Giuliano, i comunisti e la libertà

 

Gabriella Modica

Piana degli Albanesi: funerali dopo la strage , 2 maggio '47

Piana degli Albanesi: funerali dopo la strage , 2 maggio '47

“I Vellransesi sonno tuti dei stronsi”.  Così comincia il racconto di Louis Pergaud “La guerra dei bottoni”. Stampato nel 1912, è la cronaca scanzonata e innocente della rivalità fra Velrains e Longverne, in guerra da generazioni per i più svariati quanto risibili motivi. Salvaguardare il bottino di guerra, per l’ appunto i bottoni cavati di volta in volta agli uni e agli altri avversari, è lo scopo militare di entrambe le fazioni. In queste storie c’ è sempre uno che conosce a menadito i luoghi in cui è cresciuto e a meno di non essere seguito e poi tradito, come accade nel romanzo, quel luogo rimarrà sempre segreto. Il grande Lebrac, capitano della gloriosa banda di Longverne, ha circa tredici anni ed  è il condottiero, colui che dà identità al gruppo di mocciosi.

In questo articolo vi parliamo di un condottiero che conosce a menadito i luoghi in cui è cresciuto, e che è sgrammaticato come i mocciosi di Longverne. Un condottiero creato ad arte per l’ immaginario collettivo della gente semplice. Un condottiero, che però è un assassino. Neanche tanto lucido. Nel racconto di Pergaud, i giovani guerrieri comprendono a un certo punto che a tante battaglie a suon di braghe calate, adesso si sovrappone la necessità di crescere. Nelle storie interminabili dei paladini di Francia, invece, tanto care alla cultura siciliana, o muori con onore oppure impazzisci. In ogni caso continui a lottare per difendere l’ ideale supremo: l’ orgoglio di essere un cavaliere e di sostenere una nobile causa.

Salvatore Giuliano, nel 1948 ha 26 anni, visibilmente non è cresciuto nella sua coscienza di essere umano, si trova a metà fra la morte e la follia, e a quanto si evince dal documento su cui riflettiamo, lotta per un ideale che per altro sembra non interessare più nessuno tranne lui: la causa indipendentista del fosco movimento separatista nato subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Il 12 Aprile del 1948 Giuliano fa pervenire alla redazione del Giornale di Sicilia un discorso in vista delle elezioni nazionali del 18 aprile dello stesso anno. Detto discorso avrebbe dovuto essere pronunciato dallo stesso Giuliano tramite una emittente clandestina di Castelvetrano. Ma non è mai stato pubblicato, nè trasmesso attraverso le onde radio. Per una lettura integrale del discorso di Salvatore Giuliano si rimanda all’ articolo di Giuseppe Casarrubea ” Il bandito Giuliano e la campagna elettorale del 1948″.

Chiunque abbia redatto questo documento si mostra qui come unico soggetto protagonista nello stesso Giuliano, in tutta la sua disgrazia umana.
Giuliano tenta, nel suo esprimersi sgrammaticato di fare un discorso politico e il suo esordio è un saluto cordiale agli uomini liberi di tutto il mondo. Quindi a ciò che lui di fatto in quel momento non è. Dopo di che comincia il fiume di giustificazioni e accuse verso rivali non facilmente identificabili, il primo dei quali è la libertà di stampa che non gli ha dato larga mano nel difendere la sua causa. E’ lecito pensare che la stampa, in questo caso non avrebbe potuto agire altrimenti. Se un Salvatore Giuliano, forte del suo carisma e dell’ appoggio interessato e omertoso dei compaesani monteleprini che sempre lo hanno difeso, avesse avuto ogni qualvolta avesse voluto, il permesso di esprimersi in tutto il suo allucinato patriottismo, probabilmente ogni verità sarebbe saltata fuori con meno difficoltà. E forse Giuliano sarebbe morto ( di sicuro) prima.
Perchè quello che si evince dalla lettura di questo documento è che Giuliano, quello che ha nello stomaco ha anche in bocca e da lì, confusamente, lo lascia uscire.
Giuliano difende a spada tratta la causa separatista indipendentista. Ma a quella data, i programmi politici di tutti quelli che hanno approfittato di questo punto debole di Giuliano, sono profondamente cambiati e la embrionale costituzione del partito democristiano e subito prima dello spostamento separatista verso una tendenza secessionista, ne sono la prova tangibile.Ormai gli accordi fra servizi segreti americani e inglesi, fascisti, cosa nostra e mafia siciliana, esponenti del latifondo siciliano, e infine, proprio perchè più importante, Vaticano, sono ben delineati. E di certo non aspirano alla cinquantesima stella della bandiera americana, ma ad una legalizzazione ben concertata a livello nazionale fra tutte queste associazioni, unite in quel momento, e in un modo quasi patologico da un solo scopo: eliminare l’ infezione comunista.
Nel governo che si delineerà all’ indomani delle elezioni del 18 Aprile del 1948, tutte queste parti troveranno una loro collocazione, dove per i fuorilegge, come Giuliano, naturalmente non c’ è posto. Giuliano sa di non essere un politico, e sa di essere ormai braccato. L’ uccisione del 27 giugno 1947 di Ferreri, alias Frà Diavolo, suo luogotenente, spia per i neofascisti e confidente dell’ ispettore di P.s Messana, deve essere stata un campanello d’ allarme.
Oltretutto, la sua attività stragista in quel momento si sta orientando proprio contro quelli che le promesse non hanno mantenute, e cominciano a farsi strada nel partito di De Gasperi. Il sospetto che Giuliano stia vivendo un momento di estrema debolezza è dimostrato nell’ assassinio, ad elezioni compiute, e a tre mesi di distanza dal discorso in questione, di Santo Fleres, capomafia di Partinico, eletto nelle file della DC, e di Leonardo Renda di Alcamo, compare di Bernardo Mattarella.
Giuliano è come il peggior sordo: non vuole sentire altro che la sua ragione. Più che un Robin Hood come lo dipinge Mike Stern, giornalista americano e agente segreto del governo americano, la sua figura si avvicina a quella del Don Chichotte di Cervantes, che lotta contro i mulini a vento. 

