Dalla Chiesa e l’assedio a Sagunto

Carlo Alberto dalla Chiesa

Carlo Alberto dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro

Mi balenano in mente solo immagini, scritte cubitali, numeri. Le scene del dramma che essi indicano quando compaiono sulle prime pagine dei giornali, come in un bollettino di guerra. Come se fossimo in Siria o nell’Afghanistan. Nel pieno di una guerra, con le sue centinaia di morti, con città sotto assedio, e un prefetto, un uomo, un generale, solo, in divisa, che nessuno vuole dotare di superpoteri mentre si uccide in pieno giorno, si bruciano i corpi in mezzo alle strade principali, si “trasportano i cadaveri”, si mutilano e si depositano, in modo provocatorio, tra i luoghi simbolo della legalità: la questura e la Regione.

A leggere il nuovo libro di Luciano Mirone “A Palermo per morire” su Carlo Alberto Dalla Chiesa, dovuto alla fatica del suo autore e all’intraprendenza dell’editore Castelvecchi, c’è da pensare che molte tragedie del nostro tempo, si possono rappresentare con poche immagini. Più eloquenti delle parole, come il crepitare dei mitra, i boati delle bombe, gli spari dei cannoni.

 Le testate dei giornali nel nostro caso, e quell’uomo solo che la sera di quel giorno, con la sua giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, e un agente di scorta Domenico Russo, da immolare pure lui sull’altare pagano della solitudine e del grido sordo e cupo, percorre in abiti borghesi le vie di una città in guerra, mentre un nutrito commandos di assassini addestrati alle azioni militari e al terrorismo li massacra. Diversi kalashnikov e trecento pallottole per uccidere tre persone sole. In una città dove la morte si respira nell’aria, persino in quel caldo ancora estivo, in quella sera senza speranza, senza protezioni, senza legge. Da urlo.

la scorta Domenico Russo

la scorta Domenico Russo

Dalla Chiesa è a Palermo da cento giorni, ma lo Stato che l’ha mandato è sparito, nascosto dietro un masso. Se ne avverte l’assenza, la corresponsabilità. Come se quel vuoto legittimi il nemico sancendo una sua storica prerogativa, la sua organicità nel sistema. Una storia lunga. Una parola: legittimazione.

La esprime, meglio tra tutti, un padrino come Stefano Bontate, capo della mafia di Santa Maria di Gesù, protettore, nel ’79, del banchiere Michele Sindona durante la sua fuga in Sicilia,  alleato di Salvatore Inzerillo e artefice del vecchio connubio mafia-politica. Come dicono Marino Mannoia e Angelo Siino, incontra più volte Andreotti e annovera tra i suoi parenti Margherita Bontate, dai trascorsi illustri per avere avuto come  capo elettore Paolino Bontate, padre di Stefano.

Il boss è liquidato dai corleonesi nel 1981 da Pino Greco Scarpuzzedda, che inaugura così la seconda guerra di mafia, chiudendo un periodo,  aprendone un altro.

Il passaggio avviene durante pochi anni. Segnano date importanti: l’uccisione di Peppino Impastato e Mario Francese (’78), Michele Reina, segretario provinciale Dc, Boris Giuliano e Cesare Terranova (‘79), Piersanti Mattarella e Gaetano Costa, procuratore della Repubblica di Palermo (‘80). Non c’è rottura rispetto al passato. Sono, come tradizione comanda, delitti politici con un garante, un comando, una base sociale obbediente.

Un mondo che ha pattuito, a vari livelli, la cessione del territorio in cambio di un controllo  necessario a mantenere gli equilibri sul piano nazionale e a rispettare molte sudditanze. Da quelle locali a quelle internazionali. C’è, ad esempio, una superstruttura segreta destinata a vigilare sulla linea di confine del comunismo e dell’atlantismo. Si chiama “Anello” o “Noto Servizio”. Ne è referente Giulio Andreotti. Lo dichiara lo stesso Licio Gelli, il fondatore della P2, a un giornalista del settimanale Oggi. Il Gran Maestro ebbe a dichiarare: “Io avevo la P2, Cossiga Gladio, e Andreotti l’Anello”. Cioè la stessa organizzazione che, stando ad alcune testimonianze oggi in mano alla magistratura di Palermo, aveva provveduto a salvare la pelle al bandito Giuliano, nel 1950, dopo che questi aveva fatto la guerra contro l’avanzata delle sinistre e fatto sparire il famoso terzo memoriale dove stava scritto come erano andate veramente le cose a Portella della Ginestra.

