un pellegrinaggio al nostro sacro paese, sua eccellenza il prefetto, e le due istituzioni principali, causa del male che si dovrebbe curare, il problema degli operai dell’ex cooperativa irrigua, sarebbe subito risolto.

“Pino Lombardo è il presidente dell’ex cooperativa” – spiega Giovia –  “un personaggio da ammirare perché è veramente impegnato da sempre a fianco degli operai. Forse sbaglia politica perché sistematicamente viene preso in giro dai politici di turno ai quali si rivolge. L’ultimo della lista  l’onorevole Greco seguito dall’ormai defunto onorevole Gaspare Giudice del Pdl e dall’onorevole Giovanni Mercadante, ex deputato regionale, recentemente assolto dall’accusa di associazione mafiosa.  Nipote, pare, di un mafioso di Prizzi.

E gli operai che dicono? Li vado a trovare nella gola boschiva di una piccola valle dell’invaso, alle pompe di sollevamento. Vi ci sono asserragliati, ormai da mesi, per chiedere pane e lavoro. Per tutti parla Giuseppe Marino, impiegato al Consorzio irriguo dal 1974. Per capire il discorso di Marino occorre un’avvertenza. La questione è anche terminologica perché qualcuno confonde tempi e fatti sotto lo stesso denominatore di “Consorzio”. Attenzione, quindi. Occorre sempre distinguere il Consorzio irriguo, nato nel ’71  ma in gestazione nei dieci anni precedenti, dall’altro nefasto Consorzio di bonifica, nato nel 1995. Sono  come la vittima e il carnefice. Con questa avvertenza possiamo proseguire.

Alcuni degli operai sono nel Consorzio irriguo perché ci lavoravano i loro genitori. E’ il caso, ad esempio, di Saverio Santangelo e di Giuseppe Gaglio. E’ un organismo che ha una sua storia e che nel tempo ha creato realtà come la fabbrica Raspante, l’insediamento dei produttori agrumicoli, la trasformazione del vigneto e dell’agrumeto, un miglioramento delle aziende zootecniche, l’avvio dell’industria olearia.

Ci sono state due generazioni almeno che si sono succedute nella storia  di questo tesoro che aveva cambiato il paesaggio agrario di Partinico come in un miracolo, in un sogno.

Partinico, sciopero comunale per la diga- Allenza contadini (Archivio Casarrubea, riprod. vietata)

Un corpo vivo e vegeto che incassava le quote per l’irrigazione a prezzi politici, e gestiva le strutture e l’organico in economia, con esigui aiuti pubblici che o tardavano ad arrivare o non arrivavano affatto.  Poi qualcuno ha impugnato armi invisibili e  gli ha sparato. Armi non convenzionali ma che, in Sicilia, sono la salvezza e la morte, l’alfa e l’omega, della stessa storia dei siciliani e dello Stato.  Quel corpo ancora  agonizzante è lì a terra, in quella gola  dove un manipolo di operai e un vecchio presidente di 82 anni resistono come in una guerra contro un nemico sfuggente, un male oscuro.

Ma chi sono i combattenti? La loro storia istituzionale è lunga e vale la pena accennarla.

Ricordo che non c’era nulla nella vallata dove scorreva il fiumiciattolo Jato. Poi s’impiantò il cantiere e la ditta Vianini iniziò i suoi lavori. C’era un uomo dai capelli rossi tra gli operai, assunto come minatore. Si chiamava Nino Cinquemani. Divenne il rappresentante di tutti gli operai e presto nacque la Fillea-Cgil. Quattrocento iscritti in un colpo. Era il 1964.

E così sotto la spinta dell’Ente di sviluppo agricolo (Esa), e con l’approvazione dell’Assessorato regionale all’Agricoltura,  nasce il Consorzio irriguo Jato, nel 1971. L’atto è redatto dal notaio Vincenzo  Marino.  I soci fondatori sono trentaquattro. Tutti coltivatori diretti e piccoli proprietari. Tra gli scopi statutari ne leggo alcuni: distribuire l’acqua nella piana di Partinico e Trappeto mediante le canalizzazioni e la loro costante manutenzione; gestire gli impianti; provvedere alla lavorazione, trasformazione, e commercializzazione dei prodotti conferiti dai soci.

L’Esa, sulla linea della riforma agraria, interviene, per la sua parte, a promuovere lo sviluppo attraverso forme solidaristiche e associazionistiche. Già nel 1971 la realtà che nasce e si consolida supera di gran lunga la funzione meramente tecnica dei consorzi che provvedono alla mera distribuzione delle acque. E’ animata la faccia di Giuseppe. Sente su di sè tutta la storia e la centralità di una struttura nata e cresciuta sulla pelle di un’intera comunità, di lotte e di impegno solidale durato decenni. Non molla. Tiene in mano un bustone di carte, la storia scritta di una Cooperativa partorita dal seno di una madre giovane e bella. La nuova generazione che stava nascendo negli anni in cui non si volevano più morti ammazzati, gente in galera, molte caserme e poche scuole.