I principi che seminano lo schianto.
Giuliano si riferisce alla rabbia per un sistema che aveva come naturale, e in certo qual modo accettata conseguenza, il fatto che per sopravvivere bisognava rivendere a borsa nera, infischiandosene se chi andava a comprare il grano per delle cifre insostenibili poi difficilmente riusciva ad arrivare alla fine del mese. Lo schianto va individuato anche nella situazione in cui, al nascere della banda Giuliano, l’ intero paese di Montelepre viene coinvolto. In un documentario  sulla strage di Portella della serie ” La storia Siamo noi”, sono i protagonisti, a parlare. Quelli che in quel momento storico c’ erano.
Da alcune delle interviste emergono piccole, ma importanti verità: nella maggiorparte dei casi gli affiliati alla banda Giuliano, erano persone che questo avevano deciso di fare per semplice fame. Perchè, ad entrare a far parte della banda Giuliano si guadagnavano un sacco di soldi.Un altro schianto: aver condotto inconsapevolmente o meno, una buona parte del paese all’ attività illegale del banditismo, o meglio, del terrorismo, senza aver contemplato l’ imprevisto della nascita, dopo  i fatti di Portella della Ginestra, e degli assalti alle Camere del Lavoro, del C.F.R.B, e con questo l’ inaspettata quanto minuziosa serie di rastrellamenti nell’ intero paese di Montelepre e di una vasta area del circondario.
I rivali di Giuliano.
Quali sono i rivali di cui parla Giuliano? Siamo sicuri che egli si riferisca ai comunisti come al suo più diretto accusatore, Girolamo Li Causi?
Separiamo questa frase: ” …la orribile tragedia ordita dai miei rivali ha mantenuto nel più fitto mistero la mia posizione…”.
A partire dalla strage di Portella  soprattutto alle forze dell’ ordine fa comodo attribuire alla banda  Giuliano l’ intera responsabilità dell’ accaduto. Ma all’ indomani degli assalti alle Camere del lavoro non v’ è dubbio, sulla reale natura di ciò che sta accadendo. Questo viene espresso ad esempio nel titolo della prima pagina de L’ unità del 24 giugno 1947  che titola il suo articolo ” Sanguinose aggressioni fasciste in Sicilia”. Nessun giornalista degno di questo nome attribuirebbe le responsabilità al solo Giuliano. La verità è che i rivali, nel momento in cui Giuliano redige il suo discorso, sono tutti. Ma sono soprattutto quelli che gli hanno promesso l’ impunità, che lo hanno riempito di soldi, che gli hanno fatto addestrare centinaia di uomini in tutta Italia, che lo hanno adulato con le medaglie di colonnello dell’ E.V.I.S, che insomma, lo hanno fatto sentire importante ed utile, e ne hanno astutamente coltivato l’ ego distorto.

