Portella della Ginestra: 1° maggio 2013

Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea

Non so quanto tempo ancora dovrà passare. Ma il tempo ormai non ha più né giorni né anni, e anche la ragione sembra non avere più senso. Sono trascorsi sessantasette anni dalla strage di Alia e dall’uccisione del sindacalista della Cgil Nicolò Azoti; sessantasei dalle stragi di Portella della Ginestra e di Partinico. Il tempo lontano di una guerra fatta con armi pesanti e bombe a mano. Contro i lavoratori, i  loro rappresentanti.  Simboli e realtà di una lotta per i diritti, perché i più deboli avessero un futuro.

Ma lo Stato, quello che noi chiamiamo Stato, fatto di uomini che ci governano, o che fanno le leggi o che dovrebbero acciuffare e punire i responsabili dei crimini, continua ad essere ignaro e lontano. Convitato di pietra, seduto sul suo scranno infernale, sordo e cieco. Macina tempo su tempo, generazioni di vittime alle quali tutto è sottratto, tranne il diritto di sperare, di credere ancora, per caparbia volontà di resistere fino all’ultimo.

I morti hanno lasciato a questo Moloch morti doppiamente vittime: di avere avuto i morti prima di loro senza giustizia e di essere morti loro, dopo, senza riconoscimento alcuno. Uccisi una seconda volta, quasi in un rito generazionale continuo. Tutto è accaduto e accade mentre Regioni e Stato finanziano false associazioni che con l’antimafia banchettano. Accumulano chiacchiere su chiacchiere, carriere su carriere, promesse su promesse, finzioni di memorie su storie della nostra carne cancellate. Cenere e nulla su nulla e cenere.

Ma io ho acceso una piccola fiamma e la coltivo di memorie, di storie, di fatti accaduti. Li consegno alle nuove generazioni perché sappiano. Perché coltivino il dubbio e abbiano occhi dove si possano vedere volare i sogni delle utopie concrete. Per continuare sempre a combattere, come fosse il primo giorno di una guerra lunga una vita intera.

Non andrò a Portella neanche quest’anno, per non assistere allo scempio dei morti per i quali nulla si è fatto; per non ascoltare l’assurdo silenzio su quegli altri morti che i giudici di Viterbo vollero legati ai primi, anche se assassinati un mese e mezzo dopo dentro le Camere del Lavoro, le sedi sindacali: mai menzionati, mai ricordati come se appartenessero a un altro pianeta. Non voglio più assistere alla retorica vuota, all’esibizione di ignoranza e tracotanza, all’uso strumentale dei morti, buoni solo per essere volgarmente divisi tra di loro come fautori di altri ideali, di altri valori. Non tollero più che i vivi continuino ad uccidere i morti.

Se essi si alzassero tutti insieme in una notte, quale spettacolo ci farebbero vedere! Sentiremmo le loro corazze e il rumore fatale delle loro armi mentre infuria la guerra ai vivi colpevoli di ignoranza e di oblio. E questa volta non perderebbero i morti. GC

Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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19 risposte a Portella della Ginestra: 1° maggio 2013

  1. Grazia Capone ha detto:

    Uno scritto molto amaro, che, purtroppo, è condiviso da coloro che conservano le memorie delle vittime. Le vittime e i morti non hanno più ragioni, mentre gli assassini, vivono.

  2. Francesco ha detto:

    Rabbia e dolore! In quest’articolo c’è la storia d’Italia che si ripete puntualmente nella sua inutile celebrazione di una democrazia mai ottenuta.

  3. Nino Costa ha detto:

    Non stancarti!
    Oggi questo mondo che cambia sotto le spinte mercificatrici avrà bisogno della storia e della Verità per identificare eidentificarsi nei valori universali in cui hanno creduto i nostri padri!

