Quel freddo inverno del 1893

 NEL PARCO DIMENTICATO DELLE CENERI PERDUTE
Paupertas impulit audax (La povertà indusse gli uomini a far cose temerarie, Orazio, Epist., II,2,51)

Franco Lucio

La repressione dei Fasci dei lavoratori (Guttuso)

La repressione dei Fasci dei lavoratori (Guttuso)

Oggi diamo voce, nel suo 121°anniversario (1893-2014), alla ricorrenza dell’estremo sacrificio di 93 Liberi Cittadini e dei tantissimi feriti, anche gravi, di 10 Paesi siciliani in una inimmaginabile Storia tragica di eccidi, accaduta a partire dal 20 Gennaio 1893 fino al 5 Gennaio del 1894, in quella Sicilia postunitaria delle prime rivendicazioni contadine che chiedevano solo Pane, Lavoro e Giustizia e perché fosse sradicata dalle campagne la disumana miseria della Povera Gente. Accadde di fatto che l’emarginato Popolo rurale, profondamente avvilito e senza più la speranza che qualche uditorio benevolo lo liberi da quelle pene, ignaro del pericolo a cui stava andando incontro, finì per gettarsi in braccio a chi non meritava fiducia: le Forze Militari di Sua Maestà il Re d’Italia in pieno assetto di Guerra, mobilitate per aggredire e soffocare oltre misura e dilaniare inermi cittadini di una stessa Nazione. E qualcuno reagì.
Lacrimarono pure le pietre quando sfilarono per le vie, in una atroce rivista di martirizzati, le Bare bianche dei BAMBINI (di 9 Mesi, di 1-2-3 e 9 Anni) insieme a quelle delle DONNE e degli UOMINI caduti nel modo più pietoso durante il corso dei tumulti e delle dimostrazioni, vittime dei metodi eccessivi usati senza riguardo per reprimere dalle Forze dell’Ordine e dall’Esercito, che mancarono apertamente al compito istituzionale di prevenire e difendere i valori umani, prima di ogni cosa.
È scolpito a chiare lettere e con eccesso di evidenza che i nostri fragili Manifestanti rivendicavano, grezzamente allo sbaraglio, semplicemente i loro malesseri economici recandosi per questo nelle pubbliche piazze, alcuni con i figlioletti tenuti in braccio o per mano altri con i ritratti del Re e della Regina, protestando con l’ultimo certame che restava per poter questionare i loro naturali diritti alle intransigenti Autorità, che tenevano troppo a freno ogni tentativo di emancipazione delle Plebi: LA PROTESTA SOCIALE DEL PROLETARIATO OPPRESSO E SCHIAVIZZATO.

