Caro Emanuele, questa non me la bevo

Emanuele Macaluso

Emanuele Macaluso

Nella recente controversia tra Ingroia e Macaluso sulla trattativa Stato-mafia, ci sono diversi punti non chiariti. Forse vale la pena tentare di renderli meno confusi. Con una pregiudiziale sulla quale non si può discutere: i magistrati facciano il loro dovere, come stanno facendo.  E quelli che si dilettano con la penna in disquisizioni varie, utilizzino come gli pare il loro tempo. Ma senza prendere persone e cose sottogamba o, peggio ancora, a pedate o a scappellotti come facevano i maestrini, quando usavano la bacchetta. E’ troppo comodo farlo. E anche disdicevole per molti pennivendoli che, oggi più che mai, si dànno a delegittimare il prezioso lavoro dei magistrati, fondamentale alla nostra democrazia. Come aveva previsto e scritto Giovanni Falcone.

A Emanuele Macaluso, che conosco dai miei tempi di militanza nel Pci negli anni Settanta, devo dire che i suoi recenti articoli su Ingroia non mi hanno aiutato nella direzione sperata e per questo vengo a interrogarmi e a interrogarlo.

Perchè tentare di sminuire i caratteri e la consistenza della trattativa tra Stato e mafia è irragionevole. Fa a pugni con la storia che è sempre maestra di vita. Così un vecchio militante del Pci come lui, non può alterare il senso delle cose. Dovrebbe dare ad esse il giusto peso, la direzione che hanno avuto, visto, peraltro, che il nostro ex senatore è stato un dirigente nazionale del Pci e direttore de l’Unità.

Per questo non può venirci a raccontare che “il grande compromesso tra mafia e Dc” risale al 1948. A quella data i giochi erano stati già fatti. Bastò un anno, come egli stesso fa notare. Dalle regionali siciliane del 1947, quando il Blocco del popolo ebbe la maggioranza relativa dei voti, alle politiche del 1948, quando la Dc sfiorò la maggioranza assoluta. In Italia. Ma anche in Sicilia, dove si sarebbe dovuto formare, già dall’anno precedente, un governo di centro-sinistra con il contributo del partito di Sturzo, e invece ci furono prima la strage di Portella della Ginestra e, dopo, il governo di centro-destra. La sequenza fu questa: strage, rinvio all’opposizione della sinistra, che aveva vinto le elezioni regionali,  sbarco dei comunisti dal governo di De Gasperi.

Ma ci fu di peggio al momento del trionfo della democrazia cristiana: la completa decapitazione del movimento sindacale siciliano. Dalla strage di Alia (settembre 1946) alle stragi di Messina (marzo 1947) e di Partinico (22 giugno 1947).

https://casarrubea.files.wordpress.com/2012/06/partinico-22-giugno-47-giornali-1.pdf

Macaluso sa bene che non furono quattro, dunque, i sindacalisti ammazzati, come incredibilmente scrive su l’Unità del 1° agosto scorso. La mafia, con l’accordo della Dc, provvide a una loro decapitazione sistematica. Il che è cosa ben diversa da quella che egli narra. Tanto più se si pensa che per diversi di loro, come Accursio Miraglia di Sciacca e Calogero Cangelosi  di Camporeale, non si arrivò neppure a una fase processuale. Si faceva così allora, nel silenzio generale: socialisti e comunisti venivano ammazzati e i tribunali non arrivavano neanche a istruire un processo. Tutti contenti. Mi sono sempre interrogato su questo punto e sempre mi sono dato una sola risposta. I morti, i caduti venivano richiamati nei comizi. Ma nulla di più. Non servivano per la verità e la giustizia. La prima veniva deviata, la seconda resa impossibile.

