Quando Charles Poletti ritornò in Italia (1947)

Charles Poletti, capo dell'Amgot (GMA)

Charles Poletti, capo dell’Amgot (GMA)

Dopo le elezioni del 18 aprile 1948 due vecchi amici si incontrano. Non si vedono da tempo perchè le vicende della guerra prima e gli anni difficili della ricostruzione dopo, lo hanno reso impossibile. Uno si chiama Epifanio Aiello, è nativo di Partinico ma abita a Terrasini. Di professione fa l’ autista. L’altro Giuseppe Imbrociano.  E’ domiciliato presso la locanda Andolina di Palermo e fa il meccanico.

Aiello ha una smania dentro, una sorta di peso di cui forse si vuole liberare con un amico che conosce dal 1929. E così si combina l’incontro. Avviene a Palermo nei pressi del palazzo del Genio civile. Non è un evento casuale. Sia per quell’urgenza, quel peso, sia anche perchè l’Aiello è un monarchico vicino alle posizioni  del principe Alliata. L’amico è invece un militante comunista, già dalla fondazione del Pci a Livorno, antifascista condannato al confino dal regime di Mussolini nel 1941-‘42.

Scheda biografica di Imbrociano compilata dai questurini fascisti per il suo confino a Pisticci

Scheda biografica di Imbrociano compilata dai questurini fascisti per il suo confino a Pisticci (Archivio Casarrubea)

Aiello ha un mandato: “tentare di indurre i dirigenti del Pci ad incontrarsi con il bandito Giuliano che, tradito dai partiti e dagli uomini politici che aveva appoggiato nelle elezioni del 18 aprile, voleva fare qualche cosa per cancellare il suo passato”. L’Imbrociano promette di parlare della proposta con gli esponenti comunisti. Strada facendo Aiello si apre a confessioni più personali: dice di essere stato uno degli autisti del camioncino utilizzato per la strage del 22 giugno 1947 e per l’assalto contro la sede del Pci di Borgetto. E aggiunge “che alla vigilia della strage di Portella della Ginestra il colonnello Poletti fece pervenire a Giuliano, tramite alcuni uomini politici, una lettera nella quale incoraggiava il bandito a quella impresa [terroristica]  assicurandolo di un sicuro rifugio negli Stati Uniti sotto la sua protezione. Poletti precisava, infine, che una nave americana l’avrebbe rilevato al largo delle coste siciliane, così come era stato fatto per altri elementi della banda”.

Consapevole della gravità delle affermazioni il dirigente comunista si reca qualche giorno dopo presso la sede del Blocco del Popolo, in piazza Bologni, a Palermo, dove riferisce la notizia a Pompeo Colajanni. Questi lo invita a ritornare in quanto avrebbe dovuto parlare con gli altri dirigenti del Pci. La risposta è che l’Aiello si affidi alla giustizia. Ma non accade nulla e quando il processo di Viterbo è in pieno svolgimento, l’Imbrociano, avendo letto sui giornali le notizie clamorose emerse dal dibattimento sui mandanti di quella strage, il 3 novembre 1951, torna alla sede del Blocco del Popolo. Incontra il senatore comunista Girolamo Li Causi che gli suggerisce di mettersi a disposizione del magistrato.

E’ credibile questo racconto? A noi pare di sì in quanto l’interesse di Poletti nella vicenda di Portella trova un diretto riscontro non solo nel fatto che dopo le stragi di maggio-giugno diversi membri della banda fuggirono con documenti falsi in America, ma anche in un documento nel quale è riferito che l’ex capo dell’Amgot (Governo militare dei territori occupati dagli angloamericani), tornò in Italia nel 1947 per assicurare, per conto del governo statunitense, gli aiuti necessari se si fosse costituito un fronte unitario di lotta contro il pericolo comunista.

La domanda che ci si pone è: – perché il Pci, e Togliatti in prima persona, che ben conosceva il grave rischio che correva la democrazia italiana per il rafforzamento delle formazioni paramilitari anticomuniste nel Nord-est della penisola, sulla costa Adriatica e in Sicilia, non fecero nulla per impedire che questo accadesse? Vollero evitare la guerra civile o, più semplicemente, accettarono, obtorto collo, i patti della conferenza di Yalta e quindi la consegna dell’Italia al blocco occidentale?

NB.: I documenti relativi al caso Imbrociano-Aiello si trovano in copia digitale presso l’Archivio Casarrubea, al fondo Giuseppe Imbrociano, grazie alla donazione da parte del figlio.