Nei primi mesi del 1982 arrivano a maturazione alcuni conflitti che hanno come centro il Mediterraneo: le sanzioni economiche contro la Libia di Gheddafi da parte dell’America di Reagan, la lotta di La Torre contro la base missilistica di Comiso. Ma la continuità parte da lontano e prosegue da vicino con la vicenda Moro, con l’assassinio di Piersanti Mattarella e Pio La Torre, fino ad arrivare alla strage di via Carini.

Ma questa continuità è molto più complessa di uno schema. Non è automatica. Nel mezzo ci sono variabili che neanche gli stessi elementi, collocati in posizione utile lungo lo schema, riescono a decidere o a controllare, e di cui gli stessi sono subalterni.

Per cui se è vero che secondo Buscetta, Pecorelli fu ucciso nell’interesse di Andreotti, in riferimento alla vicenda Moro, è anche vero che Andreotti è un elemento di un ingranaggio, nel quale il vero Deus ex machina risiede altrove ed ha il potere protettivo di una forza indiscutibile. E’ quello che mi sembra di notare nella vicenda del generale Dalla Chiesa, che si verifica sotto il governo di Spadolini, ministro dell’interno Rognoni, quando il presidente della Regione è Mario D’Acquisto e la Sicilia è normalizzata dopo Mattarella.

La domanda che ci poniamo è questa: quali interessi aveva la mafia ad uccidere un uomo come Dalla Chiesa?  Il governo non aveva concesso al generale i poteri che questi chiedeva, e l’ultimatum da lui imposto per decidere se desistere dal suo compito (fine settembre) non era ancora scaduto. Nei cento giorni di permanenza del generale in Sicilia possiamo dire che non era cambiato quasi nulla. Che motivo c’era dunque di ucciderlo?

Come nel caso Moro si avverte la causalità del compromesso storico e il rispetto degli accordi di Yalta, come fattori scatenanti del sequestro e poi dell’uccisione del presidente della Dc, allo stesso modo c’è in Dalla Chiesa, secondo quanto dice Buscetta, non un interesse diretto di Cosa Nostra, ma l’ordine di un’ “entità esterna”. Una motivazione  che si può configurare in questa ipotesi che prescinde dai protagonisti sulla scena.

Dopo l’uccisione di La Torre e la messa in discussione della centralità della Sicilia nel Mediterraneo, qualcuno teme che l’isola perda i suoi connotati strategici rispetto alla Nato e alla sua collocazione internazionale, e che molti soggetti siano privati delle prerogative che storicamente avevano avuto nella storia nazionale. La legittimazione mafiosa al potere e la sua saldatura organica con lo Stato era una di queste. Basti pensare che Charles Poletti, capo delle truppe di occupazione alleata, legittima un boss del calibro di Vito Genovese al suo fianco e che nel 1946 Lucky Luciano è liberato dalle carceri americane – dove doveva scontare ancora ben cinquant’anni di prigione – per essere inviato in Italia e investito dai boss siciliani come il loro capo. C’è, dunque, una coerenza storica che va da Portella a Moro per giungere, attraverso La Torre, fino ai nostri giorni.

Stando al generale Dalla Chiesa, la famiglia politica più inquinata dell’isola è la corrente andreottiana che si ramifica in un sistema ad albero le cui radici si estendono al 1947. Il suo asse è la mistificazione, il doppio gioco, la torsione della verità. Si veda, ad esempio, quello che scrive Andreotti nel suo diario sul 1947, a proposito della strage di Portella della Ginestra, quando, anziché accusarne i mandanti, lascia cadere dei sospetti sui deputati comunisti assenti dalla manifestazione. Come se i deputati comunisti avessero potuto essere contemporaneamente presenti in tutti i luoghi in cui si stava celebrando la festa del lavoro.

C’è una considerazione da fare e riguarda la speciale predilezione che Andreotti ha sempre avuto nel riferire gli affari di casa nostra ai Servizi americani. Un documento lo abbiamo rintracciato e proviene dal Nara di Washington. E’ il 20 febbraio 1946, quando l’intelligence Usa invia allo Strategic Services Unit (Ssu), un telegramma segreto su cosa bolle in pentola all’interno del primo governo De Gasperi. Il testo così inizia: “Il 19 febbraio Andreotti ha informato JK-12 che De Gasperi ha rivelato nel corso di alcune conversazioni private…”. E giù informazioni su quello che faceva il capo del governo De Gasperi nella stanza accanto.

