Le iene del neofascismo

Maria Pasquinelli

Maria Pasquinelli

E’ stata definita in mille modi. Ne hanno fatto un idolo. L’hanno confusa con il simbolo dell’Italia ‘mutilata’ dal trattato di pace di Parigi. E’ ancora oggi richiamata in molti siti web di ispirazione neofascista e neonazista. E’ “la maestrina d’italiano”, il “coraggio” personificato, il “fiore nato da un pantano”, il simbolo della destra per il sociale e di tutti i veri fascisti vecchi e nuovi che non vogliono morire.

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Ma a leggere i documenti della storia che, grazie a Dio, ci indicano le strade della verità e dei fatti umani , il giudizio che ne possiamo trarre è che  Maria Pasquinelli fu tutt’altra cosa che un’eroina. Coperta da apparati che resistevano e si riorganizzavano nel nome della lotta cosiddetta antibolscevica, fu in realtà una donna che  si prestò semplicemente a realizzare una missione omicida che le consentirono di fare.

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Ed ecco i fatti.

“La mattina del 10 febbraio 1947, verso le ore 9.00, mi trovavo a cinquanta metri dal quartier generale britannico, in un punto da cui potevo osservare il cambio della guardia. Alle ore 9.30 vidi arrivare l’automobile del Comandante e, immediatamente, mi avviai verso l’edificio. La pistola era nascosta all’interno di una delle maniche del mio cappotto. Nell’avvicinarmi, notai che il generale stava parlando con i soldati schierati. Gli sparai tre colpi alla schiena, a bruciapelo. Ferito, iniziò a barcollare, mentre i quattro militi si dileguavano all’interno della caserma. Pochi secondi dopo, vidi arrivare un soldato britannico con il fucile puntato verso di me. Si avvicinò, ma sembrava incerto se sparare o meno. Lasciai cadere la pistola a terra e aspettai di essere arrestata.”

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Maria Pasquinelli – fiorentina, classe 1913, di professione insegnante – così rievoca uno degli episodi più sensazionali del dopoguerra sul confine orientale: l’uccisione del generale britannico Robert W. De Winton, comandante della Tredicesima Brigata di Fanteria a Pola, all’epoca sotto il controllo del Governo militare alleato (Gma). La deposizione avviene a Trieste  dinanzi agli agenti del Secret intelligence bureau (Sib).

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Il fatto, che avrebbe dovuto passare agli annali dei crimini politici commessi in quel tempo, diventa al contrario l’occasione per fare dell’omicida l’eroina dell’“italianità tradita”. Un controverso simbolo nazionalista per le migliaia di famiglie istriane e dalmate che proprio in quelle settimane prendono la via dell’esilio volontario.

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Due mesi dopo, la Pasquinelli, è condannata a morte da una Corte militare alleata, a Trieste. In maggio, però, la pena è commutata in ergastolo per decisione del generale John H. Lee, comandante delle Forze alleate nel Mediterraneo. Dopo aver trascorso diciassette anni nelle carceri di Venezia, Perugia e Firenze, torna in libertà nel settembre 1964.

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Per oltre mezzo secolo si è pensato al gesto disperato di una giovane andata fuori di testa a causa della guerra. Altri, più ottimisticamente, hanno fatto propria la giustificazione dell’assassina: il gesto era il risultato del trattamento umiliante riservato al nostro Paese da Stati Uniti, Gran Bretagna e Urss. Il Trattato di Pace di Parigi, firmato proprio il 10 febbraio 1947, dopo che l’Italia aveva perduto disastrosamente la guerra, obbligava infatti l’Italia a rinunciare all’Istria e a Fiume, fomentando i movimenti nazionalistici all’insegna dell’Italia “mutilata”.  E passeranno molti anni prima che la “questione” di Trieste e della “Zona B” trovi una soluzione definitiva.

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Sembrava una storia consegnata per sempre alla memoria un po’ sbiadita di quegli anni in bianco e nero. Ma ora nuovi particolari emergono dagli scaffali del Public Record Office di Kew Gardens, gli Archivi Nazionali britannici. Decine di documenti del War Office, ritrovati nell’agosto 2009, ci dicono che sarebbe stato possibile evitare quel clamoroso omicidio. Come dimostrano i telegrammi, le lettere e i rapporti redatti dalle autorità militari angloamericane nelle ore e nei giorni immediatamente successivi all’attentato, carte secret e top secret custodite nel fascicolo War Office 204/12896 (“Shooting of Brigadier De Winton”).

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Ma procediamo con ordine e vediamo di seguire ciò che i documenti ci raccontano.

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E’ trascorsa una settimana dall’attentato di Pola. Il 17 febbraio 1947 – in un salone del castello di Miramare, a pochi chilometri da Trieste – si insedia una Commissione militare d’inchiesta composta dal tenente colonnello Gaisford e dai maggiori Mitchell e Stephenson. Il testimone chiave è il sergente H. Ross, agente del Field security service britannico (Fss), di stanza a Pola: “Il 25 ottobre 1946, ricevetti un telegramma che mi allertava dell’imminente arrivo di Maria Pasquinelli a Pola e della sua intenzione di assassinare il Comandante militare alleato”.

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Il testo del dispaccio non lascia dubbi sulle intenzioni della donna: “General staff intelligence (Gsi) / 208. Segreto. Informazione ricevuta dall’unità ‘Z’ dello Special counter intelligence (Sci) di Milano. Una fonte solitamente attendibile afferma che Pasquinelli Maria (lo ripetiamo: Pasquinelli Maria, un metro e 75 centimetri di altezza, robusta, sui 30 anni, capelli castani, scuri e riccioluti, occhi scuri, naso schiacciato, portamento maschile, fisicamente forte) potrebbe attentare alla vita del Comandante militare alleato dell’area di Pola, in segno di protesta per le decisioni di Parigi. Si presume che il Soggetto lascerà Milano per Pola tra pochi giorni e che farà sosta a Venezia per andare a trovare il fratello, un tenente al momento convalescente all’ospedale militare della città. A Pola, l’indirizzo fornito è l’hotel Miramare”.

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Il sergente aggiunge altri dettagli: “Contattai immediatamente il mio superiore a Trieste – il capitano Middleton, comandante del XXI Port Security Section (Pss) – e chiesi istruzioni. Egli mi rispose che le avrebbe ottenute dal Gsi. Ventiquattro ore più tardi, mi telefonò per fornirmi le seguenti direttive: a) per nessun motivo la donna doveva essere arrestata o interrogata. Inoltre, non si doveva agire in modo da destare i suoi sospetti; b) il Gma e la Polizia della Venezia Giulia dovevano essere allertate sulle sue intenzioni; c) dovevo chiedere alla Polizia della Venezia Giulia che mi informassero dell’arrivo della donna e fare in modo che fosse posta sotto osservazione. […] Mi recai quindi all’hotel Miramare e appurai che la Pasquinelli era partita il 20 ottobre. […] Il 3 dicembre 1946, la polizia della Venezia Giulia e il gerente dell’hotel Miramare ci avvertirono del suo arrivo. La sera stessa, verso le 20.00, la donna si presentò nel mio ufficio. Ne controllai la carta d’identità e le domandai il motivo della sua visita a Pola. Mi rispose che era una professoressa di scuola e che si interessava di cultura istriana. Attenendomi alle istruzioni ricevute, non la interrogai. La mattina dopo, il 4 dicembre, telefonai al capitano Middleton, a Trieste, per avvertirlo che la donna era tornata a Pola. […] Il capitano mi disse di allertare la Ventiquattresima Brigata e il Gma e di chiedere alla Polizia della Venezia Giulia di tenerla d’occhio”.

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Ross informa anche il tenente colonnello Orpwood – il Commissario britannico dell’area polesana – e Benvenuti, un funzionario italiano della Criminal investigation division (Cid).

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“L’Fss non ricevette ulteriori istruzioni o informazioni sulla donna fino al giorno dell’omicidio – precisa il sergente – . L’11 febbraio mi recai all’hotel Miramare per controllare il registro delle presenze. Constatai che la donna era partita da Pola il 6 dicembre 1946 e che era ritornata in città l’11 gennaio 1947. Poi, il 5 febbraio, era nuovamente partita per fare ritorno in città l’8 febbraio.”

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Il secondo testimone ad essere ascoltato è il tenente Garvin: “In data 16 dicembre 1946, assunsi il comando del XXI Pss, a Trieste. Il capitano Middleton mi aggiornò sulle questioni più importanti ma non menzionò mai il caso della Pasquinelli. Il giorno dell’omicidio, tuttavia, rinvenni le informative [dell’ottobre 1946, ndr] nei nostri archivi.”

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Davanti ai giudici sfilano poi il tenente Feldman, il maggiore Robin, il maggiore Portham.