  4. pietro ancona ha detto:

    Capisco e condivido
    Purtroppo c’è un uso strumentale della memoria fatto di inclusioni e di esclusioni. A Portella della Ginestra non ha mai potuto parlare nel comizio in quasi settanta ricorrenze qualcuno che non fosse prima comunista e poi ds e poi pd ed ora non so più che cosa. Eppure io credo che a Portella i caduti non sono stati soltanto comunisti ed il luogo appartenga a quanti hanno condiviso le ragioni ed anche i sacrifici della lotta alla mafia.
    Io non solo non sono più andato a Portella ma neppure e da molti anni al luogo dove fu ucciso il povero Pio La Torre che conservo nel cuore come “compagno”.

  5. Francesco Paolo Magno ha detto:

    Carlo Marx ci ha lasciato un insegnamento, che non possiamo e non dobbiamo dimenticare. Da quando la comunità umana si è divisa in due fondamentali classi contrapposte ( da una parte i “potentiores” o sfruttatori, dall’altra gli “humiliores” o sfruttati ) -, da allora lo STATO , in tutti i suoi rami ( uffici di normale amministrazione, forze di polizia, tribunali, forze armate,capi di governo, organi politici,……) è divenuto lo strumento , usato dai prevaricatori, per difendere e conservare lo “statu quo”. Tuttavia, mai è stato possibile arrestare il procedere della società umana . Certe strutture sociali sono state travolte da nuove strutture sociali, ma è rimasta sempre la divisione tra sfruttatori e sfruttati. Nessuna considerazione teorica, e nessun ELEMENTO OGGETTIVO autorizzano a ritenere eterna, intramontabile, questa DIVISIONE, questa FRATTURA della comunità umana. Anzi considerazioni teoriche, e processi oggettivi ci suggeriscono che è possibile ritornare all’originario ACCOMUNAMENTO, che, in realtà, sarà più forte e più RAGIONEVOLE di quello passato, perchè potrà utilizzare l’immenso sviluppo del sapere, dell’arte, della tecnica, della morale, del diritto,…..Avremo una comunità umana, caratterizzata da una notevole presenza delle ATTIVITA’ QUATERNARIE ( le attività proprie del cosiddetto TEMPO LIBERO : studio, sport, viaggi, distrazioni varie,….). Non sarà la fine della storia, come, CAPZIOSAMENTE, sostengono gli ideologi del padronato. La tua pagina, carissimo Casarrubea , entra nel cuore, e suscita commozione : i morti e i caduti del passato ci gridano che non possiamo e non dobbiamo piegarci.

  6. Nicolò ha detto:

    Una strage per certi versi oggettivata, al punto che gli eredi degli assassini, che siedono negli scranni più alti della Repubblica, non hanno esitazione a condannare, addirittura ad espungere dalla propria storia; oggettivata come la vittoria eliocentrica per cui gli eredi dei tolemaici che condannarono Galileo non si sognerebbero mai di riporre la terra al centro dell’universo invece del sole. Eppure ancora quella strage va collocata dentro la sua e la nostra storia. E’ la prima strage della storia della nostra Repubblica, 1° Maggio 1947, già da tempo in Italia ed in Sicilia sono in movimento le forze sociali ed i movimenti che, eredi della resistenza edella lotta al nazifascismo, si muovono e lottano per l’emancipazione e la conquista di diritti e migliori condizioni di vita e di lavoro; questa lotta nei feudi e nei terreni incolti della Sicilia aveva come obiettivo l’esproprio e la socializzazione di quelle terre che gli agrari depauperavano, e si coniugava con le lotte del proletariato nel resto del Paese attraverso la stesura della Costituzione Italiana
    art. 3….Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza
    distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di
    condizioni personali e sociali.
    È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale,
    che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
    sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
    all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
    Art. 4
    La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le
    condizioni che rendano effettivo questo diritto.
    Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria
    scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o
    spirituale della società.
    Gli agrari trovavano nella chiesa, nella Democrazia Cristiana e nella mafia i loro strenui difensori, i campioni del privilegio, dello sfruttamento e della schiavitù. La Democrazia Cristiana verrà individuata come mandante della strage, intanto che la chiesa scomunicava quanti portavano nelle terre la bandiera rossa della riforma agraria, e la mafia continuava ad uccidere i sindacalisti scomodi. Siccome gli eredi di quella strage rifanno governi e riappropriano dello Stato è bene ricordare loro che la memoria non si perde.