Portella è una cartina di tornasole. Macaluso ci dice poco in merito. Dovrebbe ricordare gli articoli di prima pagina de l’Unità del 1947 usciti nel primo semestre di questo fatidico anno di piombo. Non c’era compagno che non sapesse che dietro figure losche come il bandito di Montelepre si annidavano le fecce più nauseabonde della Rsi e del neofascismo dell’epoca. E Macaluso sa bene che il suo dovere di militante storico della sinistra gli impone di dubitare di molte versioni propalate dal sistema di potere come verità indiscusse, specie quando fondate su falsi rapporti, su depistaggi, su conflitti mai avvenuti, sulla distorsione intenzionale della verità. Cosa che fecero ampiamente uomini dell’Arma che nulla avevano da invidiare a Mori o Subranni, come il colonnello Ugo Luca e il capitano Antonio Perenze, un agente segreto attivo già all’epoca del nazifascismo.

E’ strano perciò che egli releghi ancora oggi la vicenda di Portella o gli assalti alle Camere del lavoro all’esclusiva responsabilità di Giuliano. Furono opera di un accordo in cui mafia, Servizi e Stato agirono all’unisono. Come cercò di spiegare Gaspare Pisciotta quando disse al giudice di Viterbo Tiberio Gracco D’Agostino: “Siamo una cosa sola come il padre, il figlio e lo spirito santo”.

Non capisco, quindi, come egli possa scrivere: “Non ci furono trattative: le grandi famiglie mafiose benestanti, notabili rispettati nei grandi paesi della Sicilia occidentale e di Palermo, erano grandi elettori e frequentavano familiarmente i capi della Dc siciliana”.

Questi amici che si incontrano per caso nei salotti dei palazzi nobiliari sono gli stessi che stipulano accordi a Roma, con criminali e banditi, sono l’aristocrazia nera, criminali che si dànno appuntamento nei pressi delle abitazioni del principe Borghese e di Nino Buttazzoni, o del segretario monarchico Covelli, al bar del Traforo (ancora esistente fino a qualche anno fa), a piazza San Silvestro o in via dei Due Macelli e che poi decidono al Viminale o nelle sedi romane della Dc, o in qualche convento, come meglio fare a evitare che l’Italia sia consegnata ai comunisti, alla sinistra.

Come è pensabile che una vecchia volpe come Macaluso non sappia queste cose? E come può egli ritenere che stragi di quelle proporzioni non avessero una copertura internazionale per un Paese strategico della guerra fredda? Eppure il Nostro scrive: “Senza trattative la mafia, che aveva sostenuto i liberali, i separatisti, i monarchici transitò nel partito che ormai deteneva il potere. Con la benedizione del cardinale Ruffini. La rivista di Giuseppe Dossetti ‘Cronache sociali’ documentò il transito guidato dalla mafia di elettori dai collegi di Vittorio Emanuele Orlando, nel palermitano, alla Dc”.

Per questo il vecchio senatore si riferisce al blocco anticomunista del 1948 che vedeva la mafia “parte del sistema, nel ‘quieto vivere’”. E aggiunge che i democristiani di spicco pensavano “di poter ‘governare’ una convivenza con la mafia nella ‘legalità’ consentita dai tempi”. Ma quale metro avevano i comunisti come lui per valutare il superamento del grado di ‘legalità’ consentito dai tempi? Certo è che Macaluso non era Pio La Torre, la cui tolleranza della ‘convivenza con la mafia’ era zero. Pio La Torre che contro i latifondisti e gli agrari aveva combattutto e che per queste lotte aveva fatto la galera, per poi morire ammazzato assieme a Rosario Di Salvo negli anni della guerra contro i missili atomici a Comiso. E il varo della prima legge antimafia, quando l’associazione mafiosa diventa un crimine per lo Stato (1982).

Resta un’altra piccola questione che Macaluso dovrebbe spiegare. Questo ‘quieto vivere’ interessava solo la Dc o faceva parte di una strategia politica generale che investiva anche certi ambienti del Pci? Voglio dire i vertici comunisti. Perché, analogamente a quanto avveniva con i carabinieri, per lo più giovani ragazzi del Nord, mandati al macello in una vera e propria guerra che essi combattevano per un ideale e per un pezzo di pane, allo stesso modo forse si realizzava, a livello territoriale, una carneficina di teste pensanti e oneste del sindacalismo di sinistra, mentre ai piani alti si sognava il processo democratico. La mia non è un’affermazione, né tanto meno una provocazione, ma una domanda che è mio dovere pormi, per saperne un po’ di più di questa nostra storia nazionale in parte retorica e in gran parte a colabrodo. E senza verità.