Data questa attitudine sarebbe molto interessante sapere se le conversazioni che il console americano a Palermo Ralph Jones ebbe giusto la mattina di quel fatidico 3 settembre 1982 proprio con il generale, risultino da qualche parte tra gli atti della Cia o del Dipartimento di Stato di Washington e se per caso anche gli americani non erano del tutto indifferenti alla presenza di Dalla Chiesa in Sicilia. E cioè al fatto che l’isola potesse non avere più il controllo sociale e politico della mafia per il mantenimento degli equilibri nazionali. Cosa di cui è facile dubitare.

Un’ultima considerazione. Ci sono troppe cose che spariscono in questa nostra storia repubblicana: ne elenchiamo alcune: il memoriale di Giuliano, le dichiarazioni di Gaspare Pisciotta, suo luogotenente, sulla morte del suo capo, la borsa che Pio La Torre portava con sé il giorno dell’agguato, il Memorandum che l’agente segreto Nino d’Agostino aveva scritto in occasione dell’attentato dell’Addaura a Falcone, l’agenda di Borsellino o ancora i documenti che dovevano essere nella cassaforte della prefettura di Palermo il giorno dell’uccisione di Dalla Chiesa.

Ecco. Certe volte i piccoli indizi possono aprire spazi di ricerca utili a saperne un po’ di più. Cosa a cui dovremmo educare le nuone generazioni.

Giuseppe Casarrubea

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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9 risposte a Dalla Chiesa e l’assedio a Sagunto

  1. Ettore Ferrero... ha detto:

    Gli Stati Uniti d’America,dunque, ritennero opportuno che la mafia siciliana fosse l’ancora di salvezza per impedire che le saldature politiche italiane, che facevano capo alla Democrazia cristiana – “…la famiglia politica più inquinata del luogo …” -, e i proconsoli di Andreotti nell’isola – da Salvo Lima a Mario D’Acquisto a Nello Martellucci -, e la posizione dominante sul Mar Mediterraneo potessero essere messe fuori gioco dall’entrata in scena del Generale a tre stelle, Carlo Alberto Dalla Chiesa, nominato dal Governo Spadolini, Prefetto del capoluogo regionale siciliano.
    Il pensiero dominante americano era,dunque,quello di preservare, oltremodo, il predominio territoriale della Sicilia – sociale e politico – attraverso la mafia siciliana per impedire che il Generale Dalla Chiesa sovvertisse,con le sue indagini, il naturale equilibrio della politica italiana, sia a livello locale sia a livello nazionale. Rendendo palese, gridandolo al cospetto del mondo, che l’uso strumentale della mafia servisse per garantire, in Italia, un sistema di Potere asservito agli Usa. In Usa dove la mafia americana estromise per sempre i sogni degli americani: 22.11.1963, a Dallas, Texas, con l’assassinio di J.F.Kennedy.: Potere e mafia che si saldano in un unico vincolo, ove il pensiero dominante di Kennedy – dalla Baia dei Porci in poi – non permettesse un’apertura nei confronti del comunismo. Troppo forti erano le contraddizioni dell’epoca.
    Eppure, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa si salda, anche, con un interesse – le famose entità esterne -, che già nel 1979 si sviluppò con l’interessamento della mafia siciliana attraverso le Brigate rosse per la sua uccisione. Le Br avrebbero accettato, ma per ucciderlo volevano la loro presenza. Al loro diniego, rifiutarono.
    Le Lettere di Aldo Moro, il Memoriale del Presidente della Dc, scottavano. Il Potere politico aveva avuto fretta di recuperarle: il 1°Ottobre 1978 scattò il blitz dei Carabinieri del Generale Dalla Chiesa, a Milano, in Via Monte Nevoso nr.8.
    Ma c’è di più nella vicenda professionale del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
    Pinerolo, Settembre 1974. Cattura dei latitanti e Capi storici delle Br: Renato Curcio ed Alberto Franceschini. Mario Moretti, la sfinge delle Br, riceve una telefonata anonima di non presentarsi all’appuntamento. Diventa il Superlatitante delle Br più ricercato, e più volte uccel di bosco. Fino al 4 Aprile del 1981.
    Perchè e da chi, al di fuori del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, generale di corpo d’armata, Mino, comandante generale, volle l’11 Luglio del 1975, lo scioglimento del Reparto Antiterrorismo diretto dal Generale di Brigata, Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Torino?.
    L’interesse maturato per questo scioglimento ha di fatto impedito la prosecuzione delle indagini, al fine della probabile cattura d Mario Moretti. Il primo responsabile dell’organizzato sequestro all’On.Aldo Moro. E con la sua morte la dissoluzione del Compromesso storico…
    Grazie!…

