Il potere economico delle mafie

pubblicato da Nicola Tranfaglia il giorno Venerdì 31 agosto 2012 alle ore 7.41

Nicola Tranfaglia

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Impressiona – vivendo in Italia – l’assenza di reazioni della nostra classe  politica e, di conseguenza, di gran parte degli organi giornalistici e televisivi di fronte ai rapporti, sempre più stretti e preoccupanti tra la mafia e le società finanziarie, così vicine dovunque al potere politico,in Europa come negli Stati Uniti, in Asia e nelle Americhe.

Un giovane studioso, autore di un libro importante come Gomorra e diventato, anche per questo, una star dell’attuale  spettacolo televisivo, come Roberto Saviano, ha scritto nei giorni scorsi, sul quotidiano più diffuso in Italia, una sorta di appello a intensificare la lotta contro il fenomeno mafioso, il procuratore Antimafia Grasso ha concordato con l’appello e alcuni studiosi hanno raccomandato al governo Monti di non restare assente né neutrale di fronte ai processi di Palermo e Caltanissetta sulla trattativa tra Mafia e Stato.

Ma la reazione delle forze politiche (pur con l’esclusione dei democratici che hanno sentito il dovere di dedicare a quell’uomo straordinario che fu Pio La Torre la festa nazionale di Reggio Emilia) è stata finora assente.

Eppure basta varcare la porta di casa e andare in Europa per rendersi conto di come sia crescente la preoccupazione dei governi europei,e non solo di quelli,alla forte  capacità delle associazioni mafiose (in buona parte di origini italiane e con forti legami con la madre patria come è dimostrato da tutte le ricerche: basta pensare al volume su Ecomafia 2012 appena uscito in Italia e a tanti altri lavori degli ultimi anni) di creare in ogni paese proprie succursali, di entrare in molte società che fanno affari leciti in modo da influire sempre di più sulla loro politica fino a conquistarne la maggioranza, di contare in maniera prima invisibile o molto discreta e poi via via in maniera sempre più evidente in banche e istituti finanziari di ogni genere e per questa arrivare alle classi dirigenti e agli affari politici  ed economici che ne derivano.

Lo ha detto con molta chiarezza ieri  un economista come Jean Paul Fitoussi, per un certo periodo amato e intervistato nei nostri canali televisivi e ora da qualche tempo pressoché sparito dal circo  mediatico, individuando nella grande disponibilità di denaro liquido in un periodo di forte crisi dello Stato come delle imprese un’arma decisiva per entrare negli affari leciti e far contare la propria forza.

E, naturalmente, l’altro grande vantaggio delle mafie è di sicuro la presenza delle tangenti nella vita economica locale a  tutti i livelli(per non parlare di quella nazionale) che alza i costi delle opere pubbliche e promuove indirettamente proprio le imprese che possono usare rapporti speciali con le classi dirigenti al potere.

Di fronte a una situazione come questa che, secondo stime attendibili e ripetute da Saviano nel suo appello, ha creato veri e propri Stati-Mafia come, ad esempio, il Venezuela di Chavez dove il generale Rangel Silva, appena nominato ministro della Difesa,è al vertice di una banda criminale internazionale. O l’Afganistan dove il governatore del Kandahar, assassinato l’anno scorso,era stato accusato a ragione di essere implicato nel gigantesco traffico di oppio che è diventato la principale attività economica del paese.

Per non parlare della Russia di Putin assai lontana dall’essere una vera democrazia e in mano a grandi e irrefrenabili organizzazioni criminali.

Ora l’Italia non è in questa condizione ma le promesse del precedente governo, e ora di quello attuale, per migliorare le normative su riciclaggio e auto-riciclaggio, sul voto di scambio, sul concorso esterno sono rimaste e sono ancora lettera morta e mancano ormai pochi mesi alla fine della legislatura con un parlamento che ha molte cose urgenti da fare e sembra difficile che voglia dedicarsi proprio a un settore complesso e controverso come quello della lotta alla mafia.

Di qui il timore degli  italiani più attenti al confronto internazionale e alle regole democratiche che non accada nulla e si sia dia ancora più spazio all’ascesa delle tre associazioni mafiose presenti particolarmente nel nostro paese, guidate dalla ‘ndrangheta calabrese.

Dobbiamo aspettare altri sei mesi prima che sia approvata una forte legge contro la corruzione e il riciclaggio per fermare l’offensiva mafiosa?

O si può spingere ancora parlamento e governo a intervenire con efficacia e decisione nelle prossime settimane?

Spero proprio che si possa fare.

Nicola Tranfaglia, dal suo sito:  www.nicolatranfaglia.com

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Il potere economico delle mafie

  1. salvatore ha detto:

    Da quando ho iniziato la mia attività politica a Palermo nelle fila della sinistra comunista (Praxis e DP), la questione delle modalità di lotta contro la mafia sono state al centro della riflessione e della discussione, sia in ambito politico che sindacale.
    Negli anni ’80 del secolo scorso una concezione è diventata egemone nel movimento contro la mafia, la via giudiziaria. Questa concezione propria di partiti giustizialisti, populisti e liberali (IDV di Di Pietro, M5S di Grillo) oggi è egemone anche nella sinistra (FdS, SEL), inoltre si nutre del coraggio e del sacrificio di una parte dei giudici.
    Ora non voglio sottovalutare il lavoro di quella parte della magistratura che combatte seriamente questa battaglia sopratutto in termini di conoscenza, ma ritengo che larga parte della sinistra (FDS e SEL) sottovaluta un’altro fattore che, a mio avviso, è centrale nella lotta contro la borghesia mafiosa a livello locale come a livello internazionale: il ruolo del proletariato.
    La borghesia mafiosa (mafia, camorra, ‘ndrangheta, ecc) rappresenta infatti una frazione della borghesia, non tutta la borghesia, in Sicilia (dove è senz’altro maggioritaria) come in altre regioni e provincie del Paese (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, ecc).
    Questa frazione mafiosa è legata con cento fili di collaborazione, cooperazione, subalternità con l’altra frazione della borghesia (più grande), con lo Stato borghese e i governi: locali, regionali e nazionali.
    Questa borghesia, mafiosa e non, si può combattere e sconfiggere solo se si costruisce un blocco di classe anticapitalista centrato sulla classe operaia (precari, disoccupati, immigrati) – che poi sono quelli che quando lavorano, lavorano nelle sue imprese- sugli studenti e sulle masse popolari. Gli unici che hanno realmente interesse a combattere questa borghesia mafiosa.

    Prof. Casarrubea, dopo tanti anni, sono convinto che non è separabile la lotta contro la mafia dalla lotta anticapitalista e per il socialismo.
    In Sicilia oggi questa sinistra anticapitalista e comunista è molto debole, purtroppo solo i trotskisti del PCL sembrano avere questa coscienza storica, solo loro nel loro giornale mensile, nei loro comunicati e volantini si richiamano alla lotta di classe, si riallacciano al movimento bracciantile, quando la lotta contro la mafia agraria dei gabbelloti (borghesi) passava dalla lotta di classe, dalle richieste sindacali e politiche, dall’occupazione delle terre, dalla rivendicazione della riforma agraria, dal richiamo alla Russia di Lenin.

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