Morte di Belzebù

Giulio Andreotti

Giulio Andreotti

Per un lungo periodo della sua vita, Andreotti, classe 1919, gode della fama di delfino di De Gasperi, di cui diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel maggio 1947, nel primo governo senza comunisti e socialisti dal 1944. Ma gli archivi dell’Oss, desecretati dopo il 2000 per volere del presidente americano Bill Clinton, aggiungono qualche dettaglio su questa enigmatica figura della nostra Repubblica. E’ il 20 febbraio 1946 quando l’intelligence americana invia da Roma a Washington, allo Strategic services unit, un telegramma segreto su cosa bolle in pentola all’interno del primo governo De Gasperi. Il testo così inizia: “Il 19 febbraio Andreotti ha informato JK12 che De Gasperi ha rivelato nel corso di alcune conversazioni private…”. Seguono alcune valutazioni di carattere interno alla coalizione del governo italiano. Aggiungiamo che JK12 è un agente italiano al servizio degli americani a Roma, già da prima della guerra. Di professione giornalista, è amico di Angleton e percepisce un lauto stipendio dai Servizi del Paese a stelle e strisce.

Il 29 ottobre 2010, il giornalista palermitano Giuseppe Lo Bianco pubblica un articolo su “Il Fatto Quotidiano”, in cui  rende noto che gli inquirenti della Procura di Palermo stanno indagando su un ex agente dei Servizi italiani che avrebbe accompagnato Giuliano dagli Stati Uniti a Montelepre, al funerale della madre, Maria Lombardo, morta il 19 gennaio 1971. L’ex agente dichiara di essere stato ai vertici del “Noto servizio” o “Anello”, a stretto contatto con Andreotti. Scrive Lo Bianco: “E’ un settantenne, vicino ai servizi segreti e già collaboratore della Procura di Brescia, che lo considera sufficientemente attendibile. […] L’uomo racconta un episodio vissuto in Sicilia, dice, in prima persona, che potrebbe aprire scenari inesplorati ai confini della fantastoria. Ecco perché i magistrati procedono con i piedi di piombo nella verifica della sua attendibilità. Su di lui infatti sono in corso una serie di accertamenti disposti dalla procura dopo le sue rivelazioni clamorose. Dice di essere stato uno dei capi (il numero due o tre) dell’Anello, il misterioso servizio segreto raccontato nel libro di Stefania Limiti, di essere stato in stretto contatto con Giulio Andreotti e di avere avuto la responsabilità dell’operazione Giuliano, il ritorno dagli Usa del bandito per salutare per l’ultima volta la madre defunta. Racconta anche i dettagli dell’invio negli Stati Uniti di Giuliano, nel luglio del ’50, grazie all’intervento della Cia, e descrive una serie di altri episodi del sottobosco di spie che operavano in Sicilia in quegli anni.”

Una conferma alle rivelazioni dell’agente segreto ascoltato dalla Procura di Palermo, ci arriva nientemeno che da Licio Gelli. Sul “Corriere della sera” del 15 febbraio 2011, che cita il settimanale “Oggi”, leggiamo:

“Giulio Andreotti sarebbe stato il vero ‘padrone’ della Loggia P2? Per carità… io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello.” Il Corsera aggiunge: “Con poche parole clamorose, l’ex venerabile Licio Gelli individua per la prima volta nel senatore Andreotti il referente di un’organizzazione quasi sconosciuta, un sorta di servizio segreto parallelo e clandestino, un possibile anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la società civile. Il settimanale ‘Oggi’, ha chiesto un commento ad Andreotti, che ha immediatamente fatto sapere di non voler commentare. ‘L’Anello (o, più propriamente, il cosiddetto ‘Noto Servizio’) – spiega lo storico Aldo Giannuli, già consulente della Commissione Stragi – fu un servizio segreto parallelo e clandestino, scoperto solo di recente nel corso della nuova inchiesta sulla strage di Brescia. Fondato nel 1944 dal generale Roatta per i lavori sporchi che non dovevano coinvolgere direttamente uomini dei servizi, subì diverse trasformazioni, scissioni e nuove entrate, per sciogliersi definitivamente intorno al 1990-91. La storia di questo servizio si incrocia con molte delle vicende più oscure della storia del nostro paese: da piazza Fontana al caso Moro al caso Cirillo. Il termine Anello non compare in alcun atto ma è citato da alcuni appartenenti all’organizzazione che si attribuiscono il ruolo di anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la società civile’.”