Come sono certamente i casi di: Moro, Chinnici, Terranova, Mattarella, Boris Giuliano, Costa, Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino.

Nel 1993 succede qualcosa di analogo al 1947. La sinistra vince in quasi tutti i grandi Comuni italiani. A Palermo Leoluca Orlando ottiene il 70% dei consensi. Si intravede la vittoria politica delle sinistre sul piano nazionale. Invece arriva  Berlusconi. E’ di nuovo la paura a trionfare, dopo il segnale dell’uccisione di Lima, il pupillo di Andreotti in Sicilia. E così tornano gli anni di piombo che questa volta sono al tritolo. Macaluso stranamente nega la trattativa e dice che manca questa volta la “contropartita”. Ma come si fa a credergli? Non c’è solo il 41 bis. C’è qualcosa di più grave, di pesante. Il potere, la legittimazione al potere che Cosa Nostra aveva sempre avuto. E’ possibile che Macaluso non lo sappia?

Giuseppe Casarrubea

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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21 risposte a Caro Emanuele, questa non me la bevo

  1. Salvatore Genovese ha detto:

    stiamo parlando dello stesso PCI che nel pieno della lotta di classe degli operai e di autonomia operaia ,faceva dossieraggio nelle fabbriche consegnando alla polizia i nomi degli operai che piu’ si distinguevano nella lotta? Il partito comunista Italiano è stato solo un Bluff e infatti oggi si vede cosa è diventata la Sinistra Istituzionale in Italia.. Un pupo in mano delle lobby dei borghesi del capitale e del neoliberismo..

  2. Carmen Berta ha detto:

    condivido le dichiarazioni di Salvatore Genovese sul PCI degli anni da lo stesso citati

  3. Carmen Berta ha detto:

    condivido anche tutta l’analisi fatta da da Giuseppe Casarrubea, senz’altro sai come venne lo sbarco in Sicilia degli americani che portarono con loro quasi a rappresentare le credenziali al paese Luchi Luciano famoso capo mafioso degli USA, naturalmente non era un imperativo politico alla Sicilia ma a tutto il paese Italia, quando si fosse liberato dal nazismo, per cui da allora ci è stata scippata la resistenza e tutte le lotte che si fecero anche dopo, questa è una mia opinione

  4. Adriana ha detto:

    Bellissima pagina di storia ed esempio di storiografia sceintifica, grazie Giuseppe :-)

  5. salvatore macaluso ha detto:

    Le prospettive di alti stipendi, di incarichi vari e ben retribuiti, di contentini per chiunque arriva a portare acqua al proprio mulino, hanno annebbiato gli ideali e il fine stesso per cui i padri della politica hanno fondato i partiti, distinguendoli l’uno dall’altro. Bisognerebbe ritornare alla polis romana quando la politica si faceva come puro ideale, quando i comandanti venivano cercati nelle campagne e sottratti all’aratro con cui coltivavano la terra dalla quale ricavavano il loro sostentamento loro donata per le imprese fatte a servizio della nazione. Non si può sostenere un ideale per mero fine economico perchè si finisce per dire ciò che si dice solo per fare contente le masse (gli elettori), ma si sostiene di fatto ciò che fa comodo alla propria tasca, e si potrebbe stare quì a citare molti esempi ( stipendi e pensioni d’oro, incarichi a destra e a manca, ecc.). E’ per questo che sono convinto che finchè qualcuno ( il popolo ) non prende coscienza di ciò rimettendo le cose al proprio posto, non ci potrà essere un vero cambiamento. Tutto appare lecito e legittimo sotto la falsa bandiera del garantismo. Hanno blindato la “loro” politica, hanno blindato il “palazzo”, non cambiano la legge elettorale, non rendono i loro stipendi e le loro pensioni a un regime di eguaglianza sociale, non riducono gli sperperi della politica, cosa possiamo sperare!