Orbene, ecco appena in nuce quale era la situazione della Sicilia in quella seconda metà dell’Ottocento e che cosa la tormentava ed agitava così tanto.
Nel 1860, nel fervore dell’impresa dei Mille, il generale Garibaldi nella sua Prolusione di novello ma transitorio Dittatore dell’Isola, aveva proposto la divisione in piccoli lotti dei Beni Demaniali e dei Beni dell’Asse Ecclesiastico da assegnare ai Lavoratori.
Si giunse così al 1893, erano ormai passati 33 lunghi anni e, cosa piuttosto imbarazzante, la Popolazione Campagnola meno abbiente dell’entroterra siciliano non solo non ebbe mai assegnate quelle terre ma con la Monarchia Sabauda dei Savoia, che si era fatta un pregio per avere redento la Sicilia dal dominio dei Borboni, nondimeno continuava a rimanere spaventosamente analfabeta ed a vivere una vita grama di indigenze.
La malaria, il lavoro sempre mal retribuito e le insane condizioni lavorative dette =A LA CAMPÌA=, modo avverbiale della Parlata Siciliana per indicare che la solitudine, i disagi e le aspre fatiche di lavorare nei vasti latifondi, dai panorami di pace, ma posti molto distanti dai centri abitati, gesti rituali scanditi negli anni degli anni, costringevano i Contadini ad una condizione di vita miserevole di sfruttati sotto la direzione e la sorveglianza, imposte in modo molto duro ed autoritario, dei gabelloti e dei campieri. Mentre gli austeri padroni, i grandi proprietari terrieri: Baroni, Marchesi, Principi e Borghesi benestanti che se ne stavano, opulenti e poco disposti a “travagli interiori” di sentimenti, a vivere lontani dai loro Feudi, spavaldi nelle città con tutte le tutele protettive possibili.
Per voce di popolo si tramanda che i Contadini di CORLEONE solevano dire che “i padroni onesti erano rari come le mosche bianche”. A questo si aggiungeva un moto di sdegno verso i Governanti perché eccessivamente permissivi con le prepotenze impunemente perpetrate dai ricchi Signori, in siciliano denominati “i cappedda” (i cappelli), che si contrapponevano a “i birritta” (le berrette) definizione che invece indicava gli uomini della popolazione comune che lavorava nei campi e che viveva con ogni semplicità.
Bernardino VERRO proprio in questa temperie storica in Sicilia fu un cittadino benemerito per le contrade di CORLEONE, (un personaggio che ricorda moltissimo Danilo DOLCI ante litteram, uomini fuori del comune che hanno fatto qualcosa di grande e che noi tutti dovremmo considerare come modelli), splendida figura indimenticabile impegnato generosamente nel sociale, ex funzionario dello stesso Municipio, tenterà di redimere dalla povertà gli indigenti contadini delle sue zone, capeggiando la Prima Protesta delle Masse Popolari dei Lavoratori in Italia.
Con procedura straordinariamente folgorante concepirono la proclamazione dello Stato d’Assedio in Sicilia: volevano governare l’isola con la forza bruta delle armi, come se l’infelice popolazione agraria fosse stata una minacciosa potenza nemica da fronteggiare ed abbattere, invece era soltanto il Proletariato inquieto, accusato ingiustamente di turbativa di natura sediziosa, che disperato insorgeva contro la miseria, il malumore per l’operato oligarchico e partigiano dei Sindaci e dei Consigli comunali e le tasse, specialmente quella detta del Focatico (era questa un’imposta applicata a ciascun focolare, vale a dire su ciascuna abitazione di un capofamiglia).
Avreste dovuto sentire la scialba orazione vanagloriosa pronunciata dal Gen. MORRA di Lavriano, chiuso nel suo limite, dopo l’ultima “trionfale battaglia” delle Forze Armate d’Italia sui poveri Campagnoli siciliani !…
Si dovette fare i conti anche con i Tribunali Militari di Guerra: Le Corti Marziali, lavorando a verga piena , affibbiarono circa 5.000 anni di detenzione a coloro che furono ritenuti coinvolti coi Moti siciliani.
Con quest’altro terribile Atto conclusivo, il chiarissimo Governo italiano del Re si scaricò della pesante responsabilità, fino a prova contraria senza neppure uno straccio d’inchiesta e vergognosamente senza un briciolo di commozione o di ricordo né un sentimento di pietà per le Vittime innocenti, e liquidò l’orribile Storia, poco commendevole, archiviandola con tantissima fretta per non essere mai più rammemorata.
Oggi, continuiamo a custodirne la memoria:

I MASSACRI: Caddero uccisi: 13 Popolani a CALTAVUTURO (PA)
2 a SERRADIFALCO (CL)
1 ad ALCAMO (TP)
11 a GIARDINELLO (PA)
11 a LERCARA (PA)
8 a PIETRAPERZIA (EN)
14 a GIBELLINA (TP)
1 a BELMONTE MEZZAGNO (PA)
18 a MARINEO (PA)
14 a SANTA CATERINA VILLARMOSA (CL)

Il Pretore a GIBELLINA (TP)
1 Soldato a BELMONTE MEZZAGNO (PA)

– TRAGICO RITORNO: per un odioso destino implacabile, negli anni che seguiranno quel secolo XIX°, lo spettro insanguinato di queste stragi ritornerà ad aleggiare senza pietà sulla Sicilia e sempre in una spirale drammatica di morte, che porterà, ancora una volta, altri Bambini insieme ad altre Donne ed a altri Uomini del Popolo nel PARCO DIMENTICATO DELLE CENERI PERDUTE.

… Con pieno e caldo sentimento commemoriamo questi Martiri …
… triste hanno lasciato il tramonto…

Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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