I “minni” di sant’Agata

Martirio di Sant’Agata (Sebast. del Piombo, 1520)

Se fosse vissuta ai nostri giorni, Agata avrebbe guardato con disgusto e pietà cristiana quelle procaci donnine, che sgambettando nelle alcove e nei salotti dei potenti, si guadagnano da vivere con i loro mercimoni. Corrotti i potenti e troppo prestanti a buon prezzo le donnine. Ma se dobbiamo credere alla storia della patrona dei catanesi, Agata, vergine e martire, era di tutt’altra pasta. Poco importa se sia veramente esistita e quando. Anche i suoi natali ci dicono poco. Che sia stata partorita a Palermo o a Catania non ha un rilievo solo perché i palermitani hanno un’altra vergine da venerare: Rosalia. A giudicare dall’eccessivo numero di femminucce alle quali i loro padri imponevano questo nome, c’è veramente da credere che, almeno in occasione della peste che divorò i palermitani (e non solo loro) nel 1624, la santuzza, come i palermitani chiamano la loro patrona, sia veramente esistita. Del resto ne parlano anche i diaristi di Palermo anche se nessuno di loro ebbe la fortuna di conversare con questa portentosa e, immaginiamo, bella ragazza.

Catania S Agata 3 02 2012 (copyright Casarrubea)

Agata invece ha, a suo detrimento, un certo alone di mistero che ne offusca le credenze, e le rende molto vicine a certi riti pagani che alla santa della città antagonista della capitale isolana, non si addicono. I Catanesi l’hanno promossa a loro dea suprema, e ne hanno fatto un simbolo di purezza, di abnegazione, di coerenza e di martirio.

Il carnefice è un’autorità di grande rilievo, il proconsole dell’imperatore Decio, Quintiano, coetaneo di Agata, di cui si innamora. Uno dei potenti della nobiltà romana.  Entrambi vissuti nella prima metà del III secolo dopo Cristo. Il proconsole la vuole. Lei lo respinge e il rappresentante di Roma che fa? L’arresta, le fa tagliare i seni, la tortura e infine la lascia morire in prigione. “I suoi attributi – leggiamo in una rubrica di turismo religioso – sono la tenaglia (con la quale le fu reciso il seno) e i carboni ardenti sui quali fu condannata a camminare per subire ulteriori torture”.  Ma, narrano le voci popolari, mentre si accingeva a subire questo supplizio, l’Etna si mise ad eruttare e un forte terremoto scosse la terra. La Santa fu allora risparmiata, morendo – come abbiamo detto –  di stenti in cella. Era il 5 febbraio dell’anno 251 dopo Cristo.

Poi, di lei non si parlerà per quasi mille anni. Sparisce. Delle sue sacre spoglie neanche l’ombra. La Chiesa, o i suoi sacerdoti, ci dicono che vanno a finire a Costantinopoli come trofeo di guerra. Un momento oscuro, insomma.  Non si capisce per quale motivo si dovessero spedire in quella città le misere spoglie di una vergine che non aveva combattuto, come toccherà a Giovanna d’Arco, nessuna guerra. Comunque voci vogliono che  i resti di Agata siano rientrati a Catania nel 1126, e che già da allora, il popolo, memore di lei, nonostante il lungo tempo decorso,  entri in subbuglio. Pare che allora sia nata l’usanza di vestire un saio bianco, simbolo di purezza, e di indossare un berretto scuro, simbolo di penitenza, di lutto. Con i resti del corpo della santa sarebbero stati recuperati anche alcuni suoi indumenti. Un velo, in particolare, dalle virtù divine. Capace di bloccare le eruzioni dell’Etna. Come accadde nel 1886. Il fiume di lava del vulcano si fermò e il paese di Nicolosi, che rischiava di essere sommerso dal magma incandescente, fu invece risparmiato. Da aggiungere i miracoli contro la peste, nel 1576 e nel 1743, e tutte le altre volte in cui il popolo sofferente dei catanesi ne otteneva le grazie, dopo averla invocata in processione.

Per il resto si sa, Agata è protettrice delle balie, delle madri con i seni – direbbe Ignazio Buttitta- “strippi” (asciutti), dei fonditori di campane, degli infermieri e di molte categorie di lavoratori.  E’ implorata contro le malattie del seno, le eruzioni vulcaniche e gli incendi. E’ una donna che sacrifica se stessa per il benessere e la fertilità, per la difesa dei neonati che nei millenni passati sono morti in gran numero nei primi mesi di vita per fame e stenti. Al contrario di una madre che allatta, lei è ridotta dalla violenza del potere che genera sempre fame e morte dei più deboli, ad essere una donna che non può nutrire nessuno, tranne che del suo amore. Ecco, quindi, i suoi emblemi nell’iconografia popolare o dotta che sia: il giglio, simbolo di purezza, la palma, espressione della vittoria, le tenaglie, strumenti del carnefice, un giovane seno su un piatto, simbolo del sacrificio della maternità, come la dipinse Piero della Francesca nel XV secolo, l’offerta della propria giovinezza femminile a Dio. Simboli pagani che fanno pensare anche al fatto che Agata è patrona di città che sono state e sono importanti centri della Massoneria internazionale, come la Repubblica di San Marino e l’isola di Malta. Ne basta e avanza per fare di una nobile e giovane fanciulla, un’eroina. Anzi, una santa.

fedeli di S. Agata (copyright Casarrubea)

Della fede è sbagliato discutere. Non ci sono libri di storia che tengono.