A Borgetto, fino ai primi giorni di luglio 1950, il terrorista-bandito ha un protettore di cui si fida ciecamente. Il suo nome è Domenico Albano, di mestiere capomafia. Ma vi è un altro Albano dello stesso paese. Secondo una nostra fonte, nei giorni che precedono la notte di Castelvetrano, Giuliano convoca questa persona, che proprio in quei giorni si trasferisce a Roma e gli consegna un plico di documenti che la fonte definisce “il diario del bandito”. Subito dopo la scomparsa del monteleprino, questo Albano incontra Andreotti, all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, e gli affida il “diario”. Circa l’identità di questo personaggio, la fonte aggiunge che di mestiere fa il notaio e che vive non lontano da Roma.

Di Domenico Albano, boss di Borgetto ci parlano i giudici della Seconda Corte di Appello di Roma nella sentenza del 1956: “Un colloquio aveva avuto il Giuliano col Mattarella e col Cusumano Geloso, a Parrini [Partinico], anche dopo le elezioni del 1948, per chiedere l’os­servanza dei patti, al quale colloquio avevano partecipato il mafioso Albano Domenico di Borgetto, Provenzano Giovanni da Montelepre, Costanzo Rosario da Terrasini, nonché vari componenti della banda tra cui lui, Terranova Antonino, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, i fratelli Passatempo, Licari Pietro e Sciortino Giuseppe; e sapeva che il Mattarella ed il Cusumano Geloso eransi recati a Roma per provocare la concessione dell’amnistia, senza alcun risultato positivo, per l’opposizione del ministro onorevole Scelba che aveva detto di non voler trattare più con i banditi. Dopo di allora l’onorevole Mattarella non si era più visto ed il Giuliano, risentito, aveva ordinato il sequestro della famiglia di lui residente a Castellammare del Golfo. […] Più volte il Verdiani si era incontrato con loro: una volta a Giacalone quattro o cinque giorni prima dell’eccidio di Bellolampo; un’altra a Castelvetrano la sera del 24 dicembre 1949 nella casa campestre di Marotta Giuseppe, dove, rilevato allo scalo ferroviario di Marsala, il Verdiani era giunto in compagnia di Ignazio ed Antonio Miceli, di Domenico Albano e del Marotta stesso portando un panettone e del vino marsala che erano stati consumati da tutti insieme, prima che l’ispettore si appartasse a discutere col Giuliano; ed infine a Catania dove s’era incontrato con lui e con l’Albano.”

Sono poi gli stessi boss ad affermare, al processo di Viterbo, che la banda altro non è che un plotone di polizia. Come a dire che Giuliano e i suoi sgherri sono un reparto speciale agli ordini del ministero dell’Interno. Nel processo di appello di Roma, così continuano i giudici:  “Ed accennando ad Ignazio Miceli, capo della mafia di Monreale – che pare fosse una delle ‘famiglie’ più importanti della Sicilia – al nipote Antonino Miceli e ad altri mafiosi (Domenico Albano, capo della mafia di Borgetto), si è rilevato come costoro avessero tenuto in pugno le sorti della banda e del suo capo e ne fossero stati i protettori.” Giuliano si fida a tal punto del suo protettore – che è solito dargli consigli – da designarlo come suo cassiere e depositario delle verità più recondite. Ma non sappiamo, nella fase finale del negoziato tra il capobanda e lo Stato, a quale dei due Albano il terrorista consegna il suo “diario”. E’ l’Albano di cui parlano i giudici di Viterbo e di Roma? Oppure  è quello di cui parla la nostra fonte? Ignoriamo inoltre quali siano i rapporti di parentela tra i due, sempre e quando ci siano. E’ un punto cruciale, questo, sul quale la Magistratura dovrà fare chiarezza. E’ comunque doveroso da parte nostra riportare un articolo di Francesco Viviano, apparso su “la Repubblica” del 22 ottobre 2002: 

