Gaspare Pisciotta: al teatrino dell’Ucciardone

Giuseppe Casarrubea

Gaspare Pisciotta (seduto) e Giuliano, 1949

Aveva detto: “Se vado all’Ucciardone mi ammazzano”. E così, forse, accadde.

Questa era la principale preoccupazione di Gaspare Pisciotta. In quel carcere borbonico, che funzionava come Università della mafia, ci andò a finire davvero. E questo fu anche, come previsto, il suo ultimo viaggio. Forse. Perché chi si occupa di quegli anni e dei personaggi che vi fecero la loro comparsa, deve sapere che ogni cosa può essere una mera rappresentazione o, per meglio dire, una scena teatrale.

La scena si recita al cameroncino numero 4, che presto diventa una “regia taverna”, come scrive il procuratore della Repubblica Pietro Scaglione. Chiunque vi può entrare e uscire, come da un albergo. E Gasparino, così lo chiamavano gli amici, è felice di tenere banco.

Una brutta mattina d’inverno, però, con l’aria carica ancora di umidità e di freddo che arriva alle ossa, il giorno prende una piega inaspettata.

Gasparino si alza di buon’ora, prepara il caffè. Poi va a visitarlo la guardia carceraria. Al recluso i medici hanno prescritto una medicina da qualche giorno. E’ l’ora in cui deve prenderla: un cucchiaio di Vidalin. Lo inghiotte senza pensarci due volte e per farsi la bocca dolce, sorseggia il suo caffè ben zuccherato. Prova così uno dei piccoli piaceri che quel luogo tenebroso può dargli. Ma la tazzina non lo tira su. Anzi, lo butta giù. Il padre gli è accanto. Anche lui ha bevuto il caffè ma non accusa nessun disturbo. E’ angosciato, chiama la guardia. La guardia chiama l’infermiere. Di un dottore neanche l’ombra. Può essere chiamato dall’esterno del carcere,  ma non c’è chi muova un dito.

Quando giunge l’agente infermiere, i vicini della cella numero 4, Antonino Terranova e Frank Mannino (banda Giuliano) sono già accanto a Pisciotta da un pezzo. Con loro c’è anche Giuseppe Marotta, capomafia di Castelvetrano, il paese di Gregorio Di Maria, l’uomo che aveva ospitato a casa sua Giuliano.
Stranamente Mannino arriva dopo. Dove era andato nel frattempo? Lo spiega Francesco Pisciotta al giudice Garofalo: era rimasto nella sua cella ad attendere. Evidentemente sapeva di aspettare qualcosa [i corsivi sono nostri]:

“Andai nel cameroncino n. 4 dopo che Terranova aveva portato il flacone di Vidalin nel cameroncino n. 3 perché venisse nascosto. Il flacone venne nascosto da Mannino Frank o da suo cognato Francesco Paolo Motisi. Successivamente Mannino tornò dall’infermeria ove aveva accompagnato il Pisciotta Gaspare e si prese il flacone per mostrarlo al dott. Saso, poscia riportandolo nella cella n. 3. In seguito venne il maresciallo Catino e per di lui invito il Mannino ed il Terranova portarono il flacone nel cameroncino n. 4.  Ivi senza farsi vedere dal maresciallo il Terranova ed il Mannino prelevarono dal  flacone un campione del medicinale e misero poi il flacone sul tavolino ove rimase venendo chiusa col sigillo la porta del cameroncino n.4” (Cfr. Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. Atti concernenti la strage di Portella della Ginestra, CPIM-PG,  parte IV, Verbale di sommarie informazioni di Francesco Pisciotta, 20 febbraio 1954, p. 582).

Di fatto quei detenuti avevano costituito, tranne Marotta, la cordata del luogotenente di Giuliano al comando diretto del caposquadra Terranova. Si trovarono tutti in libera uscita: ‘Cacaova’ e ‘Ciccio Lampo’ (così erano chiamati i due banditi), Francesco Pisciotta  (‘Mpompò) e l’altro Pisciotta, Vincenzo, il padre del bandito, Francesco Paolo Motisi e Giacomo Lombardo. Tutti occupanti la cella accanto a quella dei Pisciotta padre e figlio, il cameroncino n.° 3. Quali siano stati i comportamenti di tutta questa gente perbene in quella cella, in quei momenti, nessuno lo sa, né i giudici indagarono più ti tanto. Ad esempio sul senso della presenza/assenza continua del Salvaggio, la guardia carceraria, su quel mezzo bicchiere di olio dato dal Terranova a Pisciotta, sull’eventuale finzione del malore da parte di quest’ultimo prima che bevesse quell’olio, sull’affermazione contraddittoria del Salvaggio che non poteva avere scambiato una bottiglia con un bicchiere. E ancora sul via vai di Terranova dalla cella dei Pisciotta alla sua, sull’effettiva sorte toccata al flacone di Vidalin, sui motivi della presenza di Giuseppe Marotta in mezzo a tutti quei galantuomini, ecc.