Il disquisire di Giuliano non sembra avere nè capo, nè coda. Ma proviamo ad essere più cocciuti del suo strampalato ragionamento:

 ho avuto la dignità di prestare aiuto ai feriti. Non posso dire la stessa cosa dei miei avversari i quali hanno agito diversamente e non si sono assolutamente battuti per la libertà sociale e per  la prosperità futura delle classi meno abbienti…”


Stiamo ancora parlando  dei famosi avversari che lui ha precedentemente accusato di aver osteggiato in ogni modo le sue ideologie, che hanno volutamente o involutamente, come lui dice, falsato o ignorato il suo vero ruolo in tutta questa vicenda, e che adesso Giuliano, dimenticando il contesto della sua stessa frase, cioè l’azione terroristica, accusa di non essersi battuti per la libertà sociale.  Quella di bandito è una condizione che a Giuliano sta stretta.

Egli tenta in ogni modo di scagionarsi almeno moralmente. Questo rende ad ogni riflessione un tono tragicomico. Perchè un vero terrorista si mostra solo al momento dell’ arresto, e un vero terrorista è uno che parla, sebbene nell’ ambito di un’ ideologia distruttiva e criminale, con cognizione di causa.
Giuliano invece vorrebbe spiegare che tutto il suo agire è stato dettato da un luminoso faro profetizzante  di luce che gli ha spiegato che l’ Italia avrebbe dovuto dividersi in due e che la Sicilia avrebbe dovuto affiliarsi agli Stati Uniti. Sarebbe interessante capire nella persona di chi, il delirante patriottismo di Giuliano abbia visto questo faro.

Al momento in cui scrive il suo discorso, Giuliano è praticamente il solo a pensarla a quel modo.  Tant’ è che  ammette di non essersi reso conto dell’ effettiva sostanza dei fatti, in quanto giovane e inesperto.

Stiamo parlando del più spietato dei assassini di Sicilia dell’ immediato dopoguerra. Eppure, questa necessità di spiegarsi, sembra indicarci anche che ci troviamo di fronte al classico caso di chi si trova dentro un problema molto oltre la portata della sua comprensione. Giuliano è un animale, un assassino. Non è un fine pensatore, nè tantomeno un ideologo. E’ solo uno che crede che per dare un significato alla vita bisogna fare per forza qualcosa di grande, d’ importante, di riconosciuto. Ma la via delle lotte contadine è troppo lunga e difficile e contempla la pazienza che lui fin dall’ indomani dei fatti di Portella e delle Camere del Lavoro dimostra di non possedere affatto. Giuliano non ha quella coscienza. E’ un figlio della guerra, e dopo la guerra, chi vede soldi, come si dice da queste parti, ” Annorba”, diventa cieco.

Giuliano e i comunisti.

Il rapporto fra Giuliano e i comunisti e fra Giuliano e la destra, sono decisamente diversi. Con la Sinistra Giuliano uccide. Ma ci parla pure, come fa col comunista Li Causi in più di un’ occasione. Della destra Giuliano fa molta fatica a parlare e per mancanza di chiarezza del momento storico, e per ovvio timore e, perchè, ufficialmente da quella parte non ha alcun interlocutore. Ma quando ha da uccidere, anche in quel caso, uccide e si fa giustizia da solo, senza pensarci due volte, premeditando ogni colpo alla perfezione. Come farà subito dopo le elezioni del 18 aprile.
Il sentimento verso l’ interlocutore comunista trasuda di senso d’ inferiorità, prima che di odio malato. Ciò che il programma del vincente blocco del popolo dichiara, a cavallo, e anche dopo i fatti di Portella è talmente alla luce del sole da essere facilmente attaccabile. Lo stesso non si può dire per il movimento separatista che di fatto, nel periodo in cui Giuliano scrive il suo discorso    sta velocemente trasformandosi nella ben più coesa Democrazia Cristiana.

Giuliano sembra constatare il fatto che la causa dello stato di miseria del popolo di bassa plebe, come lui lo chiama dal momento in cui è stato riempito di soldi e promesse da chi aveva il solo interesse di concretizzare i propositi di  destabilizzazione di ogni velleità comunista, è lo sfruttamento cui la sua popolazione è stata sottoposta fino all’ ultimo dopoguerra. Egli comprende, ma non ammetterebbe mai, che il comunismo non potrebbe mai assoggettare a sè i poveri di bassa plebe ( espressione per altro molto poco comunista), per arricchirsi. E’ attratto da questa verità ma ad essa fa resistenza.