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Arriva il turno del sergente Reeves: “Sono l’ufficiale di collegamento tra il XXI Pss e la Polizia della Venezia Giulia, al Molo Pescheria di Trieste. Il 25 ottobre 1946, il capitano Middleton mi ordinò di trasmettere alla Polizia della Venezia Giulia il nome completo e la descrizione fisica di Maria Pasquinelli, in modo che la Polizia potesse avvertirci quando la donna fosse partita per Pola. Così ho fatto, ma non ho mai ricevuto alcun rapporto in proposito.”

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Il brigadiere Erskine, infine, racconta di aver incontrato il generale De Winton alla fine di gennaio del 1947, a Trieste, ma di non avergli parlato delle segnalazioni riguardanti la Pasquinelli. Con candore, ammette che la questione “gli era sfuggita di mente”.

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Nel tardo pomeriggio del 18 febbraio 1947, la Commissione giunge alle seguenti, sconcertanti conclusioni: “L’omicidio è stato reso possibile da precisi ordini che sarebbero giunti dal Quartier generale alleato. Secondo questi ordini, la donna non doveva essere arrestata, perquisita o interrogata. Al momento, questa Commissione ritiene impossibile stabilire chi abbia emanato queste direttive. Sembra che il capitano Middleton (che ora è stato collocato in congedo) abbia ottenuto tali istruzioni dal Gsi/Quartier generale alleato. Dalle indagini condotte presso il Gsi, sembrerebbe che l’ufficiale che ha trasmesso le direttive al capitano Middleton è stato anch’egli congedato.”

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Il 19 febbraio, il generale britannico Loewen, Comandante della Prima Divisione Armata di Trieste, commenta con durezza le deliberazioni della Commissione: “L’inchiesta non è stata in grado di spiegare per quale motivo – e per ordine di chi – a Maria Pasquinelli fu consentito di muoversi liberamente nell’area di Pola.”

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Le indagini del Comando alleato proseguono in gran segreto, tra imbarazzi, sospetti e reticenze. Sembra sia stata la sede milanese dello Sci/Z ad allertare il Gsi del Comando alleato sui propositi omicidi della Pasquinelli. La fonte è definita “solitamente attendibile”. Ecco perché, il 14 febbraio 1947, un cablogramma del Quartier generale angloamericano chiede “con urgenza” di essere messo al corrente sull’identità di questo confidente e su “ulteriori dettagli” contenuti nei rapporti dello Sci/Z dell’ottobre 1946.

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La risposta arriva il giorno dopo: “La source è Zolyomy Andrea, alias ‘Bandi’, ex agente dell’Ufficio Quarto [dei servizi segreti nazisti, ndr] di Milano, arrestato nel maggio 1945. […] E’ attualmente detenuto presso il carcere militare di Milano, in attesa di essere processato dalla Corte di Assise Straordinaria della città. Nel rapporto Sci/Z, Maria Pasquinelli è citata una sola volta per i suoi collegamenti con la Decima Flottiglia Mas e con le attività anti-slave nella Venezia Giulia.” Zolyomy, un gitano ungherese, diventerà anni dopo una figura molto nota nel panorama sportivo italiano: allenerà la nazionale di pallanuoto alle olimpiadi di Melbourne (1956) e di Roma (1960).

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Il 16 febbraio 1947, lo Sci/Z invia al Comando alleato copia di un altro cablogramma, datato 24 ottobre 1946. I dettagli non potrebbero essere più agghiaccianti: “Si ritiene che Maria Pasquinelli abbia studiato gli spostamenti quotidiani [del generale De Winton, ndr] e che abbia deciso di sparargli mentre questi è intento a passare in rassegna le truppe. […] La donna è la nipote dell’ex ministro della Guerra della Rsi, Soddu, ed è dipinta come fanatica e determinata.”

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Qualche giorno dopo, un nuovo colpo di scena: con un telegramma top secret inviato a vari uffici, il Gsi rivela di aver appreso che la source non è Zolyomy e – cosa ben più grave – che “lo Sci/Z non intende rivelare l’identità del vero confidente. La questione è al vaglio del Quartier generale delle Forze alleate”.

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Insomma, se la fonte di informazione non è il fascista ungherese, da dove arrivano le informazioni top secret? Il governo britannico continua a non vederci chiaro. Soprattutto è fuori di sé per l’apparente facilità con cui la donna ha potuto assassinare De Winton. Il 30 maggio 1947 Londra torna all’attacco. Un telegramma top secret, inviato al Comando delle Forze alleate in Italia, riferisce che “il Foreign Office desidera sapere se, in effetti, siano state le fonti ufficiali italiane a informare lo Sci/Z; oppure se, al contrario, sia stato lo Sci/Z ad utilizzare confidenti non collegati al Servizio informazioni militare (Sim) o a qualche altra organizzazione ufficiale italiana”.

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Fin qui, i documenti ritrovati a Kew Gardens nell’agosto scorso.

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A più di sessant’anni da quegli avvenimenti, non sappiamo ancora se Maria Pasquinelli fosse soltanto una scheggia impazzita in azione tra Milano, Trieste e l’Istria nel caos del dopoguerra.

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Di certo, però, sappiamo che è proprio l’unità “Z” dello Special counter intelligence a coordinare le operazioni più oscure contro la “minaccia bolscevica” rappresentata dal Pci di Togliatti. Lo Sci/Z è al comando di un ambizioso capitano non ancora trentenne, James Angleton. Arriva in Italia alla fine del 1944 come responsabile dell’X-2, il controspionaggio dell’Office of strategic services (Oss), i servizi segreti Usa attivi su tutti i fronti durante il conflitto mondiale. Ora, nel 1946, una nuova sigla spionistica ha preso il posto dell’Oss – lo Strategic services unit (Ssu) – che ben presto cederà il posto alla Central intelligence agency, la Cia.

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Sotto la guida occulta di Angleton, prende corpo una vasta rete terroristica composta da una miriade di formazioni paramilitari anticomuniste. Per gli americani, la situazione si sta facendo difficile. Il 2 giugno 1946, il Pci e i socialisti di Nenni ottengono la maggioranza relativa all’Assemblea Costituente, superando la Dc di De Gasperi. La Repubblica prevale sulla Monarchia con un vantaggio di due milioni di voti. E da Washington gli analisti più attenti prevedono la vittoria certa del blocco socialcomunista alle politiche del 1947.

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Nel 1946, gli squadroni della morte più pericolosi sono la Divisione Osoppo, le Squadre d’azione Mussolini (Sam) e l’Esercito clandestino anticomunista (Eca). Vi aderiscono gli ex partigiani “bianchi” e monarchici della Osoppo, nella Venezia Giulia, e dell’Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno. E, soprattutto, gli ex militi salotini della Decima Mas del principe Junio Valerio Borghese e delle Brigate Nere di Alessandro Pavolini. Ma in tutto il Paese sono attive decine di  formazioni armate che prendono i nomi di Fedelissima, Gruppi Azione Mussolini, Vendetta Mussolini, Audaci, Federati Neri, Partito insurrezionale fascista, Lupo, Leonessa, Sagittario, Etna, Onore e Combattimento. Nel maggio 1945, a Milano, è il capitano Angleton in persona a salvare la pelle a Borghese e a trasferirlo in gran segreto a Roma. Le sue competenze, scrive qualche tempo dopo, saranno molto utili “nell’ambito delle operazioni di lungo periodo” in Italia. In ottobre, il Comando alleato firma un atto segreto con cui garantisce la “totale immunità” agli uomini della Decima di stanza nella base navale dell’isola di Sant’Andrea, a Venezia. Nella primavera del 1946, anche Pino Romualdi – l’ex vicesegretario del Partito fascista repubblicano (Pfr) nella Rsi – finisce nell’orbita di Angleton: gira per Roma sotto falsa identità, contatta centinaia di suoi ex commilitoni e scrive un pamphlet intitolato “Il Fronte italiano antibolscevico”. Alla fine dell’anno fonda i Fasci d’azione rivoluzionaria (Far), che in breve inizieranno una lotta terroristica senza quartiere contro il Pci e le Camere del Lavoro.

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Nel 1947 – secondo vari rapporti del Servizio informazioni e sicurezza (Sis), lo spionaggio italiano – sarà il “Nuovo Comando Generale” (composto da Far, Eca e Sam) a coordinare la strategia terroristica della banda di Salvatore Giuliano in Sicilia, in vista della strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947). Due mesi dopo, un arsenale dei Far sarà scoperto in uno stabile di via Romagna, a Roma, a poche decine di metri dalla sede dei servizi Usa.

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Trieste e la Venezia Giulia sono una presenza costante nelle migliaia di rapporti desecretati negli ultimi anni a Londra e a Washington.