Di certo sappiamo che Pisciotta sospettò subito del veleno messo in questo medicinale, che ‘Cacaova’ trafugò e portò nella sua cella, facendo ritorno subito dopo.  In linea ipotetica non si può escludere la sostituzione del medicinale nella cella di Terranova e compagni, o addirittura nella stessa cella dei Pisciotta, con lo scopo di accreditare la tesi dell’avvelenamento mediante stricnina nel caffè. In tal caso alcuni occupanti la cella nunero 3 avrebbero potuto agire di comune accordo con altri soggetti che potevano entrare nel cameroncino dei Pisciotta di giorno e di notte, eludendo la sorveglianza. A questo proposito occorre dire che nulla sappiamo circa la riutilizzazione, da parte del luogotenente di Giuliano, del cucchiaino usato per prendere la dose di Vidalin, anche per rimescolare lo zucchero della sua tazzina di caffè (fatto che spiegherebbe le esigue tracce di veleno rinvenutevi).

Il grande traffico che si registra attorno al flaconcino per dimostrare alla fine che il medicinale è innocuo piuttosto che allontanare i sospetti che le cose siano andate come ci sono state raccontate li rafforza. Dice Salvatore Pisciotta:

“Non sono in grado di precisare se il campione di Vidalin che Mannino mi consegnò per conservarlo sia stato prelevato dal flacone dallo stesso Mannino o da altri del cameroncino n. 3; e neppure posso precisare chi fece il prelevamento dell’altro campione di Vidalin che fu poi sperimentato sul gatto, con esito negativo sulla tossicità.
Al gatto somministrammo una discreta quantità di Vidalin in mezzo a due fettine di carne e in mezzo a due fettine di baccalà. L’animale mangiò la carne e il pesce con il medicinale verso le 8,30 di sabato 13 corrente e per tutta la giornata lo osservammo tenendolo legato nel cameroncino n. 3. Non mostrò nessuna sofferenza ed era in piena vitalità”. (Cfr. ibidem, Verbale di sommarie informazioni di Salvatore Pisciotta, 19 febbraio 1954, p. 552).

E al procuratore Pasquale Garofalo, pur escludendo la responsabilità dei detenuti del cameroncino numero 3,  dirà:

Non sono in grado di ammettere o di escludere che la boccetta possa essere stata sostituita da qualcuno prima dell’intervento della S.V. In particolare non sono in grado di stabilire se prima che mio figlio Gaspare consegnasse la boccetta al Terranova per nasconderla, avendo avuto il sospetto di essere stato avvelenato con quel medicinale, l’agente Salvaggio o altri abbiano potuto sostituire la boccetta del medicinale mettendone una genuina al posto di quella che suppongo essere stata avvelenata. (Cfr. ibidem, 20 febbraio 1954, p 559).

Sul Vidalin Mannino parla per tutti; i giudici gli dànno credito e la questione si chiude. Al contrario avrebbe dovuto aprirsi visto e considerato che proprio Terranova si era dato da fare – come avevano notato gli stessi magistrati – per indurre Pisciotta a ritrattare le sue accuse contro il capomafia di Alcamo Vincenzo Rimi.