La fede è il regno dell’impossibile e dell’irrazionale. Un luogo dell’anima dove tutto può accadere. Ne hanno bisogno tutti i popoli e tutti gli esseri umani. Che lo sappiano o meno.  Ma mettetevi nei panni di uno che a Catania non c’è mai stato, che non ha mai sentito parlare di Sant’Agata e che per sua sfortuna arriva nella città etnea giusto tra  il 3 e il 5 febbraio. La prima cosa che lo incuriosisce è quel tranquillo via vai di persone, maschi o femmine che siano, che camminano come se fossero stranamente indaffarate, vestite con un saio bianco e una cuffietta nera. Al primo gruppo non fa caso. Pensa si tratti di infermieri che si stanno recando a prendere un caffè, durante una pausa di lavoro. Vizietto non raro dalle nostre parti.  Strana pausa, pensa il forestiero. Ma poi vede altri gruppi vestiti allo stesso modo, e altri ancora, fino a quando scopre che lui è tra i pochi diversi, in abito, diciamo, civile. Magari si informa su cosa stia succedendo e scopre che i catanesi già dall’alba stanno festeggiando a modo loro sant’Agata. Vede tutta la città in festa. Sbircia dentro una viuzza e scopre strane danze in mezzo a una folla di persone in saio bianco che si aggirano come un fitto tappeto in bianco e nero tra quegli oggetti mobili variopinti che sfidano il cielo con i loro gagliardetti in cima. Che saranno mai?

Sono i cerei. Imponenti candelabri dorati, in stile barocco, addobbati con statue di legno e puttini vari. Pesano circa ottocento chili e sono portati a spalla da una decina di devoti della santa, mentre nell’aria circola costante un acre odore di carne arrostita alla carbonella. Di cerei se ne contano una dozzina, tutti diversi. Si muovono con il suono di una banda musicale che intona inni di devozione. Rappresentano diverse corporazioni: panettieri, macellai, tipografi, commercianti, artigiani, pescivendoli, ecc. Non ci sono i cerei degli avvocati o dei medici o dei notai. Sono cerei di poveri, sorretti da baldanzosi giovanotti nerboruti che per l’occasione indossano sacchi di canapone sulla testa e sulle spalle per attenuare lo sforzo di sorreggere un peso enorme a suon di musica. A piazza della Madonna del Carmelo si incolonnano e aspettano l’arrivo di sant’Agata. La calca è incredibile, ma nessuno se ne preoccupa. Anche i carabinieri sfilano in divisa d’occasione e fanno parte della coreografia di questo grande palco che è la piazza. I devoti con il saio formano un grande cordone protettivo e, finalmente, la santa arriva nella sua urna d’argento. E’ spinta su quattro ruote  e circondata da alcuni preti che si godono lo spettacolo mentre raccolgono soldi o accendono le candele dei fedeli con le fiamme della Vara.

In serata la processione arriva a piazza Stesicoro. Un tappeto di teste impenetrabile. I fedeli si inchiodano l’uno all’altro senza neanche la possibilità di girarsi. Solo la fede li può tenere saldati in questo modo per qualche ora. Non ci sono vie di emergenza. Tutto si svolge in una sorta di autoregolazione collettiva. In una confusione che solo il miracolo della mescolanza del sacro con il profano, della regola con la follia, può spiegare. Guai a soffrire però di claustrofobia. O a essere capitati casualmente in questo mare di fedeli. La folla diventa allora una sabbia mobile che ti inghiotte e ti sommerge, a tua insaputa. Se inaspettata arriva una crisi di panico, si è  perduti. Ma la cosa non riguarda i catanesi.

Giuseppe Casarrubea

Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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4 risposte a I “minni” di sant’Agata

  1. samina ha detto:

    caro Giuseppe, posso linkare questo tuo articolo su http://domodama.wordpress.com/? Mi sembra “in tema” :)

  2. samina ha detto:

    Bene! Lo farà Amrita, che è la nostra consulente sull’allattamento al seno. Grazie ancora!

  3. Giuseppe ha detto:

    Salve, circa 15 anni fa sono stato “uno che a Catania non c’era mai stato, che non aveva mai sentito parlare di Sant’Agata e che per sua fortuna è arrivato in città proprio nei giorni della festa”.
    Ho pensato, provato e vissuto esattamente le stesse cose che Lei ha descritto. Indimenticabile, ne ho conservato un ricordo molto vivido.
    Certo, negli anni ho assistito altre volte alla festa, ma, è il caso di dirlo, la prima volta è rimasta indimenticabile.

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