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All’inizio del 1946, è il capitano statunitense Huppert (di origini triestine) a entrare in contatto con un altro triestino, il colonnello Nino Buttazzoni, per proporgli di lavorare per l’intelligence di Angleton con il nome di copertura di “Ingegner Cattarini”. Huppert è il responsabile del Cid a Trieste, mentre Buttazzoni è stato uno dei principali collaboratori del principe Borghese nella Rsi, al comando dei Nuotatori-Paracadutisti (Np) della Decima Mas. Al momento del suo incontro con lo spionaggio americano, a Roma, vive in clandestinità in un appartamento di via Panisperna. E’ infatti ricercato dalla Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra per le rappresaglie compiute dai suoi uomini nella zona di Asiago, nel Veneto, nella primavera del 1944. “Sono momenti in cui, per molti, Repubblica significa Comunismo – scrive Buttazzoni nel volume “Solo per la bandiera” (Mursia), pubblicato nel 2002 –  e la nostra scelta non ha incertezze. Abbiamo a disposizione armi e depositi al completo. Faccio contattare alcuni Np del Sud.” All’“Ingegner Cattarini”, Angleton affianca il comandante Calosi, responsabile dell’intelligence navale italiana, e la signora Vacirca (nome in codice: “Miss Quinn”) dei servizi segreti statunitensi. In breve, il colonnello diventerà il referente numero uno dell’Eca.

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I dispacci delle spie di Sua Maestà sono sempre più allarmati. E’ dal ’43 che l’intelligence britannica è in ansia per la situazione al confine orientale italiano. Le atrocità nazifasciste in Jugoslavia, la guerra partigiana dell’Esercito di liberazione e le esecuzioni di massa perpetrate per ordine del maresciallo Tito a Trieste e nella Venezia Giulia nel maggio-giugno del 1945, hanno creato un clima impossibile da gestire. Londra guarda con preoccupazione crescente ai dirty tricks, ai giochi proibiti che alcuni settori militari e dell’intelligence degli Stati Uniti stanno mettendo a punto in quell’estate del 1946. E il controspionaggio britannico decide di passare all’azione. In settembre, a Trieste, arresta un neofascista di origini siciliane, Mario Cocchiara.

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Dal rapporto dell’interrogatorio – desecretato nel 2005 –  apprendiamo che il terrorista “sta organizzando un gruppo paramilitare di destra sotto gli auspici del Sim. Si reputa che abbia già radunato 500 elementi e che sia in rapporti diretti con alcuni membri del governo italiano e con alti ufficiali del Sim, ai quali invia le sue relazioni. […] E’ in contatto con elementi neofascisti e di destra a Milano, Roma e altrove, e con i gruppi delle Sam in Lombardia e a Milano. […] Cocchiara afferma di aver incontrato, il 19 agosto 1946, i gruppi della resistenza nazista che operano nelle Alpi bavaresi. Sembra che queste formazioni utilizzino come emissari ex soldati dell’esercito tedesco rimasti in Italia (muniti di documenti di identità civili), nella zona di Merano. Per ottenere fondi, i gruppi nazisti hanno allestito un ampio traffico di cocaina verso l’Italia. Qui, i loro emissari vendono cocaina di tipo ‘Merck’ (genuina) a buon prezzo, ossia a 800.000 lire al chilogrammo. Il prezzo è mantenuto basso per incrementare le transazioni. In Italia, le organizzazioni neofasciste traggono profitto dall’acquisto di cocaina, garantendo così i finanziamenti alle loro attività. […] Anche le entrate economiche dell’organizzazione di Cocchiara potrebbero, in parte, dipendere dal traffico di cocaina”.

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Dal documento spunta anche il nome di Huppert: “In agosto, Cocchiara ha ricevuto dall’ufficio del capitano Huppert [il Cid, ndr] un’offerta di collaborazione con l’intelligence statunitense, da attuarsi dopo che tale ufficio lascerà il territorio. […] Il documento con la proposta era diviso in tre parti: quella militare (che prevedeva una serie di attività anche in territorio jugoslavo) sarebbe stata affidata al tenente Giacchelli (lavora per Huppert); quella politica a Cocchiara, mentre il settore economico doveva essere curato dal direttore di una banca di Trieste (non se ne conosce il nome). […]. I capi delle tre sezioni avrebbero avuto il compito di scegliere gli agenti e i confidenti, i cui nomi sarebbero poi stati sottoposti al vaglio dell’ufficio del capitano Huppert.”

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Due mesi dopo, Londra riferisce che “a Trieste, è sorto un nucleo formato da aderenti al Partito fascista democratico (Pfd) e alle Sam. Le attività del gruppo sono coordinate dalla Croce rossa italiana (Cri) tramite un certo Eugenio Cecchini, ex operatore cinematografico della Decima Mas. Cecchini manterrebbe stretti rapporti con le formazioni neofasciste di Milano, dalle quali riceverebbe ordini. Possiede una moto Guzzi con la quale si reca di frequente a Brescia e a Milano”.

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Le rivelazioni di Cocchiara confermano le informative dello spionaggio italiano. Nel maggio 1946, il Sis scrive che “la maggior parte delle Sam ed altre formazioni attivistiche e terroristiche neo-fasciste si sono spostate nella Venezia Giulia, in quanto corre voce che i fascisti e i monarchici intenderebbero determinare un incidente provocatorio al confine orientale, tale da poter polarizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla Venezia Giulia. […] Le divisioni Osoppo e Gorizia, paramilitari, ed il nucleo universitario di Trieste, già segnalati, sono quasi esclusivamente costituiti da ex fascisti ed operano in accordo con le autorità militari”.

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Ma è dell’8 ottobre 1946 il documento britannico più sensibile, reso pubblico nel 2005: “Corre voce che a Roma sia attivo un centro neofascista al quale, secondo alcuni rapporti, aderiscono degli ufficiali americani. Tra i nomi menzionati vi è quello del capitano Philip J. Corso (intelligence statunitense nella Capitale).” Il rapporto precisa che il gruppo romano è composto dal colonnello Agrifoglio, ex capo del Sim; Augusto Turati, ex segretario del Partito nazionale fascista (Pnf); Angelo Corsi, sottosegretario agli Interni nel secondo governo De Gasperi; Leone Santoro, responsabile dell’Ufficio politico del ministero dell’Interno; Luigi Ferrari, capo della Polizia. Il Foreign Office conclude allertando che “numerosi ufficiali americani di origine italiana (tra costoro, il capitano Corso sopra menzionato) sono attivamente legati a questo centro”.

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Nelle stesse settimane, secondo lo spionaggio italiano, Turati circola indossando un’uniforme dell’esercito Usa, gode “della stima e del rispetto” degli americani ed è ospite di un monsignore in via Giacomo Venezian, a Roma, nel “palazzo vaticano della Sacra Congregazione Concistoriale dei Riti”.

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La strategia golpista dello Sci/Z funziona ormai a pieno ritmo. Il capitano Corso – del Counter intelligence corps (Cic), il controspionaggio militare statunitense – è uno stretto collaboratore di Angleton, assieme a Raymond Rocca, Charles Siragusa, George Zappalà e a molte altre spie americane di origine italiana. Un’azione di forza contro il Pci sembra imminente. Vari episodi lo preannunciano.

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Una nota del Sis informa che il “Comando generale del movimento fascista” – costituito da Carlo Scorza, ex segretario del Pnf, e da Augusto Turati – intende far scoppiare “qualcosa di grosso” a gennaio o a febbraio del 1947. Nasce l’Unione patriottica anticomunista (Upa), costituita in prevalenza da militari dell’Arma. Il Fronte internazionale antibolscevico (Fia) e i Far di Romualdi iniziano un’attività terroristica su vasta scala. Infine, secondo un lungo rapporto del Sis, Salvatore Giuliano si mette “a completa disposizione delle Formazioni Nere”, che pianificano di affidargli la liberazione del principe Borghese, detenuto nel penitenziario militare dell’isola di Procida. Lo spionaggio italiano riferisce che il capobanda siciliano si sposta da Nord a Sud per coordinare le attività delle Sam insieme al suo luogotenente, il killer Salvatore Ferreri, alias “lo Scugnizzo di Palermo”. Stando ai rapporti del Sim, Giuliano è in contatto con i reparti speciali della Decima Mas dall’estate del 1944, quando alcuni commandos del principe Borghese raggiungono segretamente Partinico e Montelepre, in provincia di Palermo, per finanziare, armare e addestrare alla guerriglia gli uomini della sua banda. Si fanno i nomi di Rodolfo Ceccacci, Pasquale Sidari, Giovanni Tarroni, Dante Magistrelli e dei fratelli Giovanni e Giuseppe Console, tutti in missione nell’Italia liberata su ordini del colonnello Buttazzoni. E’ la “guerra segreta oltre le linee”, messa in campo dai servizi segreti nazifascisti all’indomani dello sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943.

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Ma i piani dell’intelligence di Angleton e delle bande armate anticomuniste si sviluppano lungo tutto il 1947.