  7. giuseppe cipolla ha detto:

    “lasciate che i morti seppelliscano i loro morti” (Vangelo).. Ma io ci vado lo stesso…incurante di loro.

  8. Elettra Wave ha detto:

    Grazie mille da una maestra che insegna ancora la Storia Moderna e Contemporanea (nonostante gli attuali programmi “voluti” dagli ultimi governi per la primaria impongano il contrario) e crede ancora fermamente nel valore della formazione dei bambini e delle bambine per cambiare lentamente ma inesorabilmente. Se non credessi, non farei più il mio lavoro. Resistere vuol dire anche questo. Devo avere speranza e infonderla.

    • casarrubea ha detto:

      Grazie a lei. Il Vostro lavoro è alla base di ogni avanzamento civile e democratico. Grazie per quello che fa per conservare la memoria che abbiamo smarrito.

      • Elettra Wave ha detto:

        Un grande abbraccio e continui a tenerci svegli/e!!!

      • giusi ha detto:

        GRAZIE CASARRUBEA PER non aver partecipato a PORTELLA, dato che ogni anno qualche politico arriva a POrtella per poi che fare. depositare una 66essima ghirlanda ci vediamo il prossimo anno, con la stessa storia E dato che a me personalmente mi tocca da vicino PORTELLA vuole verità. le vittime vogliono giustizia, non segreti vogliamo la veritaaaaaaaaa

    • Trovato Antonino ha detto:

      Purtroppo i vari programmi scolastici hanno teso e tendono ad oscurare la memoria e così i ragazzi non sapranno mai quello che è successo in Italia .Uscivo dal liceo e non sapevo che esistesse la Costituzione Italiana. Questo cinquantanni addietro .L’ho saputo quando ho studiato Diritto Costituzionale all’ Università. Come può dirsi un paese che non dà cultura oppure la dà in base alle sue convenienze governative ? Questo fino a quando è sopportabile ?

      • Elettra Wave ha detto:

        Gentile Antonino, è vero ciò che affermi. Eppure negli anni ’80-’90 con la riforma della scuola elementare si era iniziato un percorso virtuoso di aggiornamento e formazione dei docenti della primaria, in particolare per lo studio della Storia! Fu importantissimo e si ottennero ottimi risultati anche perché si potenziò l’area antropologica, poi con la Moratti e tutti i ministri che seguirono, lo studio della Storia e della Geografia ricevettero (e ricevono ancora) colpi d’accetta formidabili! Io non lo accettai e continuo a non accettarlo! Possibile che ogni conquista valida in Italia sia costantemente abbattuta? Con stima.

  9. Francesco Cappello ha detto:

    condivido e sottoscrivo pienamente! un fraterno abbraccio di solidarietà!!!

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  12. Luigi Ficarra ha detto:

    Anche la ragione sembra non avere più senso.
    Lo Stato …. continua ad essere ignaro e lontano.
    Io ho acceso una piccola fiamma e la coltivo di memorie (che) consegno alle nuove generazioni perché sappiano. ….. Per continuare sempre a combattere, come fosse il primo giorno di una guerra lunga una vita intera.
    Non andrò a Portella neanche quest’anno, per non assistere allo scempio dei morti per i quali nulla si è fatto.

    Caro Giuseppe,
    la tua nota, di cui ho sopra evidenziato alcuni passi, mi ha spinto ad una riflessione sul che fare, su come rapportarci ai problemi che la situazione ci impone di affrontare e con amicizia te ne scrivo.
    Dire intanto che “coltivi memorie perché le nuove generazioni sappiano” è già a mio avviso un atto rivoluzionario. Seenza memoria infatti non c’è futuro, specie per la classe operaia, che nella memoria e conoscenza dello sfruttamento anche passato, dei morti che le appartengono, dei soprusi subiti trova forza e stimolo per la lotta. E dà un senso, una ragione alle proprie battaglie.