Inaugurazione 2° lotto diga, art. Casarrubea, 1975

In quello stesso anno è consegnato  il primo lotto. Irriga circa 1.500 ettari dei terreni della piana di Partinico. Dopo qualche anno entrano in funzione il secondo e il terzo lotto che assieme irrigano circa ulteriori 4.000 ettari. Il terzo lotto a sollevamento entra in funzione nel 1980 per altri 1.500 ettari circa. In totale, dopo questa data, si hanno circa 4000 utenti con una distribuzione annua di  18 milioni di metri cubi di acqua. La più grande struttura cooperativa e popolare d’Europa. Un organismo, il Consorzio irriguo Jato, con un’anima profonda di ispirazione democratica.

Il primo presidente è un coltivatore diretto di Partinico, Francesco Pipitone. Nel consiglio di amministrazione ci sono diverse persone, tra le quali alcune si formano a palazzo Scalia, come Franco La Gennusa e Franco Paparatti. Il Centro Studi e iniziative per la piena occupazione di Danilo Dolci è parte attiva nel decollo del governo del Consorzio.

Dopo si succedono come presidenti Agostino La Franca, Gino Geraci, Totò Inghilleri, fino ad arrivare a Pino Lombardo, che oggi ha 82 anni e alla sua venerabile età è salito sui tetti dell’impianto di sollevamento per solidarietà con gli operai in sciopero.

Ma c’è un’altra storia. Comincia in quel grande calderone di inquisiti che è il Parlamento regionale siciliano, un tempo vanto di nobili e re, il più antico d’Europa, dicono i sicilianisti. Amano re e ricchi, vecchi principi e nuovi baroni. Qui pensano menti raffinatissime e si giocano i giochi più nascosti dove si annida di tutto: dalle leggi miracolose alle leggi-cappio. Le prime per gli amici degli amici, le seconde per i poveri. Storia millenaria difficile da smantellare.

Siamo in un Paese nel quale prima si pensa a come eludere la legge e poi si fa la legge.

Il capo-operaio in sciopero, mentre racconta, cita n. 45 del 1995. Prevede la costituzione di undici Consorzi di bonifica per la gestione delle acque e del territorio con decreto dei presidenti della Regione e su proposta dell’assessore regionale all’Agricoltura e Foreste. I decreti, dunque, sono stati opera  di Francesco Martino  e di Matteo Graziano. Poi il capolavoro attuativo è stato completato da numerosi altri presidenti della Regione fino ad arrivare a Totò Cuffaro, ora in galera per mafia, e Raffaele Lombardo che tutti sappiamo chi è. Tranne, naturalmente il PD. Cuffaro ha segnato un vero e proprio spartiacque tra il prima e il dopo. E durante il suo settennato come governatore se ne sono viste di cotte e di crude.

Ed ecco l’inganno. “ Per ciascun Consorzio l’ Assessore regionale per l’Agricoltura e le Foreste – recita la legge – nomina con decreto un amministratore provvisorio, con il compito di provvedere all’ordinaria amministrazione e allo svolgimento delle elezioni degli organi consortili, secondo modalità determinate con proprio decreto”. Ma l’assessore non ha nominato 11 commissari ma un solo commissario per tutti i Consorzi.

Inoltre, nelle aree servite dai vecchi Consorzi cooperativi, nulla si sarebbe dovuto innovare tranne che una semplice assunzione delle situazioni di fatto all’interno delle nuove realtà. E ciò in quanto le libere elezioni avrebbero sancito l’operato dei presidenti e dei consigli di amministrazione eletti dall’assemblea dei consorziati. Le elezioni si sarebbero dovute tenere entro quattro mesi dalla nomina dell’amministratore provvisorio. Ma dal 1995 al 2011 nessuna elezione si è mai svolta nei bacini di utenza.

Le strutture democratiche, nate con la volontà degli stessi organi regionali, timbri compresi, sono state di fatto esautorate. E la legge ridotta a carta straccia.

Il problema non è che chi fa le leggi è il primo a infrangerle. Ci sono cose ancora più gravi con gli effetti devastanti che ne conseguono.

 La regione versa ai Consorzi il 95% dei costi di gestione. Il 5% lo dovrebbe versare il Consorzio tramite gli utenti. Ma gli utenti di fatto non esistono perché non si è attivata la procedura per la formalizzazione legale delle strutture consortili territoriali e i Consorzi di bonifica non riescono a recuperare il 5% delle somme necessarie a pareggiare i bilanci. Niente votazioni, niente soldi.