Nel luglio 1947, il Sis registra gli anomali comportamenti di Selene Corbellini, ex membro della banda Koch ed ex agente dei servizi di Salò, responsabile delle Sam tra Roma e Torino. La Corbellini è segnalata in contatto con la banda di Salvatore Giuliano, a Palermo. Ma è anche definita “elemento pericoloso” per la propaganda diffusa tra gli “esuli giuliani” della Capitale: “E’ stato riferito che elementi non ancora individuati lavorerebbero intensamente in questi giorni nei confronti di elementi giuliani, che sono abitudinari del dormitorio istituito presso i profughi e i reduci della stazione Termini, in Roma, allo scopo di organizzare gruppi di uomini destinati ad azioni di piazza in Roma e nella Venezia Giulia, all’evidente scopo di aggravare con atti inconsulti (si parla anche con insistenza di un attentato contro Tito) la situazione nazionale ed internazionale. L’iniziativa partirebbe dalle Sam, già rappresentate a Roma dalla nota ricercata Selene Corbellini.  Circolerebbe fra i predetti abbondante denaro (si parla di veri e propri ingaggi a lire 10.000).” Un’altra informativa italiana scrive che “per ordine del Fronte anticomunista, profughi giuliani ex fascisti vengono fatti partire isolatamente alla volta di Trieste, Fiume, Pola e Gorizia, col compito di creare localmente cellule di propaganda e di azione anti-russa e anti-Tito”.

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Nel biennio 1946-1947, vari rapporti dell’intelligence alleata parlano di “elementi del separatismo siciliano” nella Venezia Giulia e a Trieste. Presenze decisamente sospette, vista la lontananza geografica con la grande isola mediterranea. Nel giugno 1946, il controspionaggio del Sim segnala la presenza nel capoluogo giuliano di “due militanti dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (Evis), provenienti da Catania: Tullio di Mauro, nato a Trieste nel 1923, ed Enzo Finocchiaro, nato a Catania nel 1925”. I due sono in possesso di speciali documenti di identità che certificano la loro appartenenza all’Evis, firmati da un certo “colonnello Spina”.

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Al “sergente maggiore Spina” della Cri, a Trieste, accenna il lungo documento britannico su Cocchiara del settembre 1946, già visto. Il neofascista è dato in contatto permanente con il sergente maggiore, definito un “confidente” del Sim nel capoluogo giuliano, alle dipendenze del capitano Huppert. In specie, il rapporto comunica che Spina “organizza le squadre d’azione italiane”.

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Nell’estate del 1947, Londra scrive di uno Spina “comandante del Terzo corpo volontari della libertà (3Cvl) nella Venezia Giulia”. L’organizzazione è composta dalla Divisione Osoppo, dalla Divisione Julia e dal Gruppo Aspro. Il 24 luglio 1947 il Foreign Office allerta: “Spina si è incontrato con il colonnello Zitelli (Sim)”, che ha promesso di inviare “armi, munizioni e finanziamenti al 3Cvl. […] Zitelli si è poi detto d’accordo nel fare tutto il possibile per coordinare gli analoghi gruppi operanti nell’Italia meridionale con quelli attivi nel settentrione”. Si fa il nome dell’Unione monarchica italiana (Umi), un partito che, secondo lo spionaggio italiano, finanzia le attività terroristiche della banda Giuliano, dell’Evis e di altre  formazioni separatiste in Sicilia, Calabria e Basilicata tra il 1945 e il 1947. Il collegamento tra Salvatore Giuliano e l’Umi, a Roma, viene garantito dal neofascista catanese Franco Garase, alias “lo zoppo”, da Caterina Bianca, ex agente dei servizi segreti della Rsi, e da Silvestro Cannamela, ex milite dei commandos della Decima Mas al Sud.

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All’indomani della strage di Portella della Ginestra, altra circostanza anomala è la presenza in Sicilia di alcuni “continentali”. Fermati e identificati dai carabinieri sulle montagne di Montelepre, vengono rispediti a casa in fretta e furia: “Un gruppo di settentrionali composto da Giancarlo Celestini, 20 anni da Milano, Enzo Forniz, 18 anni da Pordenone e Bruno Trucco, un ragazzo di Genova, ebbero a entrare nella banda di Salvatore Giuliano. A quale appello avevano risposto? Tra il 10 luglio e il 14 agosto 1947, furono poi fermati sulle montagne di Montelepre undici misteriosi individui nativi di Cava dei Tirreni (Francesco Lambiase e Vincenzo di Donato); Sicaminò, in provincia di Messina (Francesco Minuti); Taranto (Cosimo Vozza, Pietro Capozza, Cataldo Sorrentino, Santo Balestra); Cagliari (Carlo De Santis); Vicenza (Gaetano Dalconte e Edoardo Affollati); Ragusa (Giuseppe Ferma).” (Cfr. “Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato”, FrancoAngeli, 1997).

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Che cosa ci facciano in una formazione paramilitare della Sicilia occidentale cinque giovani provenienti da Milano, Vicenza, Pordenone e Genova, rimane un gran bel mistero. O, almeno, tale è stato fino all’apertura integrale degli archivi del War Office britannico e dell’Oss statunitense, dopo il 2000.

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L’Evis è una formazione terroristica attiva dal 1944, definita “neofascista” dai dispacci dell’intelligence Usa in Sicilia. Nel settembre 1945 ne assume il comando il “colonnello” Salvatore Giuliano, con una solenne investitura sulle montagne di Sàgana, nei pressi di Montelepre, alla presenza dei massimi dirigenti del Movimento per l’indipendenza della Sicilia (Mis). Ma, come dimostrano decine di rapporti dell’intelligence alleata resi pubblici negli ultimi anni, l’Evis ha le sue origini nei servizi segreti della Rsi e nei commandos della Decima Mas. E’ un fronte della più generale guerra che i neofascisti hanno dichiarato al governo di Badoglio e Bonomi dopo l’8 settembre. Nell’aprile 1945, poche settimane prima della disfatta nazifascista nell’Italia settentrionale, 120 militi della brigata “Raffaele Manganiello”, di stanza a Montorfano (Como), raggiungono la Sicilia per continuare la “resistenza fascista” al Sud. Fanno parte del battaglione “Vega”, un corpo di èlite di 350 uomini voluto dal principe Borghese nell’estate del 1944 e addestrato dal tenente di vascello Mario Rossi. Gli uomini del “Vega” provengono in gran parte dalle fila degli Np del colonnello Buttazzoni. Negli elenchi stilati dal colonnello Hill-Dillon del controspionaggio statunitense nell’aprile  1945, compaiono i nomi del “tenente Giuliano” e di altri futuri componenti della cosiddetta “banda” del monteleprino, come il parà Giuseppe Sapienza. A Como, gli uomini della “Manganiello” sono guidati da Fortunato Polvani, ex federale di Firenze e stretto collaboratore di Romualdi nella Rsi. Nell’autunno del 1945, da Palermo (dove rimarrà fino alla primavera del 1947), entra in contatto con il capitano Angleton e assume il coordinamento delle squadre armate  neofasciste per tutta l’Italia, a cominciare dalle Sam.

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Il 12 giugno 1946, in Sicilia arriva anche l’ex partigiano bianco Giuseppe Caccini,  il “Comandante Tempesta” della brigata Carnia (Osoppo), con l’obiettivo di stabilire contatti permanenti con l’Umi a Palermo. Ma qui, dopo pochi giorni, viene arrestato dalla Polizia nei pressi della stazione ferroviaria.

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Dal suo interrogatorio, conservato negli archivi del Sis,  apprendiamo che “dopo l’8 settembre 1943, in contrapposizione dell’influenza panslava nel Friuli e nella Carnia, formai la brigata Osoppo, brigata a carattere nazionalista-monarchico. Fino al 1° maggio 1945 rimasi a capo della brigata Carnia. Fino all’ottobre 1945, rimasi in montagna assieme alla mia brigata per avere dopo il 1° maggio combattuto contro le forze jugoslave che volevano invadere il territorio del Friuli, e precisamente oltrepassare il Tagliamento e la Fella e occupare anche la zona carnica. Di ciò ne può dare conferma la missione inglese che dirigeva in quella località i movimenti militari e politici delle brigate osovane (il capitano Patt e il maggiore Rudolph del Field security service)”.

