Il tempo lungo della trattativa Stato-mafia

                                      Antonio Ingroia

Antonio Ingroia

Antonio Ingroia

Come al solito, all’indomani di ogni mio tentativo di aprire dibattiti costruttivi su tematiche che nessuno potrà mettere in dubbio essere seri, vengo investito da critiche e commenti velenosi. E così succede ancora una volta dopo che in un’intervista dico due cose ovvie. Primo: c’è chi protesta contro una presunta invasione di campo della magistratura che, indagando sulla stagione della trattativa ’92-’94, dovrebbe cedere di fronte ad un’implicita (forse inconfessabile?) ragion di Stato.

A questi rispondo che, se ragion di Stato vi fu, lo si dichiari. La politica ha gli strumenti legislativi per fermare la giustizia penale, e se la veda poi coi cittadini per giustificare una ragion di Stato che, invece di fermare le stragi, le avrebbe accelerate se non addirittura causate (basta leggersi le sentenze di Firenze e Caltanissetta per farsene un’idea). Seconda cosa ovvia: se invece questa presunta ragion di Stato non viene riconosciuta da alcuna autorità politico-istituzionale, si lasci lavorare la magistratura, ed anzi la politica faccia la sua parte, approntando gli strumenti legislativi per agevolare la verità giudiziaria ad emergere e adoperandosi perché venga fuori anche la verità storico-politica. Banalità, vero? Sembra di no, a vedere le reazioni, dato che vengo accusato, fra l’altro, di essere un provocatore politico (ma di che provocazione stiamo parlando?), di voler attribuire una ragion di Stato al noto conflitto di attribuzioni fra Presidenza della Repubblica e Procura di Palermo (ma io parlavo di tutt’altro!), e da ultimo di voler nascondere la debolezza dell’indagine. Quest’ultima accusa proviene da un mio critico affezionato, Emanuele Macaluso, che da queste stesse colonne ieri ha già emesso la sentenza del processo senza conoscerne una carta. La cultura del dubbio, coltivata da quel Leonardo Sciascia che Macaluso ama citare, stavolta non gli serve, visto che sa già che il procuratore capo di Palermo non ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio perché l’indagine è debole, e non perché, da non titolare del procedimento, il procuratore «vista» il provvedimento. Né lo sfiora il dubbio che, in caso di dissenso, possano avere ragione gli altri quattro magistrati che hanno invece firmato. Ma, purtroppo, non è finita qui, perché Macaluso, pur di non dare credito alla dignità di un’indagine, smentisce l’esistenza di qualsiasi trattativa, ignorando le sentenze e perfino la storia. Ignora le sentenze definitive di Firenze che hanno ritenuto provata la trattativa Stato-mafia della stagione 92-93. Ed ignora la storia, perché nel suo excursus dimentica addirittura la “madre di tutte le trattative”, quella intermediata da Lucky Luciano che consentì il sostegno della mafia allo sbarco delle truppe anglo-americane in Sicilia alla fine del secondo conflitto mondiale. Fatti documentati in tanti libri di storia e da ultimo in “Quarant’anni di mafia“, libro di Saverio Lodato, memoria storica antimafia di questo stesso giornale. Ebbene, sorprende che un politico come Macaluso, che quella stagione ha vissuto, non rammenti che la “connivenza” con la Democrazia Cristiana, partito filo-atlantico e garante di certi assetti politico-sociali, iniziò proprio per effetto di una trattativa, quella trattativa intermediata da Cosa Nostra americana e si esaurì solo quando, dopo la caduta del muro di Berlino, venne meno la giustificazione politico-internazionale di quella convivenza, degenerata in stabile alleanza. Sono cose ben chiare ad un comunista che guardava lontano ed in profondo come Pio La Torre, che non a caso non smise mai di vedere il contesto internazionale nel quale si inseriva il potere mafioso. E seguendo il metodo di analisi della realtà mafiosa di Pio La Torre non deve sembrare un caso che l’omicidio Lima si collochi solo dopo la caduta di quel muro, e per ragioni ben più profonde del mancato aggiustamento del maxiprocesso, come sembra pensare in modo riduttivo, invece Macaluso. Ebbene, il tema allora rimane un altro, e credo dovrebbe interessare non soltanto ai magistrati e alle vittime delle stragi e delle varie trattative con la mafia avvenute nella storia. Se è vero che vi fu una trattativa in quel biennio, è pensabile che essa avesse come obiettivo solo il 41-bis, o la posta in gioco fu ben più ampia? La nuova trattativa non riguardava invece il nuovo patto di convivenza politico-mafioso? Ed allora, sembra troppo impertinente che un magistrato dica ad alta voce che, di fronte a questa posta in gioco, invece di invocare presunte invasioni di campo della magistratura si dovrebbe collaborare, ciascuno per la propria parte di responsabilità, informazione, politica, cultura e società civile, per ricostruire cosa accadde davvero in quegli anni? La magistratura deve solo perseguire responsabilità penali personali e cercare le prove, e celebrare processi se le prove ci sono. Ma ognuno faccia la sua parte.

Post scriptum. Non mi piace la polemica delle repliche e contro repliche perché sterile. Quindi, siccome so che Macaluso replicherà ancora alle mie risposte, dichiaro che, per parte mia, ritengo questa polemica chiusa qui. Non prima di rammentare, visto che che raccomanda di agire contro la mafia “silenziosamente”, le parole di Paolo Borsellino, il mio maestro, che mi ha insegnato che il silenzio è della mafia per poi concludere: “Parlate della mafia, parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene…”.

Fonte: l’Unità

Tratto da Antimafia 2000, 2 agosto 2012

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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