Il Gattopardo, il cardinale Ruffini e noi

Edizione ungherese del Gattopardo (ed. postuma, 1964)

Edizione ungherese del Gattopardo (ed. postuma, 1964)

Il 9 luglio 1945, quando la guerra era finita, una spia rivela che Pio XII “si fida unicamente dell’America e che le sue sole speranze di veder risorgere il mondo civile d’un tempo si basano sulla potenza degli Stati Uniti.”
Questo è il cappello della storia europea che in Italia comincia con il disfacimento della Germania del Terzo Reich e il suicidio di Hitler, ma che nasconde, sotto questa sorta di premessa, una miriade di altre questioni che legano assieme la Chiesa, lo Stato, i comuni cittadini.
I protagonisti che fanno la differenza non sono molti. Tra i tanti ci sono Eugenio Pacelli, appunto, Paolo VI,  futuro papa e beato e, alla periferia (per modo di dire), Ernesto Ruffini, il principale esecutore degli ordini di Pio XII in Sicilia. Almeno in questa fase. Ma “A chi avvicina il segretario di Stato Vaticano, questi spiega- il papa appare molto preoccupato e fisicamente in cattive condizioni. Anche con i suoi intimi parla raramente. E’ nervoso, taciturno, chiuso in sé”.
Che cosa provoca l’afflizione di Eugenio Pacelli? Le cause possono essere le più svariate. Sta di fatto che egli si sente accerchiato da forze ostili: l’Unione Sovietica ha vinto la guerra, la maggioranza della Dc spinge per la repubblica, mentre per lui la soluzione sta in casa Savoia. Poi c’è il governo unitario antifascista del Cln, presieduto da Ferruccio Parri. In ultimo, incombe il rientro in Italia dagli Usa di Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare e una vera spina nel fianco.
La Chiesa cattolica siciliana è impersonata dal cardinale Lavitrano. Assieme al Comitato per l’indipendenza della Sicilia, composto da “fascisti, aristocratici e latifondisti”, costituisce l’ossatura di quella che Shepardson definisce “Operazione Sicilia” in quelle settimane. Del cardinale, il Sis si occupa anche nel marzo ’45, quando il prelato racconta ai giornalisti che “la sua presenza in Sicilia è necessaria fintanto che la situazione nell’isola non si sarà normalizzata. […] I siciliani – osserva – non amano e non intendono fare della politica, ma mirano al raggiungimento del minimo indispensabile per vivere”.
In autunno il quadro generale è in netta evoluzione. Il cardinale Ernesto Ruffini è stato da poco nominato arcivescovo di Palermo. Il papa lo informa che, secondo gli angloamericani, né il comunismo né i partiti estremisti potranno mai governare l’Italia. La Sicilia godrà di una notevole autonomia con la possibilità di un sistema federale. Usa e Gran Bretagna controlleranno l’Italia per molti anni: “La ricostruzione e la futura prosperità dell’Italia sono decisamente basate su una politica di destra, che salverà il paese da ogni avventura rivoluzionaria o sovversiva”.
Ruffini, pertanto, “dovrà sforzarsi di assicurare i siciliani che la Santa Sede segue con estremo interesse tutti problemi dell’isola”. Questo è il suo mandato e, vedremo tra poco cosa significherà questo sforzo.
Nel dicembre ‘45, sono i servizi americani ad occuparsi della Chiesa in Sicilia: “Il cardinale Luigi Lavitrano, arcivescovo di Palermo fino a qualche mese fa, e monsignor Ernesto Ruffini, arcivescovo eletto di Palermo, si sono incontrati con l’ammiraglio Stone, capo della Commissione alleata in Italia. La discussione è stata interamente dedicata alla situazione siciliana. A nome degli angloamericani, Stone ha ringraziato il Papa per la cooperazione ricevuta dalla Santa Sede, dai vescovi, dal clero e dai cattolici siciliani nel miglioramento delle condizioni dell’isola e nella promozione dell’unità con l’Italia; soprattutto, per l’aiuto dimostrato nella lotta al comunismo e ai gruppi della sinistra, formazioni che, a causa dei loro legami con l’Unione Sovietica, hanno tentato di creare una situazione pericolosa per l’isola”.
Ed ecco come è vista la situazione: “Al giorno d’oggi, il comunismo è stato sconfitto in Sicilia, mentre il separatismo ha perso consensi. Dal punto di vista politico, la Sicilia si sta ora spostando verso un centrodestra moderato. Ciò contribuirà a riportare la politica alla normalità, a ricostruire l’isola e a tranquillizzare gli angloamericani”. E questa è la linea alla quale lavora il nostro cardinale. Fino ai tempi di Danilo Dolci e del Gattopardo.
Facciamo un passo avanti. Siamo nel 1964 e il cardinale sente il bisogno di sparare a zero sui veri mali della Sicilia. Due li conosciamo (la mafia, secondo una interpretazione assai azzardata, e Danilo Dolci). Il terzo male, una vera e propria “congiura” organizzata contro la Sicilia, è il Gattopardo, spiega meglio. Un’opera, aggiunge il prelato, stampata nel 1958 a Milano (quindi l’anno dopo la morte avvenuta a Roma di Tomasi di Lampedusa) che ha raggiunto mezzo milione di esemplari. E arriva dritto alla conclusione: “La rilassatezza dei costumi, l’ironia talvolta volgare, sulle persone e sulle pratiche religiose danno un quadro assai spiacevole. Le miserie che affliggevano nell’800 il popolo siciliano, dalle strade impervie all’assenza di igiene, dalla mancanza di istruzione, a una perizia paga delle glorie antiche…è una lunga serie di motivi deprimenti che suscitano profondo scetticismo e creano disistima per il popolo cui il principe apparteneva”.
Ora se teniamo conto che la lettera pastorale porta la data della domenica delle Palme del 1964, e che in quegli stessi mesi in Ungheria, paese fortemente soggetto all’influenza dell’Unione sovietica, si dava alle stampe proprio il Gattopardo sotto il titolo di A Parduc, con una tiratura di 65.000 copie, si può bene apprezzare come l’attività culturale svolta dall’Ungheria, fosse imponente e vasta. Basti pensare che quest’opera continuerà per molto tempo ancora come dimostrerà il libro di Dino Buzzati “Paura alla Scala”, uscito col titolo “Riadalom a Scalában”,  che avevo trovato nella biblioteca di un piccolo paese ungherese ai confini con la Slovacchia, nel 2002, nelle due lingue italiano e magiaro.
Ebbi la sensazione che dovette provare il signore di quel racconto di Dino Buzzati, quando, spingendosi verso confini inesplorati, improvvisamente si sentì straniero nel suo stesso regno. Il libro, stampato nel 1981, era stato tirato fuori da uno scaffale dimenticato, nascosto dietro la tenda di una delle più remote sale che il bibliotecario conosceva a menadito. Era proprio l’unica cosa che a suo giudizio poteva soddisfare alla mia richiesta. Ma era, prima ancora, il frutto della lungimiranza di chi, con molto anticipo sulla caduta del muro di Berlino, l’aveva fatto stampare a Budapest, in quell’anno. Non tenere conto di questa tradizione di cultura e di libertà di un Paese che siamo soliti, ma erroneamente, considerare, periferia dell’Europa, è un atto di miopia imperdonabile.
Giuseppe Casarrubea

Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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