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In un documento successivo (“Movimento e costituzione bande armate”, 26 giugno 1946), leggiamo un’altra dichiarazione di “Tempesta” riportata dagli agenti italiani: “Poiché la situazione si delineava grave e constatando che elementi contrari alla Monarchia avrebbero reagito, qualora l’esito del referendum [del 2 giugno 1946, ndr] fosse stato a questa favorevole, decise di condurre a Roma [da Udine, ndr] gli uomini della sua ex brigata per difendere eventualmente gli interessi del popolo e la legalità delle elezioni. Ritornò pertanto a Roma nei primi dello scorso mese di maggio, alloggiando in casa di vari amici, che non ha voluto indicare. Entro il 10 dello stesso mese di maggio arrivarono nella capitale, alla spicciolata, i suoi uomini in  numero di 221, i quali nelle rispettive valigie tenevano nascosta la divisa militare degli alpini. Alcuni di essi, giunti con un autocarro del regio esercito, portarono a Roma 4 fucili mitragliatori, uno marca Brem e gli altri 3 tipo n. 37 di fabbricazione italiana, molti mitra steen, mitra parabellum, pistole automatiche e bombe a mano. […] Fra i 221 uomini, formanti due compagnie, si trovavano due sottotenenti, dei quali egli non ha voluto fornire il nome. Il Caccini ha dichiarato di essere il comandante militare con lo pseudonimo di ‘Tempesta’. Il giorno 5 del corrente mese, poiché il risultato del referendum era stato favorevole alla Repubblica, egli e i suoi uomini decisero di sciogliersi, e con lo stesso camion, che nel frattempo era ritornato dal Friuli per portare i viveri, rispedivano armi e divise al luogo di provenienza, mentre il grosso degli uomini faceva ritorno in montagna con mezzi propri. Soltanto una ventina di essi si trattenevano nei dintorni di Roma per procurarsi una occupazione. Risultato vano tale tentativo, il Caccini decideva di venire in Sicilia nella persuasione di trovarsi in ambiente più favorevole alla sua fede, per cercare impiego ed anche, secondo la sua asserzione, per sfuggire alla persecuzione di agenti titini che lo ricercavano.”

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Nel giugno 1946, tra i venti partigiani armati che rimangono con “Tempesta” a Roma, troviamo un certo De Santis, alias “Marco”. Un certo Carlo De Santis – lo abbiamo visto – verrà fermato dai carabinieri un anno dopo, sulle montagne che circondano Montelepre.

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Il racconto di Caccini coincide in parte con quello di Buttazzoni, nel già citato volume “Solo per la bandiera”: “E’ in questo periodo [agli inizi del 1946, ndr] che nasce l’Esercito clandestino anticomunista – racconta il colonnello degli Np – . Possiamo contare su un nucleo ristretto di gente decisa e bene addestrata. Un esponente militare vuole valutare visivamente la consistenza di questo gruppo. Al Pincio facciamo una prova. Viene mandato un osservatore che non conosco. Io sono seduto su una panchina e davanti a me faccio sfilare tutti gli aderenti con un segno di riconoscimento. Alla fine sono 212.”

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Al giorno d’oggi, qualche verità potrebbe arrivare anche da saggi e testimonianze di recente pubblicazione, come il volume “La giustizia secondo Maria” (Del Bianco editore), una lunga intervista realizzata dalla scrittrice triestina Rosanna Giuricin nel 2008. “Nel libro, Maria Pasquinelli parla poco e continua a mantenere il segreto su alcune questioni non di poco conto – osserva Pietro Spirito su ‘Il Piccolo’ del 14 settembre 2008 – . Come la circostanza secondo la quale l’attentato non fu un’iniziativa squisitamente personale, ma ci fossero dietro uno o più complici. Sull’argomento c’è solo una velata ammissione, per altro riportata da terzi: ‘Non era Maria che avrebbe dovuto sparare – scrive Giuricin -, il compito era stato assegnato a Giuliano. Chi poi fosse Giuliano non si sa, la trattazione si ferma all’ipotesi secondo la quale, all’ultimo momento, ‘Giuliano’, preso dagli scrupoli, avesse passato la pistola alla Pasquinelli’ (che per altro, nel libro, continua a ripetere di averla trovata per strada, per puro caso, a Milano).”

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Il governo De Gasperi partecipa attivamente alla strategia anticomunista sul confine orientale, in totale sintonia con l’intelligence Usa di Angleton, come si evince da una serie di importanti rapporti top secret resi pubblici dal Foreign Office nel 2005.

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Il documento britannico del 24 luglio 1947, già visto, riferisce che l’On. Cappa, segretario della Presidenza del Consiglio, è in contatto permanente con il 3Cvl. La formazione è definita “il movimento di resistenza della destra nella Venezia Giulia”. Si fanno i nomi dei colonnelli Olivieri e Del Din, rispettivamente comandante e vice comandante dell’organizzazione. Cappa rassicura Olivieri che “il governo italiano farà tutto il possibile per sostenere il 3Cvl. […] A Trieste, la direzione generale del movimento di resistenza italiano è nelle mani della Associazione perseguitati politici ed esiliati giuliani, da poco fondata. Ha sede a Udine e il suo presidente provvisorio è il colonnello Del Din. Sono stati presi degli accordi affinché questi riceva dei finanziamenti dalla Presidenza del Consiglio (Roma). I soldi non sono ancora arrivati ma sono attesi da un momento all’altro. Udine ha istruito Trieste ad allestire un gruppo di 300 uomini, da addestrare alla guida delle squadre d’azione. Ogni caposquadra formerà poi un nucleo composto da 10 uomini ciascuno. L’organizzazione è stata affidata a un certo Monaco (alias ‘Carlo’). A suo dire, i 300 capisquadra ed i vari membri delle formazioni sono già stati selezionati e l’addestramento è in corso. […] Il comandante in capo delle formazioni nell’Italia settentrionale è il generale Cadorna. A Milano, il movimento è agli ordini del generale Mattei. I centri organizzativi si trovano anche a Torino e a Genova. Nel complesso, Cadorna controlla all’incirca 35.000 uomini armati”.

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Un rapporto dell’11 agosto 1947  (“Il movimento della destra italiana: assistenza americana”) segnala che “il controllo ultimo del 3Cvl dipende dal Ministero della Guerra italiano per quanto riguarda le questioni militari, e dal Ministero dell’Interno (Ufficio della Venezia Giulia) per le questioni amministrative e dei rifornimenti”, cioè dal ministro Mario Scelba. La regìa americana emerge in maniera chiara dalle carte londinesi. In un paragrafo del documento, leggiamo che “in giugno, Charles Poletti (ex colonnello ed ex capo statunitense del Gma a Napoli, Roma e Milano) è giunto in Italia in missione speciale per conto del governo americano. […] Dopo un attento esame dell’organizzazione dei movimenti italiani di destra, ha promesso da parte del governo americano armi per il movimento e un supporto finanziario per le sue attività in Italia, fino a Udine. Tuttavia, ha chiarito che gli Stati Uniti non intendono fornire alcun appoggio alle attività nel Territorio libero di Trieste (Tlt). Inoltre, Poletti avrebbe posto come condizione per l’assistenza americana che il movimento della destra in tutta Italia fosse collocato sotto un comando unificato”. Ecco perché, il 13 agosto 1947, nel rapporto “Italia: movimenti di destra”, Londra scrive che i responsabili del 3Cvl “affronteranno con De Gasperi e Cingolani [il ministro della Guerra nel quarto governo De Gasperi, ndr] la questione della fusione dei vari gruppi settentrionali”.

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Al processo di aggregazione delle formazioni anticomuniste sparse in tutto il territorio nazionale, non sfuggono i gruppi armati composti da “elementi ebraici” e da ex prigionieri jugoslavi, rimasti fedeli all’ex governo monarchico di Belgrado. Lo scopre il controspionaggio del Sim nel gennaio 1946. Nel riferire una serie di sanguinosi scontri a fuoco con la banda Giuliano sulle colline tra Montelepre e Partinico, i carabinieri scrivono che i combattenti dell’Evis “erano assistiti da elementi jugoslavi antititini e da alcuni elementi ebraici”. Qualche giorno dopo, un’informativa segnala che “degli ebrei hanno sicuramente preso parte alle azioni. Alcuni sono stati catturati. Stiamo cercando di identificare i prigionieri”. In febbraio, il Cic statunitense avverte che “un certo numero di elementi stranieri assiste il movimento separatista siciliano. Le ragioni di tale ingerenza rimangono oscure. […] Si dice che alcune centinaia di ebrei giungano armati dalla Palestina, che sbarchino nei pressi di Gela e Trapani e che poi facciano ritorno in Palestina. Per loro, inoltre, sarebbero stati allestiti dei campi”. Negli stessi giorni, un dispaccio del consolato britannico di Palermo rivela che questi accampamenti sono “almeno dodici” e che “ebrei di varie nazionalità, fortemente armati” stanno raggiungendo la Sicilia dalla Puglia e dalla Calabria. Il Foreign Office indaga e, nell’aprile del 1946, in un lungo rapporto classificato segreto, scrive che all’Evis aderiscono “ebrei ed elementi monarchici jugoslavi provenienti dal campo di Eboli (Salerno)”. Ma è probabile che tra questi ultimi vi siano anche ex combattenti ustascia, fascisti croati che hanno trovato rifugio in Italia e che, dal 1945, godono della protezione occulta dei servizi americani.