giulio-andreotti

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“E’ stato notaio del senatore a vita Giulio Andreotti, del boss siculo americano Frank Coppola e anche del ‘corleonese’ Luciano Liggio. E’ stato anche l’uomo accusato dal pentito Giovanni Brusca di avere regalato, per conto dell’ex presidente del Consiglio Andreotti, un vassoio d’argento alla figlia dell’ esattore Nino Salvo. Adesso l’anziano notaio Salvatore Albano, originario di Borgetto (Palermo) ma da sempre residente a Roma, viene tirato pesantemente in ballo nell’inchiesta sulla morte del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato il 18 giugno del 1982 sotto il ponte dei ‘Frati Neri’ a Londra. Albano, secondo il pentito trapanese Vincenzo Calcara, era l’uomo che avrebbe riciclato i miliardi di Cosa nostra affidandoli al defunto presidente del Banco Ambrosiano che sarebbe stato poi ucciso dalla mafia perché li avrebbe gestiti male. Interrogato ieri per oltre sette ore dai pm romani Anna Maria Monteleone e Luca Tescaroli (che hanno riaperto l’ inchiesta sul caso Calvi e che, come ha rivelato Repubblica dopo 20 anni hanno ritrovato la cassetta di sicurezza del banchiere) il pentito Calcara ha dichiarato che il notaio Albano era al centro degli ‘affari’ di Cosa nostra ed ha ricordato che nel 1982, pochi mesi prima della morte di Calvi, portò a Roma, a casa del notaio, due valigie con 10 miliardi di lire del boss della Cupola Matteo Messina Denaro. Ed in quell’occasione Calcara vide salire nell’abitazione del notaio, in via Cassia a Roma, il banchiere Roberto Calvi e Monsignor Marcinkus, il cardinale che amministrava i beni dello Ior, la banca del Vaticano. «Ho già scontato le mie condanne, non sono più sotto protezione e non ne voglio e se parlo – ha detto ieri Calcara ai due pm – è per questione di coscienza e lealtà verso la giustizia e per chi è morto per essa (Paolo Borsellino ndr)». La prima volta che Calcara fece il nome del notaio Albano fu nel ’92, quando iniziò a collaborare con il giudice Borsellino. Ad interrogarlo c’era anche il maresciallo Carmelo Canale, l'”ombra” del magistrato ucciso, poi accusato di aver ‘tradito’ per aver passato informazioni a Cosa nostra. «Allora il maresciallo Canale mi disse di non parlare di nomi così importanti se non c’ erano i riscontri – ha detto Calcara ai pm – altrimenti sarei finito in pasto ai pesci». Il nome dell’ insospettabile notaio Albano era poi venuto fuori 5 anni dopo. A chiamarlo in causa era stato il boss pentito Giovanni Brusca che ai pm del processo Andreotti, raccontò che il senatore a vita (che ha sempre negato i presunti rapporti con gli esattori e cugini Nino ed Ignazio Salvo) aveva regalato un vassoio d’argento per le nozze della figlia di Nino Salvo. E fu nel processo Andreotti (il senatore è stato assolto in primo grado ed è pendente il processo d’ appello ndr) che i magistrati accertarono che il notaio Salvatore Albano «era amico dei cugini Nino ed Ignazio Salvo, notaio ed amico personale di Andreotti con il quale intratteneva anche rapporti epistolari per raccomandazioni, notaio del boss siculo americano Frank Coppola e di Luciano Liggio ed aveva rapporti con il giudice Corrado Carnevale». ”

