La Santuzza dei palermitani

Santa Rosalia

Santa Rosalia

Rosalia nasce, nel 1128, in epoca normanna, da una nobile famiglia del tempo, quella dei Sinibaldi.

Suo padre, conte, padrone di Quisquina e del Monte delle Rose faceva discendere i suoi antenati addirittura da Carlo Magno. Ma come è ormai risaputo, le donne non hanno molta fortuna nelle famiglie nobiliari e per loro resta quasi sempre aperta la via dei conventi. Nel caso di Rosalia la sua vocazione pare fosse spontanea e si dice, anzi che, fattasi monaca, il suo pretendente abbia continuato a cercarla, a importunarla, a pretenderla. Quale altra soluzione si poteva imporre a Rosalia che sfuggire a tutti nascondendosi negli angoli più remoti della Sicilia? Dunque il suo destino fu la fuga e il girovagare, fino a quell’ultimo domicilio: una grotta del monte Pellegrino sovrastante Palermo, dove la vergine avrebbe trovato la morte all’età di 37 anni.
Ha molto in comune questa storia con quella della sua consorella nella fede, la patrona di Catania, Agata. Entrambe, infatti, sono richieste in moglie da gentiluomini che rappresentano il potere. Ma in tutte e due i casi i pretendenti sono respinti in nome della vocazione. Agata diventa martire mentre Rosalia muore da eremita, isolata dal mondo, dagli agi e dalla città, come un’anima vocata al misticismo, a far parte di un mondo superiore in cui a dominare, a parte gli aristocratici, ci sono solo la Chiesa cattolica e Dio. Tra le date di nascita delle due vergini ci sono quasi mille anni di differenza. Il potere temporale di Agata è Roma imperiale, quello della Santuzza, come la chiamano i palermitani, sono i re normanni che avevano fatto la guerra agli Arabi, cacciandoli via dalla Sicilia.
E i palermitani che si sentono i veri rappresentanti della Sicilia, non potevano scegliere a simbolo della loro città normanna, una santa migliore della Santuzza. Un simbolo che unisce in sé la repulsione del potere, ma anche la sua coniugazione con il mondo profano e cattolico, con un cattolicesimo, però, labile e lontano, come una realtà dietro le quinte, che agisce secondo tempi e modalità peculiari.
E difatti la cosa che più sorprende nel festino della santa è la totale separatezza della sfera civile da quella religiosa. Una iattura segnata anche dai diversi giorni in cui si svolgono le giornate dedicate alla celebrazione della festività. Il 14 luglio fatto di carri allegorici, di passeggiate nel cassaro, a piedi o stando seduti in bella mostra sul carro, lungo il corso Vittorio Emanuele, giochi pirotecnici; il 15 fatto di preghiere e processione del reliquiario. Due mondi totalmente separati, come se la città fosse schizofrenica o rivendicasse una supremazia degli aspetti sociali della convivenza e dell’incontro, sul dato storico di una spiritualità decaduta e perdente.
Giuseppe Casarrubea

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a La Santuzza dei palermitani

  1. samina ha detto:

    oh no. La città non è schizofrenica in questo caso. E’ una città degli opposti e ben lo dimostra. Rosalia è un Archetipo e va ben al di là della fanciulla di cui sappiamo: http://domodama.wordpress.com/2012/06/17/il-monte-dalla-carne-di-rosa/.
    E chi stava sul carro quest’anno era la città stessa, quella che non si nasconde, quella che ogni giorno opera senza riflettori.

  2. Salvo ha detto:

    questo articolo è vomitevole.. quanto assurdo… che scrive, mi pare che non ci ha capito niente!

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