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Una conferma della collaborazione paramilitare tra gruppi sionisti, Decima Mas e intelligence Usa nel dopoguerra, ci arriva dal volume “Solo per la bandiera”, già visto: “Vengo invitato a prendere contatto con il centro di coordinamento dei servizi israeliani [sic] a Roma – rivela Buttazzoni – . E’ diretto dalla signora Sereni, con la quale ho un lungo colloquio. E’ alla ricerca di una persona esperta che assuma l’incarico di organizzare e addestrare alle armi e alla guerriglia i numerosi ebrei provenienti dalle regioni orientali dell’Europa e decisi a raggiungere i territori del Medio Oriente per creare una loro nazione. L’incarico mi attira, anche perché significa misurarsi ancora con gli inglesi, decisi ad opporsi allo sbarco degli ebrei in Palestina. […] Rinuncio ma suggerisco di avvicinare vari ufficiali degli Np, sia del Nord sia del Sud. Alcuni vengono ingaggiati per condurre imbarcazioni, come il capitano Geo Calderoni, che riuscirà più volte a beffare con abilità  e coraggio la stretta sorveglianza degli inglesi.”

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Sono le formazioni sioniste dell’Haganà – il nucleo del futuro esercito israeliano – e, soprattutto, dell’“Irgum Zwai Leumi”. Agiscono in Europa e in Medio Oriente e scatenano una guerriglia senza esclusione di colpi contro il “Protettorato britannico” in Palestina. Il 31 ottobre 1946, l’ “Irgum” fa esplodere una bomba nell’edificio che ospita l’ambasciata di Sua Maestà a Roma. E’ un periodo in cui si fanno sempre più marcati i dissensi tra Stati Uniti e Gran Bretagna sulle nuove strategie da adottare in Europa e nel Mediterraneo. Londra si oppone con forza alla creazione dello Stato di Israele, che è invece appoggiata da Washington e dalle potenti organizzazioni ebraiche americane.

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A Trieste, dall’estate del 1945, opera anche il “Noto Servizio”, una struttura di intelligence creata per volontà dell’ex capo del Sim, il generale Mario Roatta, e alla cui storia ha recentemente dedicato un volume la scrittrice Stefania Limiti (“L’Anello della Repubblica”, Chiarelettere, 2009). La sua scoperta avviene quasi per caso negli archivi del Viminale, grazie al lavoro di Aldo Sabino Giannuli. Nel 1996, lo storico barese sta effettuando delle ricerche per conto del giudice milanese Guido Salvini, che ha  riaperto le indagini sulla strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969). Il “Noto Servizio” – o “Anello” – è una struttura occulta che ha svolto un ruolo decisivo nella storia della Repubblica. I suoi obiettivi sono ben definiti: ostacolare le sinistre e condizionare il sistema politico con mezzi illegali, ma senza sovvertirlo. Non è stata una meteora: ha operato dal 1945 fino agli inizi degli anni Ottanta, alle “informali” dipendenze del Presidente del Consiglio. E De Gasperi è a capo del governo italiano – e lo sarà per lunghi anni – dal dicembre 1945.

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I servizi alleati scoprono l’esistenza dell’“Anello” intercettando una serie di lettere spedite da Trieste ad alcune personalità della Capitale, a firma dal generale di Brigata Antonio Rizzo. In particolare, una lettera del 20 ottobre 1945 – inviata ad un certo “Comandante Botto” del ministero della Marina (“Secondo Reparto – Ufficio D”) – riferisce che nel capoluogo giuliano “il ‘Noto Servizio’ è stato ripristinato e riorganizzato e funziona egregiamente, come Lei può constatare dalle prime notizie che il Zorzi invia”. Le informazioni riguardano le attività politiche e paramilitari dei comunisti jugoslavi e giuliani, gli infoibamenti compiuti dalle truppe di Tito nella regione e un “colpo di mano” che gli agenti dell’Ozna – la polizia segreta di Tito – intenderebbero mettere a segno a Trieste.

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Di un certo Antonio Zorzi, un neofascista con base a Milano in via Magenta, scrive il Sis un anno dopo, nel settembre 1946. Viene segnalato alla testa di un “gruppo di centinaia di persone armate” a Bolzano e dintorni, in collegamento con altre formazioni paramilitari attive a Como, Lecco e in Brianza. Lo spionaggio italiano riporta che questi elementi “vogliono un nuovo squadrismo, la rivendicazione dei morti fascisti, la completa abolizione dei comunisti e dei partiti di sinistra, l’abolizione del capitale e la dittatura terroristica. Il reclutamento degli uomini è scrupolosissimo. Per poter fare parte del movimento, occorre essere presentati da due persone ad esso già appartenenti. Poi il capitano Bernardi, tramite l’Arma dei carabinieri, assume le informazioni”. Secondo il Sis, il capitano Bernardi in persona è alla testa di un gruppo armato che opera a Milano.

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Nella lettera del 20 ottobre 1945, inoltre, il generale Rizzo chiede dei finanziamenti per poter continuare le attività di intelligence e di “rappresentare la nostra attività, se apprezzata, all’ammiraglio Garofalo”.

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Un mese prima, un rapporto segreto del Comando alleato per l’area di Roma (“Ordini della monarchia per la mobilitazione delle bande di destra”) ha riferito che “una fonte che gode della fiducia di Casa Savoia, e che controllava numerose bande di destra durante l’occupazione tedesca di Roma, è stata convocata il 14 settembre dall’ammiraglio Garofalo, un membro della cerchia del Luogotenente [Umberto di Savoia, ndr]. L’ammiraglio ha chiesto alla nostra fonte di riprendere i contatti con gli ex capibanda dell’area di Roma e di comunicare loro di tenersi pronti alla mobilitazione, e ciò nel caso si renda necessario disporre di una forza di destra da contrapporre ai comunisti. Garofalo ha informato la fonte che il Luogotenente era al corrente della faccenda e che aveva dato la sua benedizione al piano. La fonte, che ricopre una posizione ufficiale in rapporto alla Chiesa cattolica, ha ritenuto opportuno consultarsi con il Vaticano prima di agire. Ottenuto il consenso della Santa Sede, ha deciso di esaudire la richiesta dell’ammiraglio”.

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Nell’estate del ’45, da Roma, l’ammiraglio Garofalo invia un suo emissario al campo di prigionia di Torrette (Ancona) per convincere le autorità britanniche a liberare il colonnello Buttazzoni, arrestato dagli Alleati a Venezia nel maggio ’45. Il tentativo fallisce ma, alla fine di settembre, Buttazzoni riesce ad evadere assieme ad alcuni suoi ex commilitoni della Decima Mas.

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E’ questo, in sintesi, il clima in cui si muove la Pasquinelli, tra spionaggio, terrorismo neofascista e guerra totale contro il “pericolo rosso” incarnato da Stalin, Tito e Togliatti. E non è casuale che, a poche ore dall’omicidio del generale De Winton, i servizi inglesi già sospettino che il governo italiano nasconda non poche informazioni sulle reali attività della donna.

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Il 13 febbraio 1947, tre giorni dopo l’attentato di Pola, De Gasperi pensa bene di mettere le mani avanti. Dichiara solennemente di aver allertato le autorità angloamericane, nei mesi precedenti, del fatto che “Maria Pasquinelli intendeva assassinare un alto ufficiale britannico”. La notizia compare su vari organi di stampa e in un breve dispaccio del 14 febbraio 1947, inviato al Quartier generale alleato, a Roma. Ma il Gsi, il 21 febbraio, rovescia la questione: “E’ probabile che sia stato l’Fss di Milano a menzionare il fatto al Questore di Milano, in data 11 febbraio”. Un dato, questo, che trova conferma nella lettera di presentazione del documento di sette pagine sui lavori della Commissione d’inchiesta di Miramare, del 26 febbraio 1947: “Le dichiarazioni di De Gasperi erano probabilmente basate su informazioni ottenute tramite la Questura di Milano, che era in contatto con l’Fss durante le prime indagini dell’ottobre 1946 sui movimenti della Pasquinelli”.

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La questione sembra chiusa. Ma il War Office britannico, l’11 aprile 1947, torna alla carica con il Gsi: “Potete commentare le dichiarazioni del premier De Gasperi, secondo le quali le autorità alleate erano state messe in allarme sul possibile omicidio del generale De Winton?”. La replica  arriva il 15 aprile. Stizziti, gli agenti del Gsi si limitano a suggerire al War Office di consultare il documento di Miramare. E concludono: “Non si registrano ulteriori indagini in proposito”. Ai piani alti dei servizi Usa, qualcuno ha evidentemente una gran fretta di archiviare il caso.

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Il 1° luglio 1947, l’intelligence britannica si arrende e comunica ufficialmente al Foreign Office che “fin dall’inizio [nell’ottobre del 1946, ndr], né il governo italiano né altri enti ufficiali italiani hanno mai informato le autorità militari alleate” sulle intenzioni omicide della Pasquinelli.