  2. Ettore Ferrero... ha detto:

    Tenendo conto della sentenza della Suprema Corte inflitta al Senatore a vita, Giulio Andreotti, confermando la sentenza d’Appello del 2 Maggio 2003, in cui si ritiene colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa ” fino alla Primavera del 1980″, e quindi, accertato l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, come delitto politico, molto di più è da considerarsi il delitto del Generale dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Prefetto di Palermo, perchè da inserire in un contesto politico ben più articolato e complesso.
    In Sicilia il Potere politico italiano si fà promotore del cedimento del controllo del territorio alla mafia, ricevendo in cambio il controllo della Regione a furor di voti, senza che entrambi – mafia e politica – volessero giungere ad una frizione conducendoli ad uno scontro frontale.
    La Sicilia, Regione al centro del Mediterraneo, punto di snodo per l’occupazione americana durante la Seconda Guerra Mondiale riuscendo ad entrare in Italia, riscuote, ancora, per gli Stati Uniti d’America un interesse, quantomai, importantissimo nello scacchiere che si stà giocando con l’Urss.
    La Guerra Fredda è ancora in corso. E’ solo, non più apparente, filo conduttore di una convergenza d’interessi, che collega Poteri politici, mafia e massoneria, che determina ” il condizionamento della democrazia e l’eliminazione di personaggi scomodi”…
    Dunque, si potrebbe pensare che, ma i nomi sarebbero altisonanti e impossibili addirittura da credere, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fosse ” il regalo” della mafia per il mantenimento di un equilibrio strategico, che l’isola ebbe, anche, durante questa Terza Guerra.

  3. Ettore Ferrero... ha detto:

    Il rapporto conoscitivo di La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa è fortemente intriso di alleanza e appoggio nel fronteggiare la mafia. Che poi diverranno le mafie.
    Tra loro c’è una condivisione d’interessi reciproci.
    Operare insieme sul fronte delle indagini a livello globale: le investigazioni a tutto campo spettanti al Prefetto Antimafia Carlo Alberto Dalla Chiesa, e del profitto del denaro, che rendeva più importante il ruolo della mafia con il Potere, spettante all’On.Pio La Torre.
    Un riciclaggio, che portava dritto dritto alla Banca Privata più grande d’Italia del finanziere più spregiudicato dell’epoca, Michele Sindona, e del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, fatti a pezzi da un onesto Avvocato milanese, Dottor. Giorgio Ambrosoli, che dovette pagare con la vita l’accettazione dell’incarico di liquidatore – e, dunque, non offerto – dalla Banca d’Italia.
    Servitori dello Stato: il Prefetto Dalla Chiesa, l’On.Pio La Torre, l’Avv. Giorgio Ambrosoli. Per contro scelte demandate da altri: con quale scopo?. Mettere alla prova chi?. Tutti e 3 uccisi dalla mafia. Per delle Leggi che subentreranno per i posteri?.
    Ma in quale democrazia che si rispetti, codesti promotori sacrificano – in nome di che? – uomini di questo calibro?. Se è vero, come è vero, che i 3 citati nulla lasciano al caso, nè tantomeno, avrebbero potuto lasciare l’incarico spettante.
    Con quale pretesa, lo Stato e la Banca d’Italia, affidarono compiti dai risultati non del tutto scontati?.