L’assessorato regionale avrebbe, inoltre, dovuto redigere i piani di classica per il riparto della contribuenza in tre fasce determinate in base agli ettari posseduti. Questo non è stato mai fatto.  Conseguenza: non si possono effettuare le elezioni del presidente e del consiglio di amministrazione dei nuovi consorzi.

 “La perdurante assenza degli organi istituzionali costituisce una vera e propria emergenza poiché non consente ai consorziati la partecipazione democratica voluta dalla legge, e facilita pratiche amministrative non trasparenti”. Questo è quanto leggiamo in un’interrogazione  del 2009 a firma Barbagallo ed altri. Ma l’Amministrazione non risponde e tutto muore, come dicevano i nostri nonni, “cu fumu a lampa” (finchè finisce il combustibile e la luce si spegne).

 La legge n. 19 che stabilisce  l’emissione dei ruoli di contribuenza è del 2005.  E’ impugnata dal commissario dello Stato presso la corte costituzionale, e la corte si esprime per la sua illegittimità in quanto sono scaricati sui consorziati costi non commisurati ai servizi realmente forniti agli utenti. Cioè, ad esempio, a Partinico, si prevede, su un’estensione di 7000 ettari, un costo corrispondente al terreno posseduto, a prescindere dall’effettivo godimento del servizio di erogazione dell’acqua. Il Consorzio di bonifica – nota Totò Bono, segretario della locale Camera del Lavoro – diventava una specie di beneficiario di una tassa fissa sui terreni, di una “fondiaria” o “censo” che segnano i decenni più recenti della storia agraria del nostro territorio. Peggio che ai tempi del sistema enfiteutico, in vigore a Partinico tra i secoli XVI e XIX. L’enfiteuta riceveva dal proprietario originario il terreno in cambio del pagamento di una quota fissa dipendente dall’estensione e dalla qualità delle terre concesse.

Siamo punto e daccapo con lettera maiuscola. E’ il vecchio sistema clientelare mafioso a vincere. La regola è, fare le leggi per non applicvarle e creare una stato anomico che possa servire a qualcuno per pescare nel torbido. I consorzi di bonifica sono stati utilizzati nel tempo per collocare personale reclutato a prescindere dalle reali esigenze istituzionali degli enti.

Numerose leggi regionali hanno consentito la stabilizzazione di operai precari che avevano prestato la loro opera in favore dei consorzi anche per brevissimo tempo. L’organico complessivo è pertanto sovradimensionato e distribuito in modo incongruo nei vari consorzi: veri e propri carrozzoni clientelari.  Hanno funzionato come ammortizzatori sociali, senza incidere per niente sullo sviluppo e aggravando, anzi, le varie realtà sociali.

Per concludere il calvario aggiungiamo che il Tar di Palermo stabilisce nel 2009 che l’Esa deve indennizzare l’ex cooperativa, ma una Memoria difensiva dell’Esa, datata 28 marzo 2010, dice che l’Esa “può e deve considerarsi un vero Consorzio, a nulla rilevando che aveva concesso ad altro Consorzio  [l’ex cooperativa irrigua] la gestione materiale della rete idrica dell’odierno appellato.” E’ il riconoscimento della funzione della cooperativa in tutte le sue attribuzioni statutarie.

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa (CGA),  con sentenza del 14 marzo 2011,  accoglie l’appello dell’Esa stabilendo che l’ex cooperativa è un vecchio Consorzio, e che, quindi,  i rapporti passivi (i debiti) non ricadono sull’Esa ma sull’Assessorato regionale all’Agricoltura, che dovrebbe ripianare i disavanzi di gestione della cooperativa.

Per concludere ci poniamo unun paio di domande retoriche, che prima di me farebbe bene la giunta comunale di Partinico a porsi.  Se i rapporti passivi fanno capo all’assessorato, non è consequenziale che anche i rapporti attivi fanno capo al Consorzio di bonifica Palermo 2? Tali rapporti includono i dovuti contratti di lavoro posti in essere al momento del trasferimento della gestione della rete irrigua. Per quale diabolica prepotenza l’Assessorato deve tenere sul lastrico gli operai in lotta?

  Giuseppe Casarrubea

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Gli antenati del govenatore e le nebbie della diga Jato

  1. Gianlivio Provenzano ha detto:

    domani li andrò a trovare anche io… sò che hanno parlato con “qualcuno” a me vicino vedremo… di certo è una faccenda che dovrebbe essere affrontata seriamente..

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