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E non è tutto. Davanti ai deputati dell’Assemblea Costituente, De Gasperi smentisce con forza che la Pasquinelli – il cui “temperamento focoso” era ben noto – fosse un “funzionario dipendente da organismi statali o semi-statali”. Ma, ancora una volta, il Presidente del Consiglio non la raconta giusta: a Pola, dal luglio del 1946 al 12 gennaio del 1947, la Pasquinelli è stata effettivamente impiegata presso il Comitato per l’Esodo, un organismo dipendente dallo Stato italiano. Lo svela lei stessa, tra l’altro, ai militari alleati che la interrogano subito dopo l’attentato.

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Il 15 febbraio 1947, a Londra, un funzionario del Foreign Office scrive una nota ad uso interno. Il suo malumore è evidente: “Il governo italiano non doveva forse rendersi conto da solo, e da subito, che occorreva licenziare la donna dal Comitato per l’Esodo? Immagino che questa agenzia dipendesse dal governo italiano. Di conseguenza, su Roma ricade almeno una responsabilità morale per quanto è accaduto.”

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Ma chi è Maria Pasquinelli? Ce lo raccontano, ancora una volta, le carte ritrovate in Gran Bretagna nell’agosto 2009.

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Il 14 febbraio 1947, da Trieste, un telegramma dei servizi alleati, classificato top secret, riporta un’ampia sintesi del suo interrogatorio: “Al momento dell’armistizio, lavorava come insegnante a Spalato. I suoi sentimenti anti-slavi risalgono all’ottobre 1943, quando i cadaveri di alcuni italiani assassinati da partigiani slavi furono riesumati da una foiba. La donna si convinse che alla minaccia slava si doveva contrapporre un blocco composto da tutti i partiti italiani. In dicembre, quindi, raggiunse Milano per promuovere questo progetto.  Tra la fine del 1943 e l’aprile 1944, insegnò a Milano. Dopo essersi accordata con il ministro della Pubblica Istruzione della Rsi, Bigini, per avviare un’indagine sulle foibe in Istria, giunse a Trieste nel maggio 1944. Iniziò così a raccogliere informazioni sulle esecuzioni perpetrate dai partigiani. Di tanto in tanto si recava a Milano. Nel marzo 1945, Maria Pasquinelli entrò in contatto con il principe Borghese, comandante della Decima Flottiglia Mas. Ottenne così degli attestati emessi dalla Decima e dall’Sd [lo Sichereitsdienst, il servizio segreto nazista, ndr] che certificavano i suoi compiti nell’ambito dell’intelligence, documenti che le avrebbero agevolato gli spostamenti in Istria.”

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Lo storico Sergio Nesi, tenente di Vascello della Decima Mas nella Rsi, conferma queste informazioni nel volume “Decima Flottiglia Nostra” (Mursia, 1986): “Maria Pasquinelli aveva avuto numerosi contatti con il Comando della Decima Mas, portando un’imponente documentazione sulle atrocità slave e sulle foibe, documentazione che veniva raccolta dall’efficientissimo Servizio informazioni della Decima attraverso i suoi agenti sparsi un po’ dovunque.” E aggiunge un dato interessante: “Effettivamente, la donna era un’agente del Servizio informazioni della Decima e gran parte della documentazione sulle foibe la si deve a lei. Dopo aver consegnato l’ultimo rapporto al tenente Lenzi [a Trieste, ndr], in divisa di Ausiliaria della Decima raggiunse Milano, sfuggendo così alla cattura da parte dei gendarmi di Rainer [il governatore della Zona di Operazioni del Litorale Adriatico, ndr].”

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Il telegramma aggiunge che Maria Pasquinelli “si accordò con Borghese perché i suoi rapporti [della Pasquinelli, ndr] fossero inviati ai partigiani della Osoppo e del generale Cadorna, affinché questi li inoltrassero a loro volta agli Alleati. Nel marzo 1945, la donna raggiunse l’Istria. Tuttavia, alla fine del mese, fu arrestata dai tedeschi a Trieste, in seguito ad una denuncia secondo la quale inviava informazioni agli Alleati. Negò l’accusa e fu rimessa in libertà, ma venne posta sotto sorveglianza. L’11 aprile 1945 si allontanò da Trieste e raggiunse il quartier generale della Decima Mas, in località Lonato (provincia di Brescia). Qui consegnò i suoi rapporti a Borghese. Tornò poi a Milano e, all’arrivo degli Alleati, affidò copia delle relazioni al maggiore Sandon e al capitano Bernardini, entrambi del Sim”.

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Al ruolo svolto dalla Pasquinelli all’inizio del 1945, sul confine orientale, dedica alcune righe la storica Sole De Felice nel volume “La Decima Flottiglia Mas e la Venezia Giulia, 1943-1945” (Edizioni Settimo Sigillo, 2000): “Date le caratteristiche della brigata Osoppo, Borghese volle sondare la possibilità di ‘portare dalla nostra parte tutte quelle forze partigiane che ancora manifestavano sentimenti di italianità e si dimostravano refrattarie a false suggestioni di ordine ideologico’. […] La giovane insegnante Maria Pasquinelli aveva riferito a Borghese che la Osoppo era disposta ad incontrarsi con lui per discutere della difesa dell’italianità della regione.”

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I servizi alleati così concludono il rapporto: “La donna afferma di aver trovato la pistola Beretta [con la quale uccide De Winton, ndr] a Milano, per strada, durante i combattimenti dell’aprile-maggio 1945. Il 25 novembre  1945 giunse a Trieste per lavorare al Provveditorato agli Studi della città. Nel gennaio 1946 chiese a Mirabella, uno dei proprietari de ‘La Voce Libera’, di diffondere in tutta Italia un articolo sulla questione giuliana. Ottenne anche dei finanziamenti dalla Dc e dal Partito d’Azione ed entrò in contatto con vari studenti ed esuli istriani. A partire dal giugno 1946 – quando i ministri degli Esteri delle varie nazioni iniziarono a riunirsi a Parigi in preparazione della Conferenza di Pace – la Pasquinelli prese ad accarezzare l’idea di assassinare un alto ufficiale alleato a Pola, in segno di protesta. Ma il progetto fu rinviato, fino a quando la decisione di consegnare Pola alla Jugoslavia non divenne irrevocabile. I suoi viaggi a Pola iniziarono nel luglio 1946. Qui lavorò per il Comitato per l’Esodo fino al 12 gennaio 1947. La data dell’omicidio fu decisa l’8 febbraio. […] Considerazioni generali: la donna è sincera, determinata e senza scrupoli.”

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L’intelligence interroga anche una sua vecchia amica, Cinzia Soddu, che rivela un fatto inedito: la Pasquinelli aveva tentato di procurarsi una pistola già un anno prima, a Milano, tra il dicembre 1945 e il gennaio 1946, perché “temeva di rimanere vittima di qualche rappresaglia, a causa delle sue ben note attività anti-slave”. A sorpresa, sulla scena compare anche un ragazzo di 15 anni, Giorgio Sorteni, che nel settembre 1945 denuncia la Pasquinelli alla Questura di Venezia. Aveva infatti appreso che la donna stava per mettersi in viaggio per l’Istria “per promuovere propaganda fascista e anti-slava”.

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La perizia psichiatrica – redatta da medici britannici, americani e italiani – è ancora più esplicita sulla personalità dell’insegnante fiorentina: “Non ha comportamenti bizzarri e non presenta segni di malattie neurologiche. Parla in maniera logica e la sua condotta emotiva non mostra alcun segno di alterazione. E’ in sintonia con la realtà, appare coerente sotto ogni punto di vista e non soffre di allucinazioni, di fobie o di stati compulsivi ossessivi. Il suo stato d’animo è normale, non mostra cioè segni di depressione o di euforia. Possiede un’intelligenza media e una buona formazione scolastica. Rammenta bene gli eventi passati e recenti. In sintesi, tutto indica che Maria Pasquinelli è dotata di una personalità integra. […] E’ assennata, egocentrica ed ostenta convinzioni forti. I suoi conflitti interiori si sono sviluppati in maniera così intensa – ha sofferto frustrazioni in più occasioni – da far sì che la sua vita si plasmasse attorno al suo credo politico. Elemento, questo, che è culminato in un attentato mortale. Maria Pasquinelli afferma di essere sempre stata radicale nelle sue azioni, fin dall’infanzia. E’ convinta di possedere una personalità dominante e di non temere alcunché. Afferma di aver sempre avuto pochi amici veri e di non aver mai avuto bisogno di loro, convinta com’è di poter contare solo su se stessa. Tutto ciò spiega il suo egotimo, il suo carattere sospettoso e, in qualche modo, la sua natura solitaria.”

La traduzione del documento è firmata dal capitano Huppert.