  6. Federico F. ha detto:

    Illuminante … grazie !

  7. Salvatore Lo Leggio ha detto:

    Rigore storiografico e vigore polemico che felicemente si accompagnano nell’intervento del prof. Casarrubea. Macaluso difficilmente risponderà. E’ uomo intelligente. E forse conserva vaghi sentimenti di sinistra. Ma è malato di “realpolitik”, una delle più gravi malattie che colpivano di quando in quando il Pci togliattiano. Il motto gramsciano della “verità rivoluzionaria” non ha mai fatto parte del suo bagaglio di pensiero ed egli forse continua a credere suo dovere il “salvare il salvabile” anche a scapito della verità.

  8. Riccardo Gueci ha detto:

    Condivido e aggiungo: la Carta costituzionale è nata secondo due precise coordinate che definiscono l’ambito limitato della sovranità nazionale. L’una, il Trattato di Londra del 1947
    che vincola l’Italia al Patto atlantico e l’altra, l’articolo 7 della costituzione che fa del Vaticano il vigile morale ed il condizionatore culturale.
    L’armistizio del 3 settembre 1943, reso pubblico il successivo giorno 8 con la dichiarazione del generale Badoglio, stipulati a Cassibile tra quel che restava dello Stato italiano e le forze di ‘liberazione’ – ricordate i “cugini liberatori”? – Auspice e sovrintendente la mafia siculo-americana,
    Quel trattato ha legittimato la mafia quale soggetto negoziale permanente della politica nazionale per conto degli interessi strategici degli Usa nel Mediterraneo, di cui la Sicilia è un importante avamposto, vedi Sigonella, Muos di Niscemi e quant’altro. Perché mistificare, dunque, sulla trattativa Stato-Mafia? C’è sempre stata e il reiterarsi della Commissione parlamentare per lo studio del fenomeno mafioso da cinquant’anni al lavoro non è mai riuscita a capirlo. E sarà così anche in futuro finché l’Italia resterà vincolata all’alleanza atlantica.

  9. Pasquale Hamel ha detto:

    Caro Casarubbea, la solita solfa, il tentativo di costruire una storia di Sicilia e perfino d’Italia come storia del potere mafioso. Cerchiamo di fare qualche passo avanti, almeno sul piano scientifico, indichiamo compromessi e correità, facciamolo in modo forte, ma cerchiamo di non fare di tutta l’erba un fascio. Macaluso, ha pienamente ragione, il suo é un discorso serio e non prevenuto che ci accompagna verso la verità piuttosto che nella confusione.

    • casarrubea ha detto:

      Caro Hamel, sarà la solita solfa, ma ti assicuro che nessuno, nè tantomeno io, ha intenzione di scrivere la storia di Sicilia o dell’Italia come una storia del potere mafioso. Ma se uno ha una qualche dimestichezza con la ricerca, e vuole essere un pò serio, come fa a scartare la mafia dalla storia, tutte le volte che la incontra? Giustificheresti un’operazione del genere? Ti parrebbe fare un passo avanti quando ancora a oggi non c’è verità sulla strage di Alia, Portella della Ginestra, Partinico, Bellolampo, Ciaculli e via di seguito fino a Borsellino? Che storia avremo consegnato ai nostri figli per pensare meglio al loro futuro? I passi avanti che tu auspichi li dobbiamo fare con onestà e sincerità tutti assieme scavando con umiltà negli angoli più bui della nostra memoria e della nostra coscienza. In questo sforzo da parte mia ho sempre fatto nomi e cognomi e, dopo avere passato lunghi anni sottratti alle mie ricerche, per le aule dei tribunali dove sono stato trascinato, ho avuto il beneficio, per me grande, di vedere le mie ricerche avvalorate, proprio sul piano della loro serietà, dai giudici. Su di loro veniva a gravare, loro malgrado, la fatica di discernere la ricerca dalla diffamazione.Due cose completamente separate.
      Dici che non dobbiamo fare di tutta l’erba un fascio. Ma io ti chiedo: sei proprio sicuro che nel Pci degli anni di Stalin, e anche in quelli immediatamente successivi, i responsabili del Pci, Togliatti in testa, non abbiamo ricevuto l’ordine di attenersi al rispetto dei patti di Yalta? Non voglio insinuare nulla, ma il dovere del dubbio è per me alla base di qualsiasi ricerca. Perciò Macaluso non ha ragione e sono proprio la sua sicumera e il suo sentenziare a destare i miei sospetti. Come puoi assumerlo a guida verso la verità se alcune tappe della sua storia politica sono oscure. Non tra le ultime: il suo sostegno al milazzismo che fissò alla fine degli anni ’50 strane collaborazioni tra sinistra e Movimento sociale italiano: i neofascisti dell’epoca.