    Lo Stato è “ignaro” e lontano, dici con amarezza, ma, come sai meglio di me, non è strano sia così.
    Decenni di opposizione costituzionale, come in altre occasioni ci siamo detti, hanno sedimentato in molti una cultura democraticista, ingenerando una errata attesa di interventi positivi da parte dello Stato o per onorare le vittime della repressione di classe (tali furono quelle di Portella della Ginestra) o per risolvere i problemi generati dallo sviluppo capitalistico. Lo Stato invece non è, come sappiamo, neutrale, ma di classe e l’insieme delle sue politiche, anche attraverso la necessaria mediazione degli interessi al fine di raggiungere quello ottimale capitalista, ne sono una chiara e concreta manifestazione.
    Sappiamo di essere in piena crisi della democrazia, ma parlarne, come spesso si fa anche da parte di alcuni compagni, senza analizzare le cause di fondo di detta crisi che stanno nella logica stessa dell’accumulazione capitalistica (in forma accentuata dalla crisi sistemica di oggi)- sì da arrivare a denunciare espressamente, nei convegni della Trilaterale, la democrazia come un <> al suo sviluppo -, significa fare discorsi non solo astratti ma anche fuorvianti. L’aveva capito e spiegato con grande lucidità uno studioso come Lelio Basso ed il grande Bejamin. Il quale, nel saggio <> chiarisce che non esiste alcun rapporto diretto, alcun legame fra democrazia e capitalismo, che non si può parlare di sviluppo lineare, progressivo della democrazia, che ingenerare questa illusione nelle masse è politicamente molto negativo, perché limita lo sviluppo della lotta di classe e porta a ritenere non essenziale conservare e potenziare la memoria storica delle vittorie parziali e delle sconfitte, memoria necessaria per tener vivo il ricordo delle vittime e spingere alla battaglia contro l’avversario.

    Come sappiamo, la tesi liberale del teorico Milton Frieedman che la libertà economica genera libertà politica e democrazia è stata ripetutamente negata dalla storia e Friedman stesso ne ha dato esempio, svolgendo in Cile la funzione di consigliere economico di Pinochet dopo il colpo di stato militare dell’11 settembre 1973 organizzato dagli USA. Capitalismo e democrazia sono sempre più in contraddizione, scegliendo il primo forme di gestione del potere che riducono al minimo la partecipazione ed i controlli. In effetti il capitalismo che oggi cerca di far crescere il Pil non implementa la libertà politica ma un liberismo senza democrazia, cioè una democrazia che sia senza partiti e sindacati conflittuali, antagonisti. Come è oggi in Italia.

    L’erosione dei diritti, anche quelli fondamentali, non è un’anomalia, ma è consustanziale al capitalismo ed allo Stato moderno. Dobbiamo riesaminare, radicalmente criticandola, la concezione della storia che è stata comune al liberalismo ed a gran parte della III internazionale. Facendo nostra la tesi XI di Benjamin, dobbiamo, superandola, liberare la suddetta concezione della storia dall’idea di progresso : “Non c’è nulla – dice Benyamin nella succitata tesi – che abbia corrotto i lavoratori tedeschi quanto la persuasione di nuotare con la corrente. Per loro lo sviluppo tecnico (nello sviluppo capitalistico) era il favore della corrente con cui pensavano di nuotare”. La classe operaia tedesca o i partiti che la rappresentavano, facendo propria l’idea di progresso delle classi dominanti, hanno destinato la classe operaia alla sconfitta.

    C’è, come certamente sai caro Giuseppe, chi attribuisce a Marx una visione escatologica che può risultare da una certa lettura acritica della sua opera principale, Il Capitale, dove può rinvenirsi, unendo sparse affermazioni, la tesi che il capitalismo è il becchino di se stesso. Ma come sappiamo, nello stesso Manifesto, Marx ha chiaro che non esiste uno sviluppo lineare, necessario, dal capitalismo al comunismo, tant’è che afferma che ove non si riesca a creare un’alternativa a questo modo di produzione, storicamente determinato, si va verso la barbarie. Che temo sia la situazione verso cui ci avviamo oggi a grandi passi.

