Quando lo sport fa male

Schwazer-Alex  (Ogginotizie.it)

Schwazer-Alex (Ogginotizie.it)

E’ retorico, ripetitivo. Forse poco di moda, ma lo dobbiamo dire. Queste Olimpiadi, come tutte le altre che si sono avute nella storia dell’Occidente e del mondo, dai Greci a Londra, hanno un segno comune. Uno solo. Non ci sono differenze tra gli uomini. Ciascuno di loro esprime l’ambiente in cui si forma e i mezzi e la cultura di cui dispone. Vince l’unità di uomo e tecnica, della fatica abbinata con la professionalità. Vince la capacità che ha l’uomo di dominare il suo corpo. Anzi se stesso. Perché non basta il dominio del corpo.

Un obiettivo, questo, meramente dottrinario, perché il vero insegnamento dello sport è anche la sconfitta, cosa a cui nessun uomo è educato, specialmente a scuola con quell’apparato del Coni che ha come scopo la competizione. E basta. E, naturalmente, la vittoria.

Ecco perché non accettiamo la quasi unanime condanna del web e della stampa di quanto è tragicamente accaduto ad Alex Schwazer. Al quale, ad un certo punto, è mancata la forza della volontà, la voglia di seguire la propria strada senza scorciatoie. Su quest’ultima scelta è crollato l’olimpionico della marcia, reo confesso, medaglia d’oro in carica, positivo all’Epo, scivolato su una buccia di banana, dopo un controllo antidoping.

Il suo atteggiamento, dopo la confessione pubblica, è parso infantile, non quello di un atleta. Perché un atleta, secondo l’opinione pubblica, deve avere gli attribuiti necessari per essere veramente uno sportivo, un campione, un idolo. Risultati che si ottengono dopo l’allenamento di una vita. Ma essi non sono solo la vittoria, ma anche la sconfitta, la capacità e la serenità di perdere, come abbiamo visto, purtroppo messi di fronte a tragedie, in passato e come vediamo in queste stesse Olimpiadi di Londra con moltissimi altri atleti, a cominciare dalla nostra Federica Pellegrini. Qui sta la grandezza del vero campione: la messa in conto della possibilità di perdere e la previsione della sconfitta da accettare con la serenità necessaria, con il sorriso di chi sa che dopo una caduta ci può essere una vittoria successiva. Senza tante tragedie. Cosa che dovrebbe essere normale in un Paese cattolico come il nostro. E invece – scrive Maria Corbi – “…siamo un paese cattolico senza la vocazione del perdono, della comprensione umana, del rispetto anche per chi sbaglia”.

Alex è crollato, prima ancora della gara. Escludendo la sconfitta in partenza ha messo a nudo tutti i suoi problemi. E la sua solitudine, la sua angoscia, i limiti sociali dei condizionamenti che lo hanno indotto a perdere.

Perché ci sono, a prescindere dalle specialità in cui si cimentano, campioni e campioni. Quelli che di fatto sono soli con se stessi e quelli che fanno parte di un apparato, di una istituzione, di un potere. La cui forza è nelle protezioni che li rassicurano, proteggono, incoraggiano e aiutano, comunque vadano le cose.

Schwazer proviene dall’Arma, ma il suo caso è privato, più legato al sociale, a un certo ambito personale, a un gusto. Non la fatica, il primeggiare, ma una domestica voglia di tranquillità, di normalità. Alex vuole essere uno normale, come è la sua ragazza, Carolina Kostner. Lei sì, un idolo insuperabile. E’ più sportiva lei, che dopo l’incidente occorso al suo ragazzo ha dichiarato che non lo lascia, che lo stesso Alex, che considera l’errore un fatto normale. Come è giusto che sia. In un Paese abituato da sempre a risolvere i problemi con i roghi sociali, dove bruciare uomini e cose. Con cattolica indifferenza.

 Giuseppe Casarrubea

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Quando lo sport fa male

  1. Adriana ha detto:

    Come non condividere, Giuseppe, questa tua lucida analisi del perchè sia potuto accadere che Alex abbia scelto un imbroglio, pur di non deludere aspettative, pur di incarnare un ruolo, in fin dei conti innaturale, e perchè no… anche disumano? Quello di chi deve vincere a tutti i costi, perchè è solo il successo che conta. E nient’altro. In una società che ha fatto della competizione individualistica il suo principio fondamentale, e ancor peggio una società che diffonde in tutti i modi, in primis attraverso i suoi media, l’idea che quel che conta veramente siano il corpo, la bellezza, la forza, il denaro, il successo appunto, l’avere e non l’essere, l’immagine e non la propria interiorità, il mero interesse individuale, il coltivare il “proprio orticello” ecchissenefrega degli altri, e che quindi implicitamente suggerisce che i deboli, i disabili, i brutti, i diversi, i migranti, gli sfigati, i vinti…. siano inadatti a vivere, in una società del genere, che cosa possiamo fare e dire per scrollare il velo della più ingiusta e feroce delle illusioni? Quella che fa pensare ahimè ai più, che possa esistere un bene individuale, che non sia al contempo bene collettivo, giacchè l’identità dell’uomo è sociale e quindi, sostanzialmente relazione.

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