      • Pasquale Hamel ha detto:

        Carissimo Casarrubea, non pensare che non riconosca la tua onestà intellettuale e che non sia d’accordo con te sul ruolo, negativo di Macaluso, nella vicenda siciliana. Oso affermare, che proprio in quel delicato periodo che lo vide alla guida del Pci con Milazzo, la mafia che prima stva attorno al palazzo é entrata nel palazzo. Solo che, continuo ad essere convinto, salvo essere smentito, di considerare questa storia della trattativa una dei tanti depistaggi che se da un lato regala platea a qualcuno dall’altro allontana la verità. Con stima

  10. Marco B osi ha detto:

    Molto Interessante quanto documentato da Giuseppe, che non conoscevo e ringrazio Matteo A. Tusa attraverso il quale l’ho conosciuto.

    Ritengo che va precisato anche se probabilmente é sotto inteso, che tutto quanto successo in seguito ha seguito scrupolosamente quanto deciso a Yalta tra i vincitori della 2a guerra mondiale che noi abbiamo perso, nonostante la mafia al sud e la resistenza al nord abbiano partecipato attivamente alla liberazione.

    Togliatti capo del P.C.I. oltre a esserne perfettamente al corrente ne é stato l’esecutore attivo.

    Evidentemente la Chiesa Cattolica Romana dopo essersi trovata a fare i conti con Fascismo e Nazional Socialismo non gradiva assolutamente la cosiddetta dittatura del proletariato proposta dai comunisti.

    Purtroppo già allora alla faccia della così detta democrazia rappresentativa la politica faceva da cinghia di trasmissione dall’alto verso il basso e non viceversa come del resto é in generale oggi.

    Trovo molto intelligente e condivisibile la riflessione di Salvatore Macaluso in riferimento ai politici della Polis Romana della politica intesa come ideale di servizio alla comunità, penso sia la giusta prospettiva su cui dobbiamo accordare la politica in Italia la proposta che fa per esempio il movimento 5 stelle di prevedere stipendi che non superino i 3/3.500,00 euro netti per ogni deputato raccolgono mi pare questa giusta istanza.

    La proposta di far avere a ciascun parlamentare una di carta di credito attraverso cui far passare il flusso economico nei limiti di quello che può essere il finanziamento ai partiti verificata mensilmente da un’organismo pubblico di controllo, che segnali immediatamente irregolarità e nel caso alla magistratura eventuali illeciti a cui risponde il singolo parlamentare porterebbe sicuramente ad un buon inizio di moralizzazione.

  11. Renzo C ha detto:

    Carissimo Dott. Casarrubea,
    provo a “dire la mia” su questa faccenda, con tutte le difficoltà del caso, perchè, anche se l’ origine del suo post parte dalla polemica fra Macaluso e Ingroia sull’ inconsistente “trattativa”, si passa ad argomenti storici sui quali non ho una preparazione nemmeno lontanamente paragonabile alla sua.
    Che Macaluso abbia commesso degli errori nel suo breve riassunto storico, come lei sottolinea, non mi stupisce e lo trovo abbastanza giustificabile, per via del fatto che si tratta di un articolo di giornale, mentre sarebbe necessario lo spazio di un libro anche solo per fare un mero elenco di tutte le vicende citate. Sembra però che sia lei che Macaluso conveniate sulla convivenza di Stato e mafia nei decenni dal dopuguerra fino al triennio cruciale dei primi anni 90.
    Concordo assolutamente su questa valutazione, così come ritengo che anche dopo quel triennio si sia restaurato un “quieto vivere”, sono solo cambiate le forze politiche di riferimento.
    Macaluso stesso lo afferma senza mezzi termini, e anche su questa sua affermazione non posso che essere d’accordo.

