Perché la Sicilia?

Siamo lieti di ospitare in questo blog un articolo sulla Sicilia della giovane scrittrice ungherese Szabina Ughy, autrice del volume di poesie Külső protézis della Casa Editrice Orpheusz di Budapest.

Szabina Ughy

Szabina Ughy

Szabina Ughy

Minchia! gridano per le strade i sedicenti parcheggiatori. Spiegano alle studentesse della Facoltà di Giurisprudenza come girare il volante, quanto manca per non toccare il marciapiede o un’altra macchina  e brontolano se la mancia non gli pare abbastanza. Sono le otto del mattino. Mi chiedo: – che minchia ci faccio qui?

Il mio è un quartiere di discreta reputazione. Finalmente ho un balcone, la corda per il bucato stesa sopra la strada, così che il mio intimo praticamente dà del tu ai professori che tengono le lezioni nell’Aula magna di fronte. Poi ho tre coinquiline polacche, una connessione internet rubata e un bagno con cucina americana dove se , oddio, devo preparare il caffè per quattro persone, le tazze le posso posare solo sul davanzale della finestra. Non capisco per quale motivo dovrei lasciar perdere a casa le due tesi di laurea da scrivere, il mio libro in fase di stampa, lo status di studentessa, l’assicurazione sociale, oppure il mutuo in agguato per la casa.

Durante una passeggiata di domenica pomeriggio, mi è venuta in mente una frase del libro Fondamenta degli incurabili.  Questa  nebbiolina di Venezia  “carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè  e di preghiere” invade anche qui la città.  “L’uomo è una silhouette piuttosto che un essere con le sue caratteristiche uniche, e una silhouette può essere migliorata.” Sì, Catania, perché voglio avere qualche possibilità di miglioramento. Quello che ho lasciato a casa non può continuare, quello che faccio qua invece non ha radici. Non ne avrà mai. Ora però meglio essere una straniera che una ventenne nella sua patria con la crisi dell’età adulta addosso. O, per meglio dire, una principiante.

Preparo il caffè, accendo la radio. Musica pop italiana. Superfluo entrare nei dettagli, meriterebbe un post a parte. Le ragazze si stanno svegliando: tre allodole cinguettano al di là della parete in cartongesso della mia stanza. Sono cortesi, sorridenti e un po’ forzate come tutti quelli che non parlano la lingua dell’altro. Le voglio bene soprattutto per il loro sano e sonnolente senso di colpa che quelli dell’ est europeo hanno per qualsiasi cosa. “Le monetine cadono sempre dal nostro portafoglio”  scrive Krisztina Tóth.  E’ questo che gli italiani, gli spagnoli o i francesi secondo me non capiranno mai. Questo essere inibiti che manca a chiunque non ha provato l’eventualità di giungere alla fine, anche se solo attraverso l’inconscio collettivo. Gli italiani evidentemente sono italiani. Camminano da italiani, fissano gli stranieri, mangiano il gelato e guidano da italiani.

Relativamente al sesso la Sicilia, senza dubbi, è femmina. Anche perché, secondo la leggenda, c’era una volta una principessa di nome Sicilia che visse sulla costa orientale del Mar Mediterraneo, forse in Libano. Sul suo futuro incombeva l’ombra di una profezia, secondo la quale all’età di quindici anni avrebbe dovuto lasciare la sua terra natia altrimenti sarebbe finita nelle fauci del Greco – Levante (il simbolo forse dell’Impero Bizantino). Passò tre mesi in una barca in balia delle onde, finché approdò su una spiaggia della Sicilia di oggi. L’isola era completamente deserta perché gli abitanti erano morti tutti di peste. L’aveva saputo da un bel giovanotto, l’unico superstite, che le aveva fatto vedere l’isola verdeggiante di fichi e olive. Non piansero molto ma popolarono l’isola che chiamarono Sicilia. Il nome deriva dalle parole sic ed elia indicanti il fico e l’ulivo, anche se ora il paesaggio tipico siciliano è caratterizzato dagli agrumeti: un quadro color verde con macchie gialle spezzate qua e là da case abbandonate e fatiscenti,  da cascine in rovina che una scrittrice americana divorziata sarebbe lieta di prediligere.

