Le ragioni di una scelta

Franco La Torre

Franco La Torre

Un articolo di Franco La Torre, figlio di Pio, segretario regionale del Pci assassinato dalla mafia il 30 aprile 1982. Cogliamo l’occasione per fargli i nostri migliori auguri in vista dell’importante sfida che lo aspetta da qui al 24 febbraio nelle liste di Rivoluzione civile.

La criminalità organizzata – ha detto qualcuno molto più autorevole di me, il giudice Giovanni Falcone – come ogni fenomeno umano, ha avuto un suo inizio e avrà una sua fine. Dipende da noi scegliere se attendere la sua naturale conclusione o impegnarci perché abbia vita breve. La storia delle mafie, nella sua forma di terrorismo politico-mafioso, ci mostra che la loro grande capacità di rigenerazione è pari agli interessi economici cui non intendono rinunciare: ciò alla luce delle immense risorse di cui dispongono e della capacità di formare nuove leve, pronte a prendere il posto dei boss arrestati. Senza nulla togliere allo straordinario impegno e ai notevoli risultati ottenuti, questo ci dice che l’azione di contrasto non può essere esclusivamente giudiziaria e repressiva, ma deve assumere il carattere di un’iniziativa politica più ampia, di sviluppo economico e anche culturale. La presenza e la pervasività della criminalità organizzata influenzano e inquinano aspetti fondamentali della vita quotidiana e dell’esercizio democratico.

L’azione delle mafie fa scempio di principi fondanti, diritti e libertà fondamentali: il diritto al lavoro e a fare impresa, la libertà di voto e di vivere in comunità sicure, il diritto alla salute e a un ambiente sano, innanzitutto nei territori che sono oggetto del controllo delle organizzazioni mafiose, che li svuota dei significati propri del vivere civile, perché li vuole piegati agli interessi del potere criminale.

La risposta, quindi, non può essere soltanto giudiziaria ma politica e di ampio respiro, perché ciò che va sconfitto è l’intreccio che lega parte delle classi dirigenti italiane – in ambito politico, economico e istituzionale – unite per contrapporsi, con i metodi del terrorismo politico-mafioso, ad ogni istanza di progresso, come è accaduto a Portella della Ginestra, la madre di tutte le stragi della storia repubblicana dell’Italia.

Prima della cosiddetta crisi della prima repubblica, alcuni partiti, mi riferisco al Pci al Psi e al Msi, venivano percepiti dai cittadini/elettori, anche da quelli che non li votavano, come partiti immuni dal compromesso con le mafie e per questo paladini della legalità. Quei partiti non esistono più e nessuno di quelli venuti dopo sembra saper interpretare a pieno la domanda di legalità. Si è persa quella capacità di lettura e comprensione dei fenomeni mafiosi, che si esercitava direttamente e in maniera approfondita negli stessi territori in cui le organizzazioni criminali operavano, attraverso quel tessuto fatto dalla base dei partiti, dalle relazioni con altre organizzazioni di massa e da osservatori privilegiati. Questa sapienza, abbinata al lavoro parlamentare e alla credibilità acquisita negli ambienti giudiziari e investigativi, consentiva di formulare strategie e produrre iniziative, che contribuivano a quella percezione pubblica, il tutto accompagnato da un’attenta selezione dei gruppi dirigenti, locali e nazionali, che non dovevano essere nemmeno sfiorati dal sospetto di compromissione con gli interessi mafiosi.

Tutto ciò va recuperato dalla politica, per dare forza e contenuto ai partiti che ne sono espressione, perché siano ritenuti affidabili dall’opinione pubblica sui temi della legalità e della lotta alle mafie. La mafia detta i tempi dell’economia nel Mezzogiorno, che deve diventare il banco di prova per la buona politica, che parli ai giovani, abbandonati oggi al ricatto mafioso, che ipoteca i loro destini, per fornire loro quegli strumenti perché siano i protagonisti del riscatto, della rinascita e del rinnovamento, perché possano prendere in mano la loro vita e costruire un futuro diverso. E’ questo il nemico che il nostro Stato e noi cittadini ci troviamo a dover fronteggiare, con le armi della legalità – che vanno raffinate e rafforzate per combattere organizzazioni in continua evoluzione e che richiede una decisa e diffusa azione della politica e il pieno sostegno delle istituzioni – e di una cultura fondata sui valori di responsabilità civile, da diffondere nei territori, in particolare quelli maggiormente colpiti, per promuovere la consapevolezza che un’altra vita, altra dalle mafie, è possibile.

Le cronache di questi giorni ci restituiscono l’immagine di un paese la cui classe dirigente e in parte la stessa società civile, distratte da problemi più appariscenti, non hanno saputo arrestare l’evoluzione delle mafie in questi anni, che neanche le operazioni investigative e repressive hanno potuto fermare: prima il controllo del territorio e la negazione della legalità, quindi l’ingresso nell’economia, con il controllo di interi settori, dunque l’influenza della politica, attraverso il sostegno ai candidati e agli eletti, infine l’ingresso diretto nelle istituzioni dello Stato, come gli ultimi atti di cronaca drammaticamente evidenziano. Una classe politica inadeguata, che ha tollerato la convivenza, che ha visto ribaltare i rapporti di forza e ha prodotto subalternità agli interessi criminali e ha contribuito a inquinare le relazioni sociali.

Quando si fa scempio dell’ambiente e si condiziona il mercato del lavoro, l’allarme dovrebbe suonare altissimo e invece non abbiamo sentito che poche voci isolate, spesso additate come anti-italiane.

Quando interi territori e in essi pubbliche amministrazioni e governi locali vengono guidati in nome di interessi mafiosi avremmo dovuto assistere ad una ferma iniziativa politica e invece ci troviamo di fronte a casi come quello del Comune di Fondi, un vero scandalo, ma anche una conferma dell’inadeguatezza della classe dirigente.

La politica deve promuovere una grande azione volta alla trasparenza nella pubblica amministrazione. Questo vuol dire adottare atti e comportamenti volti a evitare fenomeni di collusione e infiltrazione, da parte del personale politico e di quello tecnico, oltre a rendere le procedure di spesa impermeabili agli interessi criminali. Essenziale è anche la selezione del personale politico, che deve risultare immacolato, oltre che insensibile alle lusinghe di un consenso ottenuto grazie al sostegno delle mafie.  Un’azione sin’ora risultata difficile, prova ne è la prudenza nell’applicare i codici di autoregolamentazione. A chi ricopre ruoli di leadership è richiesto di impegnarsi senza indecisioni e tentennamenti nella ricerca del consenso su un progetto di società senza mafie, perché solo così questa battaglia civile, sicuramente lunga e che riguarda tutti coloro che vogliono un futuro migliore, potrà essere vinta.

Franco La Torre

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Le ragioni di una scelta

  1. Francesco Paolo Magno ha detto:

    La logica del potere mafioso coincide con la logica del potere capitalistico : questa logica ha come suo fine l’arricchimento continuo , senza alcuna preoccupazione per i danni,che si arrecano alla comunità degli uomini. Ecco perchè sono convinto che la mafia scomparirà solo quando sarà modificato,”ab imis fundamentis”, l’attuale sistema socio-economico insieme con i suoi decrepiti rapporti giuridici. Un’azione di questo tipo non è impossibile : essa, però, ha bisogno di uomini, che, con coraggio, pazienza, e passione, la portino a compimento. Lungo la strada, che porta a questo obbiettivo, ci saranno altri martiri,come Pio La Torre. Il sangue dei martiri è (come fu detto a proposito del Cristianesimo) il seme di una vita nuova.

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