    E’ però dalla pregiudiziale del suo articolo, Dott. Casarrubea, che vorrei iniziare, perchè la farei mia se fosse scritta così: “Con una pregiudiziale sulla quale non si può discutere: i magistrati tornino a fare il loro mestiere, come alcuni non stanno facendo.”
    Perchè è questo ciò a cui ci troviamo di fronte oggi, e lo chiarisce proprio Ingroia nell’ articolo di replica a Macaluso, nel quale vi è un tale concentrato di sciocchezze che, forse proprio per questo, ha precisato sarà la sua ultima parola.
    Prima di proseguire, e per fugare qualsiasi dubbio, voglio ribadire che sono più che convinto fu ristabilito un equilibrio politico-mafioso, palesato fra l’ altro dall’ incredibile risultato di 61-0 dei collegi in Sicilia nel 2001: un esito elettorale così clamoroso, può essere scevro da ingerenze mafiose?

    Venendo quindi a questo botta e risposta Macaluso – Ingroia, ciò che preoccupa il magistrato è proprio la debolezza, se non la completa assenza, di un impianto accusatorio valido, cosa che sa benissimo, tanto da evocare lui la “ragion di Stato”, non altri. E questo pare proprio essere un’ escamotage per cercare consenso mediatico, corredato da un presenzialismo esagerato, perfino fastidioso.
    E’ questo il mestiere di un magistrato?

    Possiamo però sottovalutare le parole che usa Ingroia nella sua replica?
    Non so se può essere accettabile che un magistrato – uno che deve far rispettare la legge – si esprima in tal modo:
    “La politica ha gli strumenti legislativi per fermare la giustizia penale, e se la veda poi coi cittadini per giustificare una ragion di Stato che, invece di fermare le stragi, le avrebbe accelerate se non addirittura causate…”
    E’ lecito un che magistrato chiami alla rivolta i cittadini per ribellarsi a leggi che non esistono per una ragion di Stato che proprio nessuno ha evocato?

    Prova anche a intorbidire le acque citando le sentenze di Firenze e Caltanissetta, fingendo di dimenticarsi cosa c’è scritto, perchè sa benissimo che cadrebbe nel ridicolo, concludendo successivamente con il solito refrain del “lasciate lavorare la magistratura”.
    Perchè nelle sentenze citate è scritto che “indubbiamente la trattativa ci fu”, salvo poi dimenticarsi di scrivere chi sono coloro che avrebbero trattato, un dettaglio irrilevante.
    A qualcuno risulta che l’ abbiano licenziato? Gli negano forse qualcosa? Mi viene da citare – adattandolo – ciò che diceva Caltagirone a Evangelisti: “Antò, che te serve?”
    Ed infatti aggiunge pure la richiesta di leggi ad hoc per il suo processo. Ma sta scherzando?

    Quello che però mi aspettavo da lei, Dott. Casarrubea, è che spendesse una parola sulla “madre di tutte le trattative” citata da Ingroia: lei sa, sia che non è madre di nulla, sia che l’ Italia non c’entra niente, sia che è sbaglia anche sui fatti citati.
    Insomma è uno strafalcione storico non da poco, ma visto che Ingroia è molto impegnato in tutt’ altre faccende, possiamo perdonargliela.

