L’8 marzo che non c’è più

mondine durante una pausa di lavoro

mondine durante una pausa di lavoro

Mi fanno ridere le donne, specie quelle che si agitano negli ambulacri dei palazzi del potere, tra stucchi dorati e lampadari di vetro di Murano, quando rivendicano le cosiddette pari opportunità. Se poi simili richieste sono effettuate dalle cosiddette autorità o dalle rappresentanti dei partiti politici che aspirano al governo o che hanno in mente il chiodo fisso dell’accesso alla stanza dei bottoni, la misura si colma. E non perché io non condivida il principio delle parità a tutti i livelli nella gestione della cosa pubblica e dei diritti fondamentali di ciascuno (di genere, di religione o di razza che siano) ma perché l’8 marzo per me ha un significato unico. E mi pare stucchevole e pretestuoso che in troppi ne parlino per affermare diritti e storie di cui farebbero bene ricordarsi sempre, e non solo nei giorni in cui l’elemento floreale diventa il simbolo di una condizione di genere, e la rivendicazione un pretesto per parlare di percentuali, di spartizioni, di una sorta di affare politico. Non si conta di più perché si è più presenti, e non è meno tragico essere rappresentati in coppie, come nelle feste da ballo.

Per me l’8 marzo si lega alla millenaria subalternità degli uomini alle logiche del dominio, alle atrocità di tutte le guerre, alle ingiustizie subite da donne e uomini nel corso dei secoli e alla vita privata di ciascuno di noi. E, prima di tutto, qualcosa che  rappresenta un mancato e negato riscatto. Che precede quel fatidico giorno in cui  il 19 marzo 1911 fu istituita, per la prima volta in Europa, la giornata internazionale delle donne.

Dunque, il mondo femminile. Quello presente mi pare decaduto, fatto di fronzoli, mimose e pizze serali, cene in trattorie un po’ “in”, velleitarismi di comando. Ben altro è il mondo femminile. Quello che ci ha conservato la memoria, lo scrigno delle cose mai dette. Il silenzio dove stava scritto tutto. Favole e miti, mostri e angeli, i personaggi dei nostri sogni e delle nostre speranze. Il futuro che doveva venire e la speranza che non doveva morire mai. Quest’universo che ho davanti, dunque, è fatto di donne umili, che non chiedono, cariche dei loro saperi. Non parlano a sproposito. Non urlano. Fanno il loro lavoro giorno dopo giorno, aiutando i loro uomini e tirando avanti la loro casa. Sono donne consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri. I loro valori sono la qualità delle cose e del fare. 

Le loro facce ora mi si affollano davanti. Mute. Perché nulla chiesero e nulla ebbero. Le vedo eroiche nella loro umiltà, e nel loro silenzio. Vedove. Si alzavano di buon mattino, andavano in chiesa, lavoravano. Madri generose di molti figli. Lottavano e gestivano le loro case mentre i loro uomini erano al lavoro. Lavoravano esse stesse, in casa, poi nelle fabbriche o nelle campagne. Madri che occupavano le terre per i loro figli affamati, che combattevano contro la mafia, quando i boss usavano le lupare contro i loro mariti. Giovanette che emigravano come missionarie in terre sconosciute, che fondavano istituti, opere assistenziali per quelli che la guerra inghiottiva in viaggi senza ritorno. Donne sole che hanno spalancato strade che solo poche hanno voluto percorrere, perché il loro impegno era carico di significato, di valori, di ricchezza interiore. Ma anche di grande sacrificio. Quello che mi pare manchi oggi. A parte la chiacchiera e l’urlare al diritto.

GC

Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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4 risposte a L’8 marzo che non c’è più

  1. Teresa ha detto:

    Complimenti per la splendida foto d’epoca in bianco e nero e non si può accrescere più degno pregio alla di lei scrittura del testo.
    Teresa

  2. Ornella Papitto ha detto:

    Il mondo del femminile è variegato tanto quanto quello maschile. La storia non cambia, è composta da minoranze e maggioranze. Eccome se ci sono ancora donne che compiono i propri doveri senza usare il megafono e che fanno a meno, silenziosamente, di partecipare a queste scenografie da avanspettacolo, interpretando il ruolo di donna sguaiata, sciatta, incolta. Saranno anche la maggioranza, ma io confido, da sempre, solo nella minoranza.

  3. Ornella Papitto ha detto:

    Ops… L’italiano… Ops… Dove molte interpretano…

  4. Virginia ha detto:

    A me la festa dell’8 marzo, così come oggi viene propinata dai media e come viene generalmente interpretata, non dice nulla, mi sembra vuota, diventa una festa capitalista come –aimè- tutte le festività di oggi. Si perde così il contesto storico e il rito simbolico. Uno dei motivi per cui non mi piace particolarmente questa festa è perché penso che ogni giorno dovrebbe essere la festa della donna, non una volta all’anno, il che acquista più le sembianze dell’ora d’aria dei carcerati invece che avere ben più profondi significati, come invece dovrebbe.
    Mi piace il suo articolo, anch’io sono convinta che se ci sarà un futuro migliore sarà caratterizzato da più femminilità, intesa come generosità, condivisione, uguaglianza amore per la natura e rispetto di tutti gli esseri viventi.

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