Giuseppe Casarrubea  e  Mario J.Cereghino

letture collegate:

Il caso Pasquinelli visto da Ugo Spirito

Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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10 risposte a Le iene del neofascismo

  1. marco montanari ha detto:

    caro professore,
    complimenti per questa ennesima ventata di aria fresca nella storiografia altrimenti omertosa, o pavida, o pelosa di quel drammatico periodo storico.
    Considerando tutto il male fatto al nostro paese dalla storia d’Italia di Montanelli/Cervi, un’opera di finzione che ha purtroppo avuto una duffusione capillare e un ruolo centrale nel plasmare la visione del mondo, e del nostro passato, per milioni di nostri concittadini, credo che lei, e possibilmente qualche altro coraggioso storico, dovrebbe pensare a realizzare un controcanto veritiero di quella monumentale caterva di luoghi comuni e falsita’

    • casarrubea ha detto:

      Caro Montanari,
      purtroppo il danno che è stato fatto da molte accademie è irreparabile, e a noi tocca umilmente costruire, con grande fatica e nell’isolamento, la verità che i nostri figli non hanno avuto.

  2. Francesco Paolo Magno ha detto:

    Dalle attente analisi, sopra esposte, io ricavo una conclusione. Mentre le forze reazionarie e conservatrici operarono, con intensità e senza scrupoli, per combattere e spegnere la presenza dei comunisti, il capo del PCI, Palmiro Togliatti, propose l’incontro e l’alleanza con queste forze. La scelta di Togliatti fu ingenua e improvvida, e, con il passare degli anni, portò il PCI allo sfascio completo. Le conseguenze di questa politica fasulla sono vistosamente presenti nella “facies” delle attuali, sedicenti “FORZE DELLA SINISTRA” : l’odierna, sedicente “SINISTRA” sceglie, come allora, di stare insieme con le forze del padronato.

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  5. Fabio Andriola ha detto:

    Documentazione interessante anche se la figura della Pasquinelli non può essere liquidata in un senso o nell’altro. C’è un oggettivo atto di violenza compiuto per un oggettivo alto ideale. Da cattolico non posso non condannare il primo ma anche non apprezzare il secondo. Il dilemma morale che pone la Pasquinelli, piaccia o no, riguarda tutte le figure che dal nostro Risorggimento in poi fino alla Resistenza hanno usato metodi simili per combattere soprattutto l’invasore straniero. E le ore in cui la Pasquinelli opera sono quelle che ben sappiamo, tragiche e tristi come poche. Ad ogni modo i documenti vanno sempre letti con un certo scetticismo perché l’errore è sempre dietro l’angolo. Ad esempio quando si legge che “La donna è la nipote dell’ex ministro della Guerra della Rsi, Soddu…” . Non mi pare che Soddu abbia ricoperto alcun incarico dopo il 1943 men che meno nella RSI.

    • casarrubea ha detto:

      Egr. sign. Andriola,
      Nessuno vuole liquidare un fatto tragico della nostra storia. Tanto più che la guerra era finita e la situazione era demandata agli organismi internazionali, unici preposti alla risoluzione dei problemi che la guerra non era riuscita a risolvere. Non spettava certo a una singola persona intervenire per fare di testa sua. Non capisco cosa c’entrino perciò il Risorgimento e la Resistenza con quella situazione. Comunque, un buon cattolico, io penso, avrebbe la coscienza più a posto se piuttosto che giustificare chi spara alle spalle a una persona, riflettesse di più sul valore della coesistenza pacifica tra le persone e i popoli, e desse un contributo a fare andare la storia per un altro verso che non in direzione della violenza e del caos. Quanto alla parentela Soddu-Pasquinelli lei omette di scrivere che l’affermazione è ripresa integralmente da un documento dello SCI/Z, il controspionaggio alleato, che non risulta sparasse giudizi campati in aria. Non ne aveva interesse.

      • Fabio Andriola ha detto:

        Caro Casarrubea, una precisazione per cominciare.
        Nel mio post mi sembrava di essere stato abbastanza chiaro e circostanziato:ho scritto che “Non mi pare che Soddu abbia ricoperto alcun incarico dopo il 1943 men che meno nella RSI”. Ergo non ho omesso nulla perché non ho messo in discussione una possibile parentela tra la Pasquinelli e Soddu ma ho osservato che il documento citato attribuisce al generale Soddu un incarico che non ha mai ricoperto (dubito anche che abbia mai aderito apertamente alla RSI). Da qui la mia osservazione – banale mi sembra – che i contenuti dei documenti vadano sempre presi con le molle perché non sono fogli del Vangelo ma rapporti redatti da uomini e come tali fallibili, anzi fallibilissimi quando si tratta di informazioni raccolte in modo spesso approssimativo come capita soprattutto per i rapporti di polizia o dei servizi, di qualsiasi paese. Ergo, nel caso specifico, il controspionaggio alleato SCI/Z ha “sparato un giudizio campato in aria”. E non sarà stata certo l’unica volta: non “per interesse” ma perché gli errori sono sempre in agguato.

        Per quanto riguarda il resto della sua replica mi limito a osservare quanto segue:

        1) Essere cattolico non vuol dire avere gli occhi bendati e non vedere le nobili intenzioni che possono portare ad azioni non condivisibili. Lottare per la propria Patria contro un invasore – perché tali erano gli inglesi a Pola al pari dei Tedeschi o di chiunque altro – è una cosa nobile e la Storia dice che, purtroppo, è difficile farlo senza violenza. Come insegnano tante vicende che, dal Risorgimento alla Resistenza, mostrano italiani che hanno combattuto (ma non di rado sparando anche alle spalle) lo straniero. Il richiamo a Risorgimento e Resistenza – che lei dice di non capire – mi sembra invece assolutamente lampante: c’è uno straniero invasore e c’è chi lo combatte in nome della propria nazione. Per questo la Pasquinelli è, mutatis mutandis, sullo stesso piano, ad esempio, dei Gap di Giovanni Pesce (personaggio per il quale non nutro assolutamente stima). Unica differenza – oltre al diverso numero di morti sulla coscienza – è che Pesce ha avuto una medaglia d’oro, la Pasquinelli l’inserimento tra le “iene del neofascismo”… A questo punto si può porre la questione in altra maniera: la vita di un tedesco, di un italiano o di un generale inglese hanno valore diverso? Se sì allora non c’è molto da discutere, ognuno si tiene le proprie idee e fa i conti con la propria coscienza. Se invece la risposta è “NO, non sono differenti” (ed è la mia risposta) allora per chi spara il giudizio deve essere uguale e cioè di condanna

        2) Non ho bisogno di riflettere sul valore della coesistenza pacifica tra le persone ecc. ecc. anche perché non ho giustificato un bel nulla. Se siamo ancora qui a dover spiegare la differenza – concettuale e semantica – tra “comprendere” (cioé “capire” in senso asettico) e “giustificare” (e cioè “sposare” in qualche modo una posizione e difenderla) allora è inutile qualunque confronto….

        3) La fiducia che lei sembra nutrire negli “organismi internazionali, unici preposti alla risoluzione dei problemi che la guerra non era riuscita a risolvere” mi sembra mal riposta. Tanto nel caso specifico (sperare in un appoggio inglese in quei frangenti era pura utopia) che in generale (e qui potremmo citare a man bassa da gran parte della storia del XX secolo) gli organismi internazionali di norma decidono poco e male come ben vediamo anche in questi tempi. Non credo poi che la Pasquinelli pensasse davvero di poter incidere sul corso degli eventi col suo gesto. Un gesto drammaticamente simbolico e che può aver avuto anche retroscena del tipo di quelli adombrati negli interessanti documenti pubblicati su questo sito.

        Cordialità

        Fabio Andriola

      • casarrubea ha detto:

        Non ho niente da dirle.
        Cari saluti
        GC

  6. gold price ha detto:

    Il Territorio Libero di Trieste (in inglese : Free Territory of Trieste, in sloveno: Svobodno tržaško ozemlje, in croato: Slobodni teritorij Trsta) è uno stato situato in Europa Centrale tra il Nord Italia e la Yugoslavia (attualmente l’area è divisa tra Slovenia e Croazia). Lo stato è stato creato il 10 Gennaio 1947 con la RISOLUZIONE N.16 delle NAZIONI UNITE e poi reso ufficiale il 15 Settembre 1947 in base ad un protocollo del trattato di Pace dell’ Italia .Diviso in due zone, la zona costiera che include la città portuale di Trieste (Zona A), e l’altra è una porzione della penisola Istriana (Zona B). Prima del Trattato di Pace l’area era sotto un governo militare alleato denominato A.M.G.V.G., dal 1 maggio 1945 al 15 Settembre 1947. Nella prima fase dal 1 maggio al 12 Giugno 1945 l’intera area era sotto il controllo dell’Esercito Yugoslavo con la presenza di truppe Neozelandesi.

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