Ma leggiamo cosa scrive lo stesso collaboratore di giustizia, Vincenzo Calcara,  a proposito di Salvatore Albano:

La maggior parte delle notizie più riservate di cui parlerò le ho apprese da Michele Lucchese. Michele Lucchese era non solo un imprenditore, ma anche un politico e un uomo di grande fiducia di Messina Denaro Francesco, il mio Capo Assoluto. Sia Michele Lucchese che Messina Denaro Francesco, a loro volta, sono venuti a sapere di queste notizie riservate tramite il famigerato notaio Salvatore Albano. Posso affermare con certezza che Brusca e Cancemi conoscono il notaio Albano. Questo Albano, nativo di Borgetto, un paese della provincia di Palermo, era sposato con una donna slava, con la quale ha adottato una bambina. Iscritto all’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro, così come il noto cardinale Marcinkus, era amico fraterno del famoso Luciano Liggio di Corleone, di cui curava gli interessi economici. Non solo. Era pure amico fraterno dei cugini Salvo, esattori e uomini d’onore. Talmente amico che inviò loro un vassoio d’argento in dono per le nozze di Angela Salvo, la figlia prediletta di Nino, con il medico Gaetano Sangiorgi, oggi all’ergastolo come basista dell’agguato in cui fu ucciso il cugino del suo suocero, l’altro esattore, Ignazio. Si tratta del famoso vassoio del processo Andreotti. Dentro al Vaticano il notaio Albano era di casa, ed era la persona giusta di collegamento tra l’Entità di Cosa Nostra e l’Entità del Vaticano.”

Vi è insomma una continuità sostanziale che va dalla Sicilia dei tempi della banda Giuliano ai nostri giorni e che spiega lo sviluppo coerente delle complicità tra Cosa nostra, Stato e servizi segreti.

 A confortare l’ipotesi di un circuito che, dalle scelte eversive messe in campo dall’“Anello”, arriva in periferia ai boss di Cosa nostra che controllano il territorio, ci sono, come abbiamo già visto alle pagine 151-152, decine di documenti britannici. Tutta l’organizzazione è supervisionata dai Servizi americani che fanno capo a Angleton, a Corso e all’Arma. Nel giugno 1947 arriva in Italia Charles Poletti, ex responsabile del Governo militare alleato, tra il 1943 e il 1945, e promette aiuti finanziari e armi a condizione che le forze anticomuniste siano unificate sotto un unico comando. Nell’autunno del 1947 è già operativo un ampio schieramento paramilitare occulto costituito, dicono i Servizi inglesi, da ex uomini delle Brigate nere e della Decima Mas e da corpi scelti della polizia. Secondo il Sis, di questo schieramento fa parte anche Salvatore Giuliano, inquadrato nelle Sam fin dal 1946. Siamo alle origini di Gladio. E’ pensabile che Andreotti, che tra il 1947 e il 1954 ha una delega governativa per il Friuli Venezia Giulia (Unità Zone di Confine, Uzc) sia all’oscuro di avvenimenti così gravi?

L’ipotesi dunque che Salvatore Albano, nei giorni successivi alla scomparsa del terrorista monteleprino, consegni ad Andreotti un plico di documenti scottanti non è un dato di scarso rilievo. Si tratterebbe infatti del misterioso “terzo memoriale” del bandito che la nostra fonte definisce “il diario di Giuliano”. Cioè una dettagliata analisi sulla guerra alla democrazia in Italia compiuta da forze paramilitari provenienti dalla ex Rsi, sotto la guida del “colonnello” Giuliano, in Sicilia.

(da G. Casarrubea-M. J. Cereghino, “La scomparsa di Salvatore Giuliano”, Bompiani, 2013)

 

Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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4 risposte a Morte di Belzebù

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