    Dobbiamo, caro Giuseppe, farci noi carico di organizzare le commemorazioni di Portella della Ginestra, con i sindacati di classe, USB e COBAS, con la sinistra anticapitalista e libertaria, con chi rivive quella memoria, non accademicamente o in chiave politicista e riformista, bensì nel solco della lotta di classe per il socialismo.
    Non verranno, né tantomeno li inviteremmo i Macaluso ed i Michelangelo Russo, che restano fra gli autori ed estimatori di una delle pagine peggiori del M.O. siciliano, né inviteremmo i loro epigoni attuali, e neppure esponenti del tipo dei Lauricella e Reina, i cui epigoni di oggi sono oggi quasi tutti, non a caso, nel partito di Berlusconi.
    Verranno, essi sì, i Giovanni Impastato e quelli che come lui e tanti altri, partiti e movimenti, continuano la battaglia anticapitalista e contro la mafia a livello politico e culturale.
    Verranno, stanne certo, i cittadini del vasto movimento NO MUOS che il 1° maggio hanno partecipato in massa alla manifestazione di Portella della Ginestra nonostante i sindacalisti “democratici” della Flai- Cgil abbiano cercato di impedirlo, negando comunque un loro intervento al comizio. Ti invio a parte, su questo grave fatto, il comunicato del Comitato No Muos di Palermo.
    Un abbraccio
    Luigi f.

    • casarrubea ha detto:

      Grazie per le tue riflessioni sulle mie poche righe su Portella, frutto dell’amarezza nel costatare che ogni anno queste manifestazioni si concludono con le solite promesse, gli impegni di sempre, puntualmente traditi, il sottile tentativo di mettere gli stessi caduti gli uni contro gli altri. Ad esempio, mai nessun sindacalista o politico di sinistra ha accomunato le vittime di Portella con quelle degli assalti alle Camere del Lavoro del 22 giugno successivo, nonostante i giudici di Viterbo e dell’appello di Roma abbiamo unificato le due stragi attribuendole allo stesso disegno terroristico e criminale. La “sinistra” si è comportata come se i morti avessero una graduatoria predisposta in base alle etnie di appartenenza, e come se la Camera del Lavoro di Piana avesse avuto nel tempo il diritto di egemonia sociale e istituzionale, e di accaparramento delle commemorazioni rituali. Così è stato storicamente nelle diatribe tenute da Piana con San Giuseppe Jato e San Cipirrello, nonostante in questi due comuni si sia avuto il maggior numero di caduti. Un esempio di quella miopia politica che ha consegnato questi tre comuni, storicamente rossi, all’egemonia delle destre.
      Sono d’accordo con te sul fatto che si organizzi un movimento di resistenza che faccia sentire la sua voce e rivendichi il diritto ad avere, il primo maggio a Portella, uno spazio per tenere le proprie manifestazioni. Comunque sui temi che sollevi si potrebbe anche ipotizzare di fare delle iniziative per il 22 giugno a Partinico. Ad esempio una tre giorni di dibattiti, manifestazioni e iniziative alternative.
      Grazie per lo stimolo.
      Abbraccio
      Giuseppe

  13. Francesco Paolo Magno ha detto:

    Sono assai contento per la consapevolezza, attestata dagli interventi soprariportati. Da tempo i processi oggettivi dell’economia non rafforzano, ma indeboliscono il movimento di liberazione degli oppressi. Alla carenza degli stimoli, provenienti in passato dall’oggettivo accentramento dei processi lavorativi ( l’accentramento è stato sostituito da una frammentazione in tantissimi rivoli separati : il padronato cerca così di mantenere il proprio predominio ) -, a questa carenza quelli, che aspiriamo ad una società collettivistica, possiamo e dobbiamo supplire, sforzandoci di promuovere e sviluppare la soggettività, la consapevolezza degli oppressi. Il fine della storia per i comunisti di formazione marxistica non è predeterminato : dipende da noi lottare per raggiungere una condizione di vita, che sia per TUTTI GLI UOMINI più ragionevole. C’è RAGIONEVOLEZZA là dove il livello di dolore e di sofferenza è il più basso possibile PER TUTTI GLI UOMINI.

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