    Ci sarebbe tantissimo altro da aggiungere: dalla metodica d’ indagine di Ingroia – distante anni luce da Falcone e Borsellino – di cui conosco fatti incontrovertibili che dimostrano la leggerezza e la superficialità nella verifica oggettiva delle prove.
    Così come è stato vergognoso il tentativo di smarcarsi dai suoi amici del Fatto Quotidiano sulla campagna di stampa su Loris D’ Ambrosio, dichiarando che “Riguardano chi ha fatto campagne di stampa sulle intercettazioni. E la Procura di Palermo notoriamente non fa campagne.”: sì è vero, porta solo le munizioni, poi le sparano gli amici.
    Curiosamente lo stesso giorno sia Macaluso che – incidentalmente – il sottoscritto, chiedevamo a Travaglio: “come fai a sapere che le intercettazioni Mancino/Napolitano sono due?”
    Stante l’ obbligatorietà dell’ azione penale, qualcuno ha aperto un fascicolo? Ci farà sapere qualcosa, Ingroia?

    In ultimo, vorrei spendere qualche parola per il Generale Mario Mori.
    Assolto in via definitiva nel processo per la mancata perquisizione di CASA Riina, incassando anche la testimonianza favorevole di Caselli, s’è visto reincludere questa vicenda nel processo Mori/Obinu da Ingroia: essere assolti con formula piena in via definitiva in Italia non basta, se hai un PM che ti perseguita (il PM nel dibattimento era proprio Ingroia, e non ricorse in appello).
    Mori ha messo a verbale che non si avvarrà della prescrizione nel processo in corso, ma nessuno ha scritto niente, soprattutto chi si è avvalso della prescrizione per non pagare e macchiare la propria fedina penale (Marco Travaglio), mentre Mori rischia anni di prigione.
    Adesso è incluso nella richiesta di rinvio a giudizio – presentata sempre da Ingroia – per il nuovo processo sulla trattativa, dalla quale il PM Paolo Guido s’è dissociato non firmandola.
    Ben che vada, sarà sotto processo per 15 anni: possiamo dire che non esiste la persecuzione giudiziaria in Italia?
    Sto ascoltando le udienze di quel processo da tempo, so di cosa scrivo, e lo faccio perchè non mi fido per nulla delle menzogne di pennivendoli schierati e inutili presidenti di inutili commissioni europee.

    E se invece qualcuno rinfrescasse la memoria a Ingroia, magari con un po’ di clamore mediatico, allora forse ci potrebbe spiegare a cosa pensava 20 anni fa.

    Renzo C

    p.s. Mi scuso per essere stato così prolisso, ma è argomento che mi interessa parecchio.

    • casarrubea ha detto:

      Caro Renzo,
      rispetto il tuo punto di vista, ma il mio articolo non riguarda il comportamento di Mori, anche se accenno all’ambito delle questioni che mi interessano (funzione storica dei servizi di intelligence), nè tantomeno una critica a un singolo magistrato che ritengo cosa del tutto marginale. Il problema che ho posto è un altro. E cioè se è credibile che un dirigente nazionale dell’ ex Pci possa ignorare l’esistenza cronicizzata delle trattative che hanno consentito a Cosa Nostra e a pezzi dello Stato non solo di convivere, ma di operare organicamente per il controllo sociale e politico dell’Italia. Con un condizionamento esterno determinante che ha segnato i caratteri della nostra democrazia. Il mio post quindi aveva il senso di una valutazione non di una tifoseria di parte. Di uno sforzo per capire la nostra storia più che l’atteggiamento di Macaluso.

      • Renzo C ha detto:

        Carissimo Dott. Casarrubea,
        credevo di essere stato esplicito sul punto da lei indicato in replica, così come ritengo lo si possa evincere da quanto scritto da Macaluso: penso che siamo tutti e tre (onore immeritato accomunarmi) della medesima opinione.
        Così come lo sono anche a quanto da lei scritto successivamente – il rispetto dei patti di Yalta da parte della dirigenza PCI, Togliatti incluso – mentre credo sia un po’ più difficile che anche Macaluso lo confermi (sempre non l’ abbia già fatto, cosa che ignoro).

        Non posso però ignorare che nel suo blog, subito prima di questo suo articolo, ci sia la replica di Ingroia a Macaluso, cosa che lascia supporre una condivisione da parte sua delle tesi del magistrato: l’ articolo di Ingroia lo leggiamo as is, mentre per Macaluso ne abbiamo solo una critica storica, avulsa dal contesto in cui si sviluppa.

