De Mauro e il Kgb

Aurelio Bruno (anni '50-foto Randazzo)

Aurelio Bruno (anni ’50-foto Randazzo)

Aurelio Bruno

“Il caso” De Mauro non finisce mai di stupire. Ad oltre trent’anni dal clamoroso rapimento dell’intraprendente e discusso giornalista del quotidiano palermitano  “L’Ora” avvenuto, come si ricorderà, sotto casa al viale delle Magnolie, la sera del 16 settembre 1970, la vicenda infinita e da sempre oscura del cronista foggiano, ha ora attraversato, addirittura persino la ex cortina di ferro. Finendo con la riproduzione del tesserino professionale con allegata fotografia del suo protagonista, sulle pagine di un libro edito lo scorso anno a Mosca dall’accattivante titolo “Inviato speciale del Kgb”. Inoltre, fra le righe del “sotto pupo” come, in gergo, nelle tipografie dei giornali degli anni quaranta si era solito indicare, dagli addetti ai lavori, le riproduzioni fotografiche, può leggersi la seguente altrettanto sconcertante e imprevedibile didascalia: “Tessera di giornalista dell’agente del compagno Lescov, Mauro De Mauro, che ha pagato con la vita la sua capacità di indagine”.

Non è una notizia né di ieri né dell’altro ieri, perché per la prima e ultima volta, fra l’inspiegabile, non vogliamo dire, sottovalutazione della stampa e delle televisioni italiane, è apparsa sulle colonne de “Il Giornale” il 17 giugno 2003, nel contesto di un articolo di Massimo Caprara sulle ritrite e ripetute ambiguità del presunto golpe De Lorenzo-Sifar dei primi anni Sessanta.

E’ possibile peraltro che il volume moscovita non sia stato mai tradotto in Italia e pertanto non è stato mai in circolazione fra il nostro pubblico. In ogni caso, attraverso giri che a noi non è dato, né interessa, sapere il citato volume si trova saldamente nelle casseforti della numerosa e agguerrita “Commissione parlamentare d’Inchiesta Mitrokin, da qualche anno impegnata in un approfondito esame storico e se possibile completo dell’ultimo dei servizi occulti sovietici nel nostro Paese all’epoca della guerra fredda.

Riteniamo, comunque, sia il caso, per completezza d’informazione, spendere due parole sull’autore dell’ormai introvabile volume moscovita che non è una persona qualsiasi.

Nato nel 1926 da una famiglia operaia, il compagno Lescov, è il nome in codice del colonnello Leonid Kolossov, ora in pensione. Dal 1962 al 1972 è stato in Italia come inviato speciale del quotidiano sovietico “Izsvetija” diretto da Alexej Ivanovic Adijubei, genero di Nikita Kruscev, avendo facilmente accesso fra le più alte sfere politiche romane, compreso il Vaticano, favorito anche dalla sua ufficiale qualifica di “vice addetto commerciale”. Pochissimi in verità conoscevano la sua vera attività. In realtà il compagno Lescov, alias Leonid Kolossov (e lo ha detto egli stesso nelle sue lunghe deposizioni alla commissione parlamentare), oltre ad indossare sotto i panni borghesi la divisa ufficiale dell’Armata Rossa e per di più di colonnello del Kgb, era in Italia il numero due della residentura sovietica.

Resta ora da capire e da spiegare cosa in effetti il colonnello Kolossev-Lescov fra i suoi tanti “non  ricordo”, e le contraddizioni, abbia voluto veramente significare nell’inciso della didascalia fotografica dedicata all’ “agente del compagno Lescov” Mauro De Mauro. Infatti, una lettura sia pure superficiale, dell’inciso si presta a svariate interpretazioni e comunque non fa che arricchire la già complessa e mai del tutto decifrata personalità del giornalista scomparso.

Kolossov ai commissari del parlamento italiano, a specifica domanda, ha risposto che De Mauro era soltanto un amico. Il quale nella sua movimentata e controversa carriera, è stato, fra l’altro, il depositario dei retroscena del processo Tandoy, il solo ed unico privilegiato “confidente” delle confessioni della donna di mafia Serafina Battaglia, morta questa estate. Il promotore, con l’altro collega de “L’Ora”, Enzo Perrone, deceduto dieci anni addietro, e con l’allora colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, dell’operazione “Faccabrino” relativa ad un massiccio sbarco di tabacchi e stupefacenti in territorio di Agrigento.

Persino fu “il ladro”, dalla scrivania dell’altrettanto mitico “colonnello delle Fiamme gialle Carmelo Brancato, di una foto di un boss del clan dei marsigliesi destinata a rimanere “secretata” e finita invece sulle pagine dei suoi giornali. Cosa che aveva imbestialito e di brutto nientedimeno che l’investigatore principe dell’Fbi degli anni Sessanta, il detective Charles Siragusa. E per ricucire lo strappo, come si dice in politica, ci volle l’autorevole intervento di diplomatici e di “autorevoli vertici” investigativi e italiani e statunitensi.

De Mauro fu uno e cento personaggi non in cerca di autore, e senza volerlo Leonid Kolossev, pur definendo il giornalista soltanto un amico che da parte sua non conosceva, anche se ne sospettava, la sua vera attività ha aperto un oscuro e sicuramente improbabile spiraglio sulla sua vicenda umana e professionale. Sì da fargli meritare, a pieno diritto, la laurea in giornalismo. Titolo che fra il serio e il sornione, il povero De Mauro amava spesso ripetere ai colleghi proprio poco prima di quella tragica sera del 16 settembre 1970.

E sempre senza volerlo ma, pensiamo con una punta di malizia, l’ex numero due della Residentura sovietica in Italia, ha voluto rifilare pure una “chicca” ai suoi istituzionali interlocutori che lo hanno a più riprese ascoltato, e cioè l’”interesse” del compagno Joseph Stalin verso la mafia siciliana. E per dare corpo a questo “interesse” Lescov-Kolossev, da buon agente segreto, come si dice, si era “dato da fare”, riuscendo a contattare tramite un altro giornalista, Felice Chilanti, di “Paese Sera”, pure scomparso, autore di un libro sull’ex banda Giuliano e di un altro sull’ “operazione Milazzo”,  ottenendo una “autorizzazione” al riguardo proprio da Mosca. Avvicinando a Villa Igea, e in una sua proprietà nelle vicinanze di Palermo, nientedimeno che il boss Nick Gentile che per i fatti suoi odiava gli americani e si diceva felice che se ne avesse avuto la possibilità e l’occasione avrebbe svelato notizie e segreti americani (senza naturalmente accennare all’Urss).

Il colonnello “Lescov” riuscì a diventare amico oltre che a riceverne qualche confidenza del vecchio boss della mafia siciliana degli anni Cinquanta. Ne ripetiamo l’ultima fatta al colonnello Kolossev, numero due della Residentura del Kgb in Italia “come a un figlio”, qualche tempo prima di morire, nella presecuzione di un discorso: “No, figlio mio, la mafia non è nata oggi e non morirà domani: Perché ha radici ovunque e non perdona niente a nessuno. E anche perché è il nostro, un modo di vivere”.

Già, la mafia degli anni Cinquanta, quando negli Usa fu nominata la commissione parlamentare Kefauver sulla Cosa nostra americana. Quando i boss si chiamavano Albert Bum Bum Anastasia, Lucky Luciano, Joe Adonis, Jo Profaci, padre e figlio. All’anagrafe commercianti di import-esport di olio di Villabate, provincia di Palermo. [2004]

 

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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