  4. Ettore Ferrero... ha detto:

    Eppure allo Stato serviva contrapporsi alla situazione espansiva di una mafia, che mieteva vittime in ogni angolo, via, strada cittadina di Palermo e dintorni.
    Sarebbe,dunque, bastato il compito che il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa avrebbe organizzato, insieme al gruppo d’ investigatori che sarebbero giunti dal Reparto Antiterrorismo e dalla Polizia di Stato, nel breve – lungo periodo d’incarico a Prefetto Antimafia?.
    Sarebbe, inoltre, quantomeno richiesto sapere dall’On.Virginio Rognoni, nel 1982 Ministro dell’Interno, in che cosa consistevano le richieste dei cosiddetti ” Poteri Speciali”, che sarebbero serviti per contrastare la mafia, sollecitati più volte dal Generale Dalla Chiesa?.
    Confidando nella buona fede del Ministro dell’Interno, e dell’appoggio del Governo Spadolini, c’era la volontà d’impegnarsi nel contrastare la mafia, altrimenti non avrebbero chiesto, al Carabiniere più titolato del Dopoguerra, di proporsi come Superprefetto a Palermo.
    Sicurissimi che il Generale Dalla Chiesa, indomito investigatore durante la lotta al terrorismo, avrebbe condotto quest’ultima missione con la consueta determinazione dettata dal convenuto accordo tra le parti.
    Tutto si era pianificato a Roma, città Capitale e polivalente centro urbano dalle mille atmosfere architettoniche, dove si racchiude il centro nevralgico del Potere che fà gola alla mafia siciliana.
    Eppure, proprio Roma voleva invadere lo spazio territoriale della Sicilia, con la scelta del Generale Dalla Chiesa, che avrebbe domandato chiedere al Governo Spadolini l’implicito coordinamento dei prefetti locali. Il ” solo pascolo palermitano” non era confacente all’incarico richiesto. Molto Potere al Generale Dalla Chiesa, ma molto meno – come sostenne – di quanto dato nella lotta al terrorismo.
    Il Prefetto Dalla Chiesa poteva,dunque, esercitare la sua funzione di Eccellenza con l’aggiunta dell’appoggio incondizionato dello Stato, in qualità, per l’appunto, di Superprefetto.

  5. Ettore Ferrero... ha detto:

    Uno dei più brillanti, se non il più brillante degli investigatori dell’Arma dei Carabinieri, che passa al servizio del Ministero dell’Interno in qualità di Superprefetto Antimafia nel tentativo di arginare l’impeto della nuova mafia corleonese, volta ad andare prepotentemente alla conquista della città di Palermo.
    Subito si mette al lavoro nella sede della Prefettura, oltreché facendosi arredare un appartamento – ufficio o palazzina, preposto esclusivamente alle indagini, di fronte al Comando Legione Carabinieri di Palermo, che avrebbe coabitato con gli uomini più fidati provenienti dal Reparto Antiterrorismo,cioè da più parti d’Italia.
    Dicono le cronache, che il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa stava orientativamente configurando le sue indagini sul rapporto mafia – politica – imprenditoria. Contestualizzando le indagini su – ma il numero è approssimativo – circa tremila mafiosi e duemila aziende in odor di mafia, cosiddette oggi, prestanome della criminalità organizzata di stampo mafioso.
    Di concerto avrebbe ampliato l’indagine con il traffico internazionale degli stupefacenti, rotta Sicilia – Usa – Canada, approfondendola con il cosiddetto riciclaggio.
    Nel frattempo la relazione mafia – imprenditoria si avvale di un rapporto redatto dal Prefetto Dalla Chiesa, il cui contenuto esplicita il legame dei 4 Cavalieri del Lavoro di Catania, Carmelo Costanzo, Mario Rendo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro, che spartiscono i lavori con gli altri imprenditori concedendo loro gli appalti di minore importanza, e acquisendo quelli miliardari con l’avallo della mafia da eseguire a Palermo con la relativa spartizione.
    Giustamente, il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, nominato con la qualifica di un Prefetto non ordinario, ma bensì un Superprefetto,cerca per l’interesse dello Stato di chiarire, al più presto, se la sua presenza a Palermo voglia essere considerata un esplicito atto per fronteggiare seriamente la mafia: un interesse, pertanto, che deve essere condiviso da entrambi.
    Lo Stato dovrà entro i primi giorni di Settembre chiarire la questione ponendo un aut – aut sul da farsi. O dentro o fuori. Dando risposta certa al neo Prefetto vincolandola con il senso di responsabilità e senso dello Stato di cui la politica dovrebbe essere garante.
    Una politica, che dopo avere scelto il Generale pluridecorato, Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha di fronte il problema di come esso affronterà la questione, anche, del rapporto della politica regionale democristiana ( Lettera del 2 Aprile 1982 al Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini ed intervista al giornalista Giorgio Bocca del 10 Agosto 1982). Sapendo bene, che l’opinione pubblica ha una stima indiscussa, frutto di anni trascorsi nella lotta al terrorismo, per il Generale. E che, dunque, il lavoro investigativo del Prefetto Dalla Chiesa renderebbe difficile, in terra di mafia, una volta consegnato alla Magistratura, agli occhi della gente chiarire questo vincolo con la mafia. In quanto per la politica regionale e nazionale, si instaurerebbe il problema della responsabilità, non tanto morale che esiste, quanto di quella politica di un partito che dal 1948 continuava a regnare in Italia.