La Sicilia non è la Toscana. Il turismo è in forte espansione, ma la prima cosa che viene in mente è la mafia. Anche se la Sicilia non è solo la terra della criminalità  organizzata. Anche quella. Tacitamente soprattutto quella. Macchine bruciate, negozi sbarrati, fuochi d’artificio (forse  un modo di comunicare) sono ricorrenti. Ma i turisti che scattano foto per un paio di settimane non notano niente di tutto questo. Dopo tutto, la mafia vive di loro, di turismo, di estorsioni e, naturalmente, di droga. Ma sono gli immigrati quelli per cui uno la notte non può camminare tranquillo per le strade. Non si può attraversare una strada o sedersi in un bar senza che non ti mettano sotto il naso rose,  giocattoli appiccicosi, braccialetti intrecciati. Se gli dici qualcosa, è un problema, se non gli dici niente, lo è altrettanto. L’ultima volta  un ragazzo angolano non smetteva di dirci razzisti finché ognuno di noi si è comprato un braccialetto. In ogni caso, gli italiani sono tolleranti. Dichiarano l’emergenza umanitaria, danno diecimila visti ai tunisini, non fanno caso alla disapprovazione dell’Ue.

Esco di casa con un coltello militare pieghevole nella mia borsa. E’ stato mio ​​padre a regalarmelo quando ha saputo che avevo vinto una borsa di studio in Sicilia. Finora l’ho usato solo per sbucciare le arance, ma per la prima volta in vita mia, mi sento in qualche modo rassicurata sapendo che ho con me uno strumento di autodifesa.

Catania è la seconda città più grande della Sicilia dopo Palermo. Fu sette volte distrutta dalle eruzioni dell’Etna, pertanto le strade e le case sono fatte di pietra lavica e di basalto. Il suo nome deriverebbe dal termine katane che significa scorticatoio, secondo altri terreno aspro, non levigato. I colori di base di Catania sono il nero e il grigio. L’estate sarà un inferno. La città potrebbe essere un gioiello barocco, in parte lo è, ma la sporcizia e l’immondizia dominano dappertutto. Anche se tutto questo è davvero una questione di dettaglio essendo ai piedi di un vulcano attivo.

Oltre i miei studi ho un sacco di tempo libero, anzi ho solo quello, quindi ho un senso di colpa continuo. Tutto sopportabile però stando seduta alla finestra con il caffè pomeridiano. Nelle strade aumenta il traffico, i negozi stanno per chiudere e tutti si stanno preparando per il pranzo. Dopo la siesta, verso le quattro, i negozi riaprono con comodo, i vecchietti si siedono sotto i portici per giocare a carte e le ragazze si preparano per la passeggiata serale nel corso. Nelle rosticcerie, i piatti di pasta prendono il posto dei dolci di colazione . Ogni cosa ha il suo tempo, non c’è fretta come in ogni paese dove il sole sorge due volte.

traduzione di Regina Kerékgyártó

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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6 risposte a Perché la Sicilia?

  1. Gaspare Balsamo ha detto:

    Ma io tutta sta sporcizia e immondizia che domina dappertutto Catania non la vedo.

  2. Francesco Paolo Magno ha detto:

    E’ un’analisi, ma è anche un racconto, che si legge con gradimento.L’ autobiografia, che è il tema dominante del testo, si allarga senza forzature e diviene esame dell’ambiente circostante.

  3. Pingback: Perché la Sicilia? | Ughy Szabina mindenese

  4. Elet ha detto:

    Vogliamo leggere di più!! :)

  5. Alessandro ha detto:

    si dai, vogliamo leggere di più…..

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