“Quando Terranova Antonino – afferma ‘Ciccio Lampo’-  fatto chiamare dal Pisciotta Gaspare, ebbe da lui affidata la boccetta di Vidalin che sospettava avvelenata, esso Terranova la portò nel cameroncino n. 3 e me la diede per nasconderla. Io la misi dentro il mio tascapane. Successivamente andai dal Pisciotta ed assieme ad altri lo trasportammo all’infermeria.
Dopo la ‘morte’ del Pisciotta, e richiesto dal medico dott. Saso, andai a prendere dal mio tascapane la boccetta di Vidalin e la mostrai all’infermeria al dott. Saso. Egli disse che si trattava di vitamine ma tuttavia voleva consegnata la boccetta. Io mi rifiutai e messala in tasca la portai via con me. Successivamente il maresciallo Catino, nel cameroncino n. 4 mi invitò a consegnare la boccetta, ma mentre egli redigeva il verbale, io nascostamente versai un po’ di medicinale in un’altra boccetta fornitami dal Terranova Antonino; poi consegnai la boccetta di Vidalin al maresciallo Catino il quale la pose sul tavolino e fatti uscire tutti suggellò la porta del cameroncino n. 4. Da quando ebbi in potere la boccetta di Vidalin nessuno poté sostituirla fino a quando fu sigillata nell’interno del cameroncino n. 4. Escludo che possa essere avvenuta sostituzione durante il tempo che lasciai la boccetta nel mio tascapane, perché nel cameroncino n. 3 erano rimaste persone fidate, quali mio cognato Motisi Francesco Paolo, il Terranova Antonino ed i due fratelli Pisciotta Francesco e Vincenzo nonché Lombardo Giacomo che è fratello di un mio cognato.
D.R.: […] Rimasto in nostro potere il campione di Vidalin che avevo prelevato, pensai che era opportuno dividerlo in due per mandarne una parte fuori dal carcere e farla analizzare. Perciò dalla boccetta ove avevo posto il medicinale ne prelevai una parte che misi in un’altra boccetta. La prima boccetta è quella rimasta in potere del Pisciotta Salvatore mentre l’altra è quella che V.S. ha sequestrato durante la perquisizione del 13 c. m., avendola io stesso consegnata alla S.V”. (ibidem, Verbale di sommarie informazioni di Frank Mannino, 20 febbraio 1954, pp. 566-567).

Cerchiamo di vedere la sequenza dei fatti. Pisciotta, come asserisce, avverte di essere stato avvelenato. Non dubita del caffè che aveva bevuto tranquillamente ma del Vidalin, che evidentemente aveva trovato d’un sapore strano. Fa chiamare Terranova e lo induce a prendere il flacone di quel medicinale. ‘Cacaova’ lo porta nella sua cella e lo dà in consegna a Mannino che lo nasconde nel suo tascapane. Questi contraddittoriamente afferma che essendo uscito per recarsi da Pisciotta nel cameroncino erano rimasti tutti i suoi compagni di cella, compreso il Terranova. In realtà questi, dopo la consegna della boccetta, risulta presente nella cella dei Pisciotta, ed è improponibile che Mannino non lo ricordi. Che interesse ha dunque nel tirar fuori il suo caposquadra dalla cella di Pisciotta negando persino l’evidenza?

Tutto sarebbe stato più chiaro se ciascuno, detenuto o addetto alla custodia, fosse stato al suo posto; se non ci fosse stato nessun via vai di gente incallita nel crimine attorno a Pisciotta. Ma è proprio questa confusione artefatta che attira i sospetti. In sostanza l’autorità giudiziaria si trovò nelle mani ‘prove’ fornite dagli stessi detenuti, e che non avrebbe avuto se lo stesso Pisciotta non fosse stato indotto da qualcuno col quale doveva essersi incontrato il giorno prima, a tirar fuori dalla sua cella il Terranova.  Ne derivò un esito, forse, imprevisto dallo stesso Pisciotta: dimostrare a terzi l’innocuità del Vidalin e far ricadere l’attenzione sulla tazza di caffè.

Che ci fosse stricnina nel caffè è improbabile in considerazione dell’eccessiva quantità che se ne rinvenne nel barattolo dello zucchero. Pisciotta avrebbe potuto prendere una medicina amara che non conosceva bene, ma mai una tazza di caffè disgustosa, amarissima, come si presenta organoletticamente la stricnina al palato. E’ ben strano che possa avere sorbito del caffè, caldissimo perché appena uscito dalla caffettiera, reso sempre più amaro con l’aggiunta di altro ‘zucchero’ alla stricnina prelevato dal barattolo. Insomma, la stricnina nel barattolo dello zucchero disvela una pista che lascerebbe pensare a una colossale finzione, in quanto nessuno, dopo aver  commesso un delitto avrebbe depistato le indagini dirottando le attenzioni verso la dinamica dello stesso delitto da lui commesso. Con tutti i buchi neri che presenta.

Corrado Castello di Noto, 51 anni, è appuntato agente di custodia addetto all’infermeria:

“Giunsi all’infermeria – dice-  quando egli si trovava sotto le cure del dott. Saso ed ebbi soltanto il tempo di domandargli che cosa si sentisse. Mi rispose: – mi sento male -. Subito dopo colto da una crisi convulsiva spirò.
Nell’infermeria erano il padre di Pisciotta, Mannino Frank e qualche altro che non ricordo.
D.R.: Frank Mannino teneva in mano una bottiglia dicendo: – questo medicinale ha bevuto Pisciotta e per questo è morto. Il Mannino rimase in possesso della bottiglia inquantocchè si rifiutò di consegnarla a chiunque”. (Cfr. ibidem, Verbale di sommarie informazioni di Corrado Castello, 11 febbraio 1954, p. 437).