    • casarrubea ha detto:

      Caro Ferrero, condivido la sua analisi. Infatti la vicenda di Dalla Chiesa è una delle prove più evidenti del patto scellerato esistente tra Stato e mafia. Per questo motivo ho sempre sostenuto che la cosiddetta trattativa non si limita al 1992-’93, ma percorre l’intera storia della nostra Repubblica. A cominciare dalle stragi del 1947, quando fu bloccato con le armi il percorso democratico che doveva assumere il nostro Paese.

  6. Ettore Ferrero... ha detto:

    E’,dunque, possibile che, come ha espletato il collaboratore di giustizia Antonino Calderone, l’organismo di vertice di Cosa nostra, la Commissione Regionale, che raggruppava tutti i rappresentanti provinciali ed alla quale era demandata la competenza di decidere sugli interessi della mafia, ebbe un certo timore accompagnato da perplessità, pensando che il lavoro investigativo del Superprefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa si sarebbe manifestato in varie città della Sicilia, ed allargato ad altre metropoli disposte nella Penisola.
    Più precisamente: <> ( da “Delitto Imperfetto”, pag.63).
    La conferma avviene in questi giorni con il ritrovamento della borsa marrone vuota al Palazzo di Giustizia di Palermo, in cui vi erano custoditi documenti riservatissimi che vennero trafugati all’interno della Autobianchi A112, inclusi quelli posti sotto il sedile, redatti dal Prefetto nei soli 3 mesi dalla sua permanenza.
    Non era,dunque, solo la mafia a voler dare un segnale forte a chi da Roma aveva condiviso la scelta di candidarLo a Prefetto di Palermo, ma si frapponeva con gli interessi di chi nella Capitale iniziava ad avere timore sulle indagini in corso del Generale. La mano sapiente – dei Servizi – di chi ha voluto far sparire tutta la documentazione – tra cassaforte e A112 – fino a quel momento prodotta e redatta dal Prefetto Dalla Chiesa.
    L’unica e sapiente verità è che la morte del Generale Dalla Chiesa, si inserisce in un contesto Storico ben delineato, che incomincia dalla Prima Repubblica e che, dunque, non può che non far parlare di sè. I conti con la Storia rimangono impressi, indelebili nelle Memoria collettiva, per essere nel tempo sapientemente condivisi per darne, nel presente, una spiegazione che riguarderà la nuova Italia della Terza Repubblica…

  7. Ettore Ferrero... ha detto:

    Più precisamente: “… Chiedeva semplicemente di coordinare ristretti nuclei di funzionari e investigatori nelle città italiane più interessate dalla presenza mafiosa fuori dalla Sicilia ( credo ne avesse segnalate una decina)…” ( da “Delitto Imperfetto”, pag.63).

  8. Ettore Ferrero... ha detto:

    Preambolo:

    “ Alla linea della fermezza non corrispose un’adeguata azione di ricerca della prigione ed ecco perché in realtà la strategia del Governo parve più il tentativo di salvare se stesso che non la reale volontà di evitare la morte di Moro”… frase estrapolata dal libro “ Vuoto a perdere – Le Brigate Rosse, il rapimento, il processo e l’uccisione di Aldo Moro” di Manlio Castronuovo.

    Domanda:

    Se di fatto si parlò di immobilismo sulla vicenda Moro, e dunque di mancato senso di responsabilità, non è che il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, pur sostituendo gli attori politici, dovesse essere chiamato a risolvere il problema mafia per dissimulare le oscenità della politica italiana, dopo la débacle del sequestro Moro, servendosi del Generale dei Carabinieri che più di tutti si adoperò per la sconfitta del terrorismo in Italia?. Ossia affinché la classe politica italiana volesse ridarsi un nuovo smalto di credibilità, soprattutto politica, agli occhi dell’opinione pubblica?.

    Cancellando di fatto, però, ogni tipo di similitudine con qualsivoglia trattativa vista l’attribuzione dell’incarico al Prefetto della Repubblica di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che mai, con il profondo senso dello Stato che possedeva, si sarebbe prestato alla strumentalizzazione di un qualsiasi gioco politico.

    N.B. Dottor. Giuseppe Casarrubea, professore, storico e scrittore: in relazione alla Sua risposta del 25 Aprile 2013, e dunque, del rapporto politica – mafia, sarei propenso nell’attesa di un Suo cordiale cenno.

    Grazie!…

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