In inglese è più fico

comunicazione non verbale

comunicazione non verbale

Annamaria Testa, docente di comunicazione all’Università Bocconi di Milano e autrice di numerosi libri sul tema, ha avuto un’idea geniale. Forse non ne poteva più, e avendo deciso che le cose si fanno o si sopportano, inghiottendole come rospi tutti i santi giorni, finalmente è sbottata e ha scritto una petizione a Change.org indirizzata nientedimeno che all’Accademia della Crusca, al suo consiglio direttivo e al suo presidente, Claudio Marazzini. Qual è lo scopo della sua missiva? Fare in modo che tutti questi signori, che rappresentano il baluardo più antico della difesa della nostra lingua nazionale, intervengano presso il governo e le pubbliche amministrazioni, le grandi testate giornalistiche e le associazioni imprenditoriali, “per promuovere l’uso dei termini italiani in ogni occasione in cui farlo sia sensato, semplice e naturale”.
La richiesta sembra banale e, forse, raggiunge gli italiani con un po’ di ritardo da quando lungo il corso del secolo passato, e persino dell’Ottocento, i barbarismi cominciarono a invadere la nostra lingua, oggi la quarta studiata nel mondo per la sua musicalità e bellezza, deviandone la natura più autentica, quella di comunicare al popolo. E qui la questione si complica perché se la lingua viene usata in modo indifferente, ricorrendo ad altre lingue per spiegarsi meglio, è assai probabile che essa si allontani dalla comprensione della gente comune e del popolo e diventi un gergo burocratico, estraneo a chi vive la sua vita quotidiana. E’ questione di tempi e di funzioni nella gestione delle proprie qualità (o limiti) comunicative. Tra lingua e democrazia vi è, dunque, un nesso inscindibile.
Perché allora è nodale la questione sollevata dalla Testa? Perché le parole hanno un senso e quando cadono in disuso il problema non è quello di cancellarle, ma di inventarne altre nuove. Quelle che il popolo, che non si pone tanti problemi, tranne quelli della sua sopravvivenza, riesce ad elaborare per meglio esprimere i suoi bisogni.
Naturalmente c’è una responsabilità collettiva in questa operazione e il compito spetta a tutti, ma soprattutto a chi ci governa, alle classi dirigenti e a quanti occupano posti di responsabilità nei loro uffici. Anche questo denoterebbe il livello di democrazia del nostro Paese, dove tutto sembra decadere verso il basso e l’esterofilia è diventata la prova della nostra difficoltà a identificarci. Ad aggravare il quadro c’è da aggiungere che la torsione della nostra lingua verso altre lingue, soprattutto l’inglese, denota un vuoto culturale che forse gli italiani non avevano mai raggiunto. Perché, in genere, i nostri connazionali, lungi dall’essere bilingui, parlano a stento la loro lingua madre, commettono errori a non finire persino quando utilizzano i sistemi di comunicazione di massa, e surrogano i loro complessi di inferiorità e i loro sensi di colpa, con l’introduzione di termini importati, spesso confusi e privi di senso. La lingua italiana non è limitata nelle sue possibilità espressive, non le manca proprio nulla per essere se stessa e capace di esprimere il mondo, come è dimostrato dai tempi di Dante Alighieri ai nostri giorni. E’ un Paese purtroppo in mano a gente incapace, diciamo pure che si dà arie, che ricorre troppo spesso a fiori di plastica da mettere all’occhiello. Sono convinto che sul tema non si possa intervenire con delle norme, ma mediante un’azione costante di informazione e di supporto all’uso vivo della nostra lingua. A cominciare dalle Scuole. Il che non significa che in vari campi della comunicazione (ad esempio quello informatico), quando è proprio necessario, non si possano usare termini di altre lingue non facilmente sostituibili. Dovrebbe essere vietato sempre, invece, per l’uso di parole che hanno un corrispettivo in italiano. Come ad esempio Jobs act che si potrebbe definire come riforma del lavoro, o revisione dei diritti di impiego, e via dicendo. Ma penso anche a termini, molto in voga nei social network, come ribloggare che potrebbe meglio essere espresso come riproporre, o altro, o partner che è un termine sicuramente meno carico di significato e di valori di compagno, socio. E via dicendo. In definitiva sostituire il nostro lessico con altro, a me pare, non so a voi, un atto di autolesionismo nazionale.
Giuseppe Casarrubea

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a In inglese è più fico

  1. Sara Beriosa ha detto:

    le contaminazioni linguistiche mi piacciono, usare, intercalare parole dialettali siciliane, lombarde, romane, venete, napoletane e anche perché no inglesi francesi o castigliane ecc. da’ un senso di creatività, vitalità, ma quando invece diventa come con la lingua anglo statunitense una continua sostituzione semplicemente, come affermi tu, ‘perché è più fico’ allora si tratta per me di colonialismo/asservimento linguistico. ci siamo fatti sottrarre la nostra lingua siciliana, perderemo anche l’italiano? e se cosi dovesse essere, vale la pena per la lingua dei colonizzatori statunitensi?

  2. Io, quando leggo un testo italiano, e trovo inserito un termine straniero, rinunzio a continuare la lettura, e mando alla malora l’autore, dicendo a me stesso :” Peggio per questo autore. Se usa parole straniere, non ha alcun interesse ad essere letto”.

  3. meliantonio ha detto:

    Sono perfettamente d’accordo, avanti tutta.

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