        Sulla polemica non ritengo di far parte di tifoseria, è mia abitudine cercare di tenermi alla larga il più possibile da posizioni preconcette, ho però approfondito abbastanza le vicende processuali, sia dal punto di vista dibattimentale che da quello probatorio.
        So che è forse da insano mentale, ma che alternative avevo se leggendo – ora sì – le opposte tifoserie trovavo tutto e il suo esatto contrario?
        E’ per questo che sono venuto a conoscenza di fatti oggettivi, elementi su cui non c’è discussione, i quali mi hanno portato a scrivere – solo in conclusione – le note relative al Generale Mori, perchè ne ho letto una esplicita critica nel suo articolo, cosa che non condivido.

        Cordiali saluti

        Renzo C

  12. Francesco Fiordaliso ha detto:

    Macaluso ancora una volta interviene sul rapporto politica-mafia: l’ha fatto in occasione del processo Andreotti, dando addosso ai magistrati che si sono permessi di accusare un politico che era stato sostenuto dal PCI a Roma come a Palermo, lo ha rifatto in occasione delle accuse che vengono mosse ad alcuni ex governanti di avere aperto portato avanti una trattativa con la mafia che ebbe inizio sin dallo sbarco degli Alleati in Sicilia. Indubbiamente Macaluso ha qualche scheletro nell’armadio. Che ne sa Macaluso della strage di Portella, dell’operazione Milazzo, dello strapotere dei cugini Salvo che gestivano, praticamente indisturbati, le esattorie regionali, dell’omicidio di Pio La Torre, completamente isolato all’interno del partito nella sua lotta contro la mafia? Che ne sa Macaluso della politica ambigua del PCI a livello internazionale, che lo spinse a giustificare l’invasione dell’Ungheria e a limitarsi solo a criticare quella della Cecoslovacchia da parte della vecchia Unione Sovietica? Che ne sa Macaluso della teoria della doppia verità, una per i compagni, l’altra per l’opinione pubblica, praticata dal PCI?

  13. Pandora Pan ha detto:

    Non condivido niente del pensiero di Macaluso perchè mi sono informata molto su quel periodo e mi sono fatte delle idee ben precise , condivido quello che dice Giuseppe.

  14. Pingback: Trattativa stato-mafia? E’ la storia di questo paese! | contromaelstrom

  15. Renzo C ha detto:

    Carissimo Dott. Casarrubea,
    Macaluso ci propone oggi, dalle colonne de L’ Unità, una chiave di lettura che ha forse più di qualche solido fondamento.
    Non dimentichiamoci che da tempo siamo in campagna elettorale.
    Sarei curioso di leggere prima o poi Ezio Mauro su Repubblica, nel caso prendesse posizione, cosa che al momento mi pare difficile: o entra in conflitto con Scalfari o con De Benedetti.
    Fra i due non credo sceglierà Scalfari, meglio i soldi del padre fondatore.
    http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1J6J0E

    Cordiali saluti

    Renzo C

  16. Marco ha detto:

    Caro Casarrubea, concordo pienamente, ed anche su quanto asserito da Pasquale Hamel sulla figura di Macaluso. Costui ha ricoperto incarichi importanti in Commissione Antimafia, spesso dileggiando, dal sicuro e comodo scranno parlamentare, uomini che hanno combattuto la mafia sul territorio, a memoria cito Falcone, Ravalli, Mangano, eppure era socio in affari di uno degli uomini più controversi della storia siciliana, Vito Guarrasi. Quel Guarrasi accusato da Verzotto e De Seta di essere il mandante dell’assassinio di Mattei e della scomparsa di De Mauro, e sulle cui tracce era Boris Giuliano quando fu assassinato da Bagarella. Macaluso ha scheletri nell’armadio come dice giustamente Francesco Fiordaliso, però continua a pontificare, ci vorrebbe un pò di dignità e restare in silenzio a godersi l’immeritata pensione parlamentare.

    Cordiali saluti.

    Marco

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