Ma chi ci dice che tutta questa sequenza di azioni non sia una messinscena? Al mistero del flacone si aggiunge quello delle iniezioni di ‘rianimazione’. Secondo Antonino Terranova fu l’infermiere Buscaino a praticare due iniezioni: una di canfora e una di sparteina, prima che Pisciotta fosse portato all’infermeria. Qui tutto è vano. Dopo pochi minuti Pisciotta “muore”. Mannino, prende con sé il flacone di Vidalin e lo fa pervenire nel suo cameroncino, secondo le istruzioni fornitegli da Gaspare Pisciotta. Si tratta probabilmente di un flacone dimezzato dopo che Terranova ha già provveduto a toglierne una parte e a farla nascondere dai suoi compagni di cella.

Quattro giorni dopo, al procuratore Pasquale Garofalo che lo interrogava, Salvatore Pisciotta riferiva che egli aveva prelevato dalla boccetta di Vidalin una piccola quantità del medicinale che teneva conservata, dicendosi disposto a consegnarne una parte, “trattenendo il resto per sé”. Precisava che il prelevamento era avvenuto, presumibilmente nel cameroncino numero 3, mentre egli si trovava all’infermeria, ad opera di Frank Mannino, al quale la boccetta “era stata consegnata”. Quindi questa era stata poi riportata nel cameroncino numero 4. Subito dopo la “morte” di Gaspare – aggiungeva – si era recato nella prima sezione dove Mannino gli aveva fatto avere “la bottiglietta con parte del medicinale prelevata”  affinché la conservasse “per eventuali accertamenti privati”. (Cfr., ibidem, Verbale di sommarie informazioni di Salvatore  Pisciotta, 13 febbraio 1954, pp. 457-458).

E il gioco è fatto. Si è giocato con una boccetta innocua che chiunque avrebbe potuto sostituire. Indubbiamente quella sostanza medicinale, per le sue stesse caratteristiche chimiche – come ebbe a notare il sostituto procuratore Pietro Scaglione –  non avrebbe consentito “lo scioglimento di nitrati di stricnina” e avrebbe richiesto, quindi, che fosse sostituita. Ecco perché il balletto del flacone di Vidalin è uno specchietto delle allodole. Utile a nascondere il falso costituito dal retroscena dell’avvelenamento del caffè con la stricnina. Ad avvalorare questa lettura ci sono alcuni indizi: quel medicinale era stato prescritto e fornito al ‘paziente’ dall’infermeria del carcere solo da qualche giorno e secondo una dichiarazione del padre quello era proprio il primo giorno in cui Pisciotta lo assumeva (secondo Mannino era il terzo).
Restava assolutamente imprudente poi l’esclusione della pista ‘Vidalin’ per il semplice fatto che Frank Mannino e altri detenuti avevano provato quel ‘medicinale’ su un gatto ben quattro giorni dopo la “morte” di Pisciotta.

Molti misteri hanno una causa comune: è quell’intreccio di irrazionalità necessario a rendere un fatto impenetrabile. Una loro caratteristica, specie quando essi sono attribuibili all’azione umana, è l’antinomia delle contraddizioni poste in essere e la difficoltà di percorrerle pervenendo con certezza ad escluderne qualcuna. Così Salvatore Pisciotta e Frank Mannino si contraddicono. Ad esempio secondo il primo l’iniezione di canfora praticata a Gaspare si colloca all’interno del cameroncino n.4, secondo l’altro all’infermeria. Ora siccome entrambe le dichiarazioni furono rese a caldo è difficile pensare che uno dei due non abbia mentito. C’è un particolare ancora che non va trascurato: il giorno prima di essere “ammazzato” Pisciotta incontra Mannino. Il primo fa un “bagno in vasca”, l’altro una doccia. Cosa avranno architettato assieme i due? Nel gioco delle parti, non è da escludere che ciascuno ne svolgesse uno all’insaputa dell’altro e che l’intreccio di cui fu protagonista Pisciotta poté produrre i suoi effetti grazie alle azioni isolate che ogni elemento che le produceva metteva in opera spinto da un’unica regia.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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