Giuseppe Casarrubea

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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9 risposte a Quando Charles Poletti ritornò in Italia (1947)

  1. Paolo Pinciroli ha detto:

    Come sempre Casarrubea è preciso, circostanziato e, sopratutto, credibile. Complimenti.

    • casarrubea ha detto:

      Ho il dovere di ringraziarti perchè quelli che sono disposti a regalarmi il piacere di un minimo riconoscimento degli sforzi compiuti sono veramente pochi. Il mio lavoro mi ha dato più nemici che amici. Grazie di cuore.

  2. antonio ha detto:

    Quale Italia poteva nascere con queste, celate e nemmeno tanto, nefandezze? Se non quella che stiamo vivendo!

  3. Salvatore ha detto:

    Quanto scritto in questo articolo, e di questo ringrazio il prof. Casarrubea, evidenzia il legame profondo tra imperialismo statunitense, formazioni fasciste, forze mafiose-separatiste, servizi segreti (in poche parole, la classe dominante e il suo Stato) nel criminale obiettivo di stroncare per via violenta le mobilitazioni operaie e contadine nell’Italia dell’immediato secondo dopoguerra. E dopo? dopo credo che la storia continuerà nella stessa lunghezza d’onda. Sconfiggere questo sistema, il capitalismo, costruire il socialismo credo sia un’opera difficile e che presuppone la mobilitazione di grande masse operaie e popolari.

    In questo periodo sto leggendo due libri estremamente interessanti:

    1) il movimento antimafia siciliano di Gabriella Scolaro, tesi di laurea pubblicato da Terre libere
    cchetratta la storia del movimento operaio e popolare siciliano dalla fine dell’800 agli anni ’50 del novecento.

    2) chi ha ucciso Pio La Torre, che mette in evidinza alcuni lati oscuri della vicenda e che si riannoda all’articolo del prof. Casarrubea

    Questi due libri vanno letti dai giovani, ma anche dai meno giovani.

    • casarrubea ha detto:

      C’è una continuità coerente tra le vicende del passato e quelle odierne. Sono stati i modelli di sviluppo capitalistico a fondarla. Essa ha significato repressioni, violenze di Stato, mistificazioni nella conoscenza della verità. Ecco perchè in Italia non abbiamo avuto giustizia, la sinistra si è sgretolata e, nonostante la crisi del sistema ‘occidentale e atlantista, non riusciamo a venire a capo di un progetto di sviluppo.

  4. Marco ha detto:

    quelli che sono disposti a regalarmi il piacere di un minimo riconoscimento degli sforzi compiuti sono veramente pochi. Il mio lavoro mi ha dato più nemici che amici
    ______
    che tristezza, una figura come la sua dovrebbe essere portata in palmo di mano da tutta, dico tutta la sua gente….e invece ?? che devo mai leggere…..che tristezza….Profesore vada vanti che ha asciato in rete, e quindi per sempre, un lavoro straodinario, per precisione, completezza e coraggio…

  5. Marco ha detto:

    apro una parentesi, come e’ finita la vicenda della riesumazione del corpo del presunto cadavere di S. Giuliano ?? Avevo letto che il dott. Ingroia aveva detto che forse non si sarebbe potuto fare il test del DNA, cosa che mi risulta difficile da credere, poi avevo letto che il cadavere riesumato era piu’ basso di circa 25 cm (1,60 cm contro 1,80 cm…circa)….poi altre notizie e altre che smentivano le prime, insomma non ci ho capito piu’ nulla. Si e’ giunti ad un risultato serio e inequivocabile in merito ??

    • casarrubea ha detto:

      Caro Marco,
      della verità giudiziaria io non posso rispondere. Di quella storica credo che ci siano molti elementi che dimostrano l’ipotesi di una trattativa (la prima nella storia della nostra Repubblica) conclusasi secondo accordi precedentemente assunti tra le due parti (lo Stato rappresentato dal generale Luca e dall’ispettore di Ps Ciro Verdiani) e le mafie che trattavano per conto di Giuliano. La cosa certa è che, stando a tutte le testimonianze dirette rese ai pubblici ministeri che hanno indagato, la scena del conflitto a fuoco che sarebbe avvenuto nel cortile di Castelvetrano dove Giuliano si dice sia stato ucciso, è assolutamente falsa. Ergo, chi vuole tragga le conclusioni.

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