Giuliano mette in guardia i destinatari del suo discorso dalla seduzione del comunismo. Dove non ci sono promesse entusiasmanti, come agiatezza e prosperità, Giuliano rimane dubbioso.. Nel suo modello di società, che è poi quello che diventerà elemento portante di tanta cultura siciliana specialmente nel pieno degli anni di governo della Democrazia Cristiana, la promessa è lo scheletro dell’esistenza di un popolo. Il comunismo in Sicilia non ha mai fatto promesse, ma è sempre stato l’ espressione di un diritto che è prima di tutto civile, che mira al lavoro e alla consapevolezza, che non promette più di quello che può bastare a un’ esistenza dignitosa che si sostenti, specialmente nei paesi protagonisti della storia di cui parliamo, su ciò che ha in abbondanza: la terra.
E poi, come un cane che si morde la coda ammette che se da lavoratore quale fu un tempo, e quando era libero come uomo, così com’è libero nel momento in cui scrive il suo discorso, nei sentimenti ( ma non come uomo), gli avessero detto che la salvezza del popolo monteleprino fosse dipesa da coloro che pigliano ordini direttamente da Mosca, sarebbe stato il primo a correre nelle file comuniste a dare tutto il suo appoggio.
Solo che qualcuno è arrivato prima.

Giuliano s’ inalbera ogni qualvolta che qualcuno, dall’ alto della sua parlantina politica, e più che altro, della sua cultura, gli ricorda che egli non è nient’ altro che un bandito con appena la quinta elementare.
Probabilmente Giuliano si è legate al dito le riflessioni che Girolamo Li Causi fa, all’ indomani dell’ eccidio di Portella della Ginestra, durante il suo intervento all’ Assemblea Costituente, il 15 Luglio, 1947.

Giuliano e la mafia.

Giuliano sa che i posti occupati dai mafiosi sono posti di assoluto rispetto, come quello di  Don Calò Vizzini, che subito dopo lo sbarco degli alleati viene dichiarato sindaco di Villalba. E come quelli che potrebbero subentrare alle imminenti elezioni. E’ quindi così certo, che il discorso di Giuliano si riferisca solo ai comunisti? Certo è, che i fatti successivi lasciano un minimo di dubbio.

Finalmente Giuliano si rende conto di essere stato solo sfruttato, e comincia a riflettere sui meccanismi dell’ oscura macchina di potere di cui in realtà lui è solo una minima parte dell’ ingranaggio. Quelle che ritiene rivelazioni sono in realtà  riflessioni, constatazioni che non hanno la consapevolezza della denuncia vera e propria. Ma in certo qual modo lo sono.

 Se i mafiosi fossero stati tali come i nostri capi li hanno decantato, oggi non dovrebbero esistere più comunisti…

Chi sono, quelli che Giuliano definisce  “i nostri capi?”. O si riferisce al pensiero separatista in merito alla questione, o si rivolge a quello dei comunisti, che più degli altri fanno diretto riferimento, nelle loro denunce alla realtà mafiosa. La riflessione di Giuliano, nasce sempre come volontà di spiegarsi, e sfocia sempre in un’ accusa. I mafiosi pensano solo al loro tornaconto personale e le alte sfere del governo si servono di loro. Vedrete che sarà come io vi dico, e quando non serviranno più, verranno mandati via dalla Sicilia, come accadde durante il regime fascista.

Il bandito, l’ assassino ma soprattutto l’ ardito difensore della sua terra pretende di essere giustificato perchè ha agito per il suo folle, solitario, totalmente inutile ideale. Tutto, per Giuliano deve essere compreso e giustificato. Le stragi, l’ attività criminale, persino la mafia. Tutto, ma non il comunismo.

Giuliano vive di luoghi comuni: gli hanno insegnato che con il comunismo tutto deve essere  razionato in parti uguali. E ciò, nel suo allucinato pensare, equivale a dire che i piccoli coltivatori continueranno a fare la fame, dopo essere stati illusi dalla aspirata suddivisione delle terre. Così, inneggia ai tempi in cui grazie alla borsa nera del grano i piccoli coltivatori potevano prendere un pò di respiro.  

Giuliano accusa persino il governo italiano e quello americano, perchè non hanno voluto unirsi a lui alla luce del sole. E infatti, Giuliano che ha fame del solo riconoscimento di uomo, nonostante tutti gli omicidi di cui si è macchiato pur di ottenere questo riconoscimento, non si capacita di una simile mancanza di lungimiranza dei suddetti governi.
L’ umanità di Giuliano è quella di uno che crede di essere un eroe della patria, un condottiero, uno che si fa giustizia da solo. Giuliano, al momento in cui redige questo discorso, è davvero solo. Se così non fosse, non si spiegherebbe l’ esistenza di questo discorso. Che guarda caso, non è